Quote rosa, uguaglianza o clientelismo?

– Nel febbraio 2011 il governo Berlusconi presentava un provvedimento per introdurre le quote rosa nei Consigli di Amministrazione delle aziende quotate in borsa. A quei tempi, proprio come oggi, ci ponevamo un quesito: il sistema delle quote rosa serve davvero a promuovere la parità dei sessi e il merito al di là del genere o è solo uno strumento di discriminazione positiva per fare nomine e spartire poltrone secondo convenienza? Quanto accaduto la scorsa settimana a Ribera, provincia di Agrigento, può aiutarci a trovare una risposta.

Per adeguarsi alla legge regionale che impone la presenza femminile nelle giunte comunali, il vicesindaco del comune siciliano Giuseppe Cortese si è dimesso e ha elegantