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La Siria e l’insostenibile debolezza strategica europea

– Pubblichiamo, in due parti, un saggio di Olivier Dupuis sulla difesa europea e sulla necessità di ripensare profondamente la politica degli eserciti nazionali. La seconda parte sarà pubblicata domani.

Aleppo, Damasco. Cadaveri per le strade, quartieri sventrati, bombardamenti ciechi… Immagini e racconti intollerabili che ci rinviano direttamente alle ore più cupe di Sarajevo e di Grozny. Urbanicidi. E niente sembra muoversi. Gli Stati Uniti sono in campagna elettorale. Quanto agli Europei, anche se essi volessero intervenire,  non lo potrebbero fare, sic et simpliciter. Perché, come sottolinea il generale francese Jean Fleury, “per la Siria, la musica non è la stessa (che per la Libia). (…) Non siamo in grado di affrontarla.” (1)

Questa impotenza europea non condiziona soltanto la risoluzione futura di un conflitto che ormai dura da troppo tempo. Ha contribuito alla trasformazione di un conflitto politico – con, per mesi, manifestazioni pacifiche represse nel sangue – in un conflitto militare totalmente asimmetrico. La “democrazia Potemkin” russa ha sfruttato bene questa assenza americana e questa impotenza europea. Da un lato ha bloccato qualsiasi iniziativa seria delle Nazioni Unite; dall’altro ha continuato a fornire un sostegno militare massiccio a Bashar al Assad. Vladimir Putin ha approfittato del vantaggio che si è trovato ad avere. In gioco c’erano un ultimo alleato nel Mediterraneo, una formidabile macchina per costruire consenso interno nel nome della ritrovata grandeur russa e della fermezza nella lotta ad una conveniente minaccia islamista e, infine, l’occasione per consolidare un asse Mosca-Damasco-Teheran-Pechino.

L’Europa del “soft power” è nuda. Aspetta novembre come si aspetterebbe Godot, sperando che per allora gli Stati Uniti saranno pronti a muoversi o che gli insorti avranno preso il sopravvento. Non si sa bene come o perché. Rimane il fatto che al di là della Siria, l’Europa deve uscire da questa insostenibile impotenza strategica.

Piccolo barlume di consapevolezza: il Ministro francese della Difesa, Jean-Yves Le Drian, ha deciso di lanciare una riflessione approfondita sulla politica di difesa e di sicurezza della Francia. Prima tappa: “stabilire un Libro bianco che definirà la nostra strategia di difesa, le nuove minacce, le missioni delle forze armate e le priorità che la Francia deve elaborare, da sola o con altri.” E, punto che merita di essere sottolineato, “il Parlamento e lo stato-maggiore lavoreranno associati” anche con “esperti e partner europei (2). Cosa che lascia presagire forse una convinzione, certamente una presa di coscienza, dei limiti di una riflessione che rimanesse puramente nazionale e, di conseguenza, della necessità di aprire il dibattito alla dimensione europea della sicurezza e della difesa.

Non c’è nessun bisogno, in effetti, di risalire al fallimento della Comunità Europea di Difesa (CED) nel 1954 né ai sempre più indefiniti contorni assunti dall’agenda europea di sicurezza e di difesa nel corso degli ultimi decenni, per considerare necessario ripensare profondamente tutto il settore. Se l’Eurocorpo (3) non è stato un insuccesso in termini militari, lo è certamente da un punto di vista politico. La forza “europea” di intervento rapido di 60.000 uomini che doveva incarnare non è mai stata realmente utilizzata. In materia di cooperazione nell’ideazione e la produzione di armamenti, la cacofonia è stata non un’eccezione, ma la regola (4).

