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Tra morti, rifugiati ed estremisti la guerra in Siria, dimenticata, continua

– La crisi siriana si può spiegare con tre cifre: 311mila, 31mila e 30mila.

Il primo numero si riferisce ai profughi siriani fuggiti nei Paesi confinanti. Secondo l’Unchr, agenzia Onu per i rifugiati, sarebbero 311.500, per la precisione. Sono in rapidissima crescita: erano circa 100mila solo il giugno scorso. “La continua e rapida crescita del numero dei rifugiati – dichiara l’Unchr – mette in evidenza l’urgenza del Piano di risposta regionale per la Siria, sottoposto a revisione nelle ultime settimane, e che chiede 487,9 milioni di dollari per sostenere fino a 710mila rifugiati siriani nei Paesi confinanti entro la fine di quest’anno”. La maggioranza dei rifugiati è in Giordania, dove, proprio in questi giorni, sono scoppiati tafferugli per l’accaparramento dei materiali necessari a passare il freddo inverno del deserto.

Il secondo numero (31mila) si riferisce alle vittime della guerra civile. Sono morti nel corso degli ultimi 18 mesi, da quando sono iniziate le prime manifestazioni a Deraa e sono in maggioranza civili. Questa stima è quasi certamente al ribasso. La fonte è l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, con base a Londra. E il suo direttore, Abdel Rahman, afferma che il conteggio riguarda solo le vittime “identificate”.Temiamo che il numero attuale di vittime sia più elevato, dal momento che sia il regime che i ribelli stanno nascondendo dei morti fra le loro fila”, ha spiegato ieri Abdel Rahman. Anche in questo caso assistiamo ad un’impennata impressionante negli ultimi due mesi. Nel solo settembre sono morte almeno 4.727 persone fra cui 305 il mercoledì 26, finora il giorno più sanguinoso del conflitto civile. Il mese con il più alto numero di vittime è stato agosto: 5.440 caduti, secondo l’Osservatorio.

Il terzo numero (30mila) è il numero di soldati che Bashar al Assad ritiene necessari per “pacificare” definitivamente la città di Aleppo. Se i profughi e i caduti sono aumentati così bruscamente, lo si deve, infatti, alla battaglia di Aleppo. Teoricamente sarebbe dovuta durare una settimana, al massimo. Ma i ribelli dell’Esercito Siriano Libero stanno resistendo dalla fine di luglio. Secondo il quotidiano libanese (filo-siriano) Diyar, il dittatore avrebbe compiuto ieri una ricognizione in elicottero, per rendersi conto di persona della situazione sul campo. L’invio di due divisioni, circa 30mila uomini in tutto, l’avrebbe presa proprio dopo il suo sopralluogo. Ciò vuol dire che “la madre di tutte le battaglie”, quella per il controllo della più popolosa città siriana, è lungi dall’essersi conclusa. Nei giorni scorsi sono state documentate distruzioni veramente dolorose nel centro storico. La porta lignea della Cittadella è andata in fiamme, così come almeno 500 botteghe storiche del millenario mercato delle spezie. Era classificato “patrimonio dell’umanità” dall’Unesco dal 1986.

Mentre lo scontro infuria e continua a divorare vite umane e monumenti storici, la diplomazia è sempre ferma al solito punto. Lo schieramento di Iran e Russia, al fianco della Siria, non si muove di un millimetro. Parlando con Lavrov, il ministro degli Esteri siriano Moallem ha ribadito le accuse contro “certi Paesi che danno ospitalità, finanziano e addestrano gruppi terroristici” che colpiscono in Siria. Ed è questa la linea di difesa adottata da Moallem nel suo discorso alle Nazioni Unite, in occasione dell’apertura dell’Assemblea Generale. Pechino, Mosca e Teheran premono per una “soluzione politica”, che in realtà passa attraverso ad una consultazione fra il regime e l’opposizione “interna” (leggasi: quella approvata dal regime). Una simile formula non può essere accettata dagli insorti. Specie dopo 18 mesi di guerra, un accordo violato per il cessate-il-fuoco (appena lo scorso aprile) e 31mila morti. Mahmoud Ahmadinejad, forse colto da comicità involontaria, ieri dichiarava che: “La soluzione può passare solo dalle elezioni”. Perché l’Iran è notoriamente una democrazia, si sa.

Dall’altra parte della barricata, il presidente statunitense Barack Obama è stato altrettanto chiaro nel ribadire la sua linea: il regime siriano deve finire. Il suo discorso alle Nazioni Unite non lascia adito a equivoci. Ma alla fine il suo sostegno all’insurrezione può essere solo limitato e segreto. Nessun intervento esplicito è possibile. I servizi segreti americano e britannico stanno aiutando i ribelli, con materiale prevalentemente non letale. Ma anche con missili anti-aerei Stinger, come quelli che la Cia avrebbe venduto ai ribelli l’estate scorsa. E con cui sono stati già abbattuti due elicotteri delle truppe governative.

Il problema occidentale, però, è che anche gruppi jihadisti partono dall’Europa per raggiungere i campi di battaglia siriani, per unirsi ai ribelli e trasformare la guerra civile in un conflitto religioso, la causa degli insorti in quella della Jihad. Il britannico Sunday Telegraph ha rivelato, nei giorni scorsi, in seguito ad una sua inchiesta, che il servizio segreto Mi6, non sia riuscito a fermare il reclutamento di estremisti islamici nelle città inglesi. E’ esattamente questo l’effetto collaterale che si teme. E che sarà sempre più grave, se la guerra dovesse proseguire.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

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