di LUCIO SCUDIERO – I programmi politici per il prossimo anno elettorale non sono ancora noti nel dettaglio. Si spazia da generiche allusioni ad esperienze di socialdemocrazia estera (vedi alla voce Hollande) ai rinvii comodi all’ ‘agenda Monti’, o, peggio, a Monti stesso, che non è candidato ma viene declamato come una sorta di progetto self executive. Dici Monti e hai detto chi sei, dove vai, a fare cosa e con chi. Non credo possa funzionare, francamente.

Se poi tocchiamo l’altro nervo scoperto di questa stagione politica che ci sembra di aver già visto (nel 1922 e poi ancora nel 1993), cioè la legge elettorale, notiamo come l’assenza di un’intermediazione seria e rigorosa da parte di partiti politici funzionanti ci abbia gettato nel mezzo di un corto circuito filosofico-democratico: preferenze sì preferenze no.

Da una parte, la plastica rappresentazione dell’insufficienza, forse perfino della naturale inadeguatezza, dello strumento, le preferenze, rispetto al fine, cioè la selezione della migliore classe dirigente possibile. Basta una panoramica sui consigli regionali italiani, per comprendere di quante preferenze è lastricata la via dell’inferno oclocratico.

Dall’altra la voglia matta dei partiti terminati della Seconda Repubblica, di scaricare sul popolo ‘sovrano’ il problema irrisolto della selezione del personale politico, avallando la tesi, divenuta quasi dogma, che consentire all’elettore di scegliere tra Fiorito e Samuele Piccolo è comunque meglio che rischiare uno Scilipoti in Parlamento. Una furberia disonesta fatta per eludere la reale questione, e cioè: chi e come sceglie i candidati, siano essi in una lista bloccata oppure no.

L’unico sussulto di novità di questa fase– come scriveva Benedetto Della Vedova qualche giorno addietro –  viene non a caso dal più “vecchio” dei partiti in circolazione, il PD post piccì-diccì che ha saputo introiettare il valore della democrazia e organizzarlo attraverso un meccanismo di competizione almeno per le cariche apicali, le primarie.

Gli altri, come si suol dire, ciurlano nel manico.

Con la conseguenza che intorno alla riforma elettorale rischia di consumarsi l’ennesima commedia degli equivoci. Con ‘il già’ autore’ di una legge intestata al mondo suino capace di rivendicare il merito di aver riaperto il tema con una finta proposta “spagnola”, a cui i gruppi parlamentari potrebbero aggiungere – realizzando un compromesso al ribasso – l’aggravante delle preferenze. Il tutto verrebbe spacciato come rinvigorimento della democrazia del Paese e restituzione della sovranità al popolo.

Se avessimo qualcosa di diverso da meri organigrammi di gente cooptata dentro strutture pletoriche e rigide,  non assisteremmo a simili scempi del buon senso.

A.A.A. partiti veri cercansi.