Léopard, Leclerc, Ariete e Challenger: niente di meno che quattro carri armati europei. Nel settore aeronautico, vogliamo semplicemente dare la colpa (5) all’ F-35 americano (6) che sarebbe troppo potente, oppure, più saggiamente, imparare una lezione di politica militare e industriale dal fallimento dei programmi concorrenti del Rafale e dell’Eurofighter, che hanno ampiamente contribuito ad impedire l’ideazione di un aereo europeo di 5° generazione (7)? Quanto a quello di 6° generazione (Unmanned Aerial Vehicle), non si capisce bene se il contratto di progettazione firmato dai ministri Le Drian e Hammond nel quadro del trattato di Lancaster House basterà a dissipare i dubbi di quelli che “a Parigi (…) temono che Londra rinunci all’aeroplano radiocomandato armato (drone) del futuro lanciato in comune(8). Senza dimenticare che in assenza di attori industriali come EADS, Finmeccanica (9), Saab etc. è difficile a questo punto qualificare questo programma come “europeo”. A meno, evidentemente, che il recente progetto di fusione tra Bae Systems e EADS non si concretizzi …

Gli insormontabili limiti degli eserciti nazionali europei

“Dalla guerra del Golfo nel 1991, sappiamo che nessun Paese europeo è in grado di compiere da solo un intervento di grande portata a lunga distanza. Sin dalla Libia, sappiamo che il Regno-Unito e la Francia, seppure insieme, sono incapaci di compiere, senza altri contributi, una operazione di media intensità a poca distanza dal proprio territorio. La Libia mostra che la cooperazione franco-britannica, per quanto utile, non salverà la causa di una difesa europea compromessa” (10).

Il verdetto di Louis Gautier è senza appello. Non è l’unico. Per Jean-Pierre Maulny “più che della Nato, è dei mezzi militari americani che abbiamo avuto bisogno in Libia(11).
Per Frédéric Lemaitre e Natalie Nougayrède

“la guerra in Libia, esaltata dalla signora Clinton a Monaco come l’esempio di un buon lavoro di squadra, ha in effetti provocato un trauma psicologico violento: il Pentagono ha constatato con sgomento l’incapacità degli Europei – ivi compresi Francia e Regno-Unito – di “tenere il passo” su munizioni, intelligence e rifornimento. A tutte queste lacune ha dovuto rimediare, nell’urgenza, l’alleato di oltreatlantico.”(12)

Ma gli eserciti nazionali hanno anche altri limiti, oltre a quelli messi in evidenza dalle esperienze della guerra del Golfo (1991) e dall’operazione libica. In termini di proiezione di forza, una presenza simultanea su tre teatri diversi (Costa d’Avorio, Afghanistan e Libia) ha portato il dispositivo francese al punto di rottura.

Quanto ai gruppi aeronavali, importante strumento di proiezione di forza, oggi la Francia è l’unico Paese dell’Unione europea ad esserne detentore. Peccato che possa utilizzarli solo, per così dire, a tempo parziale (13). E non si capisce, visto lo stato delle finanze pubbliche e le priorità del nuovo governo francese, come la seconda portaerei potrebbe essere iscritta nella prossima legge di programmazione. Nel Regno Unito, una portaerei è in costruzione. Il futuro della seconda è più incerto. Secondo il professor John Groom, ci sono “forti ragioni per pensare che la seconda portaerei, che verrà costruita, visto che i contratti sono stati già firmati, verrà smantellata subito dopo, oppure venduta all’India(14). Per di più, l’obiettivo “tra le righe” del trattato franco-britannico di Lancaster House, di assicurare l’interoperabilità delle portaerei britanniche e francesi, è fallito in seguito alla scelta operata dal governo Cameron a favore del caccia americano F35-B (15) , incompatibile con il sistema di lancio della portaerei francese.

Un cambiamento di paradigma geo-strategico
Ma la questione della debolezza strategica dei Paesi europei non può essere letta solo alla luce della capacità (o meno) di condurre operazioni di mantenimento o di ristabilimento della pace. Si inserisce nel cuore dei “movimenti tettonici” che scuotono il mondo della strategia militare e geopolitica. Gli Stati Uniti non solo l’hanno capito, ma ci stanno rispondendo, spostando il baricentro della loro politica di sicurezza dall’Atlantico verso il Pacifico e chiedendo agli Europei di assumersi maggiori responsabilità. Richiesta alla quale questi ultimi hanno risposto finora solamente con una nuova formulazione del vecchio slogan “spendere meno e spendere meglio”: la “difesa intelligente”. Semplice illusionismo verbale, secondo il generale belga Francis Briquemont che ricorda come la produzione in comune di infrastrutture e di armamenti da parte dei Paesi della Nato “fosse già un obiettivo negli anni ’70 e ’80(16).

L’insuccesso della Politica Europea di Sicurezza e di Difesa Comune (PESD)
Per Louis Gautier “nessun grande progetto di cooperazione militare o industriale, nessun vero progresso nell’attuazione della politica di sicurezza e di difesa comune è stato registrato dopo il 2008(17). Difficile in effetti considerare veri progressi in questo settore i progetti comuni – per quanto utili siano – di creazione di ospedali da campo, di cooperazione per la formazione di piloti di elicotteri, di aerei da trasporto e di aerei da caccia o di sorveglianza marittima recentemente adottati dall’UE.

Per dirla con Yves Boyer (18)

“oggi la difesa europea è in alto mare. (…) Come si può, dunque, lavorare perché riesca finalmente a primeggiare e, insieme, conservare la possibilità di agire con gli Americani nel quadro di coalizioni? Questa è la doppia sfida che gli Europei devono raccogliere.”

Note al testo:
(1)Syrie : pas d’intervention! Les forces françaises ne peuvent affronter Damas“, Général Jean Fleury, Le Monde, 24 agosto 2012
(2)M. Le Drian est hostile à une vision “uniquement comptable” de la défense“, intervista a cura di Nathalie Guibert, Le Monde, 7 giugno 2012
(3) L’Eurocorpo raggruppa forze militari di cinque Paesi dell’UE: Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo e Spagna.
(4) Con la notevole eccezione del gruppo MBDA, leader europeo nel settore missilistico, filiale di EADS, BAE Systems e Finmeccanica
(5) ” “Avec le Joint Strike Fighter (F-35), les Américains peuvent tuer l’aviation de chasse européenne” assure un gradé français”, Nathalie Guibert, Le Monde, 12 maggio 2012
(6) Otto Paesi partecipano, insieme agli Stati Uniti, al programma: Australia, Canada, Turchia, Norvegia e quattro Paesi membri dell’UE: Regno-Unito, Italia, Paesi-Bassi e Danimarca
(7)L’avion américain F-35 sème la zizanie en Europe“, Nathalie Guibert, le Monde, 12 maggio 2012
(8) I Paesi europei, nessuno escluso, sembrano aver già perso la battaglia per il caccia della 5° generazione, battaglia vinta, senza combattimenti, dal F-35 dell’americano Lockheed-Martin
(9) 8° gruppo mondiale di armamenti secondo la classifica SIPRI 2010
(10)Politique de défense: non au déclassement. Il faut relancer la coopération européenne“, Louis Gautier, Le Monde, 17 marzo 2012
(11)Les Européens doivent saisir les opportunités de cette nouvelle doctrine américaine“, Jean-Pierre Maulny (IRIS), LeMonde.fr, 19 janvier 2012
(12)L’administration Obama tend la main à l’Europe, tout en regardant vers l’Asie“, Frédéric Lemaître et Natalie Nougayrède, Le Monde, 8 febbraio 2012
(13) L’unica portaerei francese a propulsione nucleare, la Charles de Gaulle, necessita un’immobilizzazione di un anno e mezzo ogni sette anni insieme a delle immobilizzazioni di sei mesi per manutenzione intermedia. E’ operativa al 57-60 % del tempo, mentre le portaerei a propulsione classica lo sono al 78%
(14)Le Royaume-Uni et l’Europe“, Ajr Groom, in Commentaires, numero 137, primavera 2012
(15) Il F35-B è la versione a decollo corto e atterraggio verticale; il F35-C è la versione a decollo con catapulte
(16)L’ère de la stratégie du verbe“, Tenente-Generale Francis Briquemont, La Libre Belgique, 20 giugno 2012
(17)Politique de défense : non au déclassement. Il faut relancer la coopération européenne“, Louis Gautier, Le Monde, 17 marzo 2012
(18)L’Europe reste le principal partenaire des Etats-Unis mais doit affronter deux défis“, Yves Boyer (FRS), LeMonde.fr, 19 gennaio 2012


Autore: Olivier Dupuis

Nato a Ath (Belgio) nel 1958. Laureato in scienze politiche e sociali all’Università di Lovanio, è esperto di politica internazionale e europea. E’ stato prima dirigente e poi segretario del Partito Radicale Transnazionale dal 1995 al 2003 e deputato europeo, eletto in Italia, per due legislature (1996-2004). Gestisce il blog leuropeen.eu .

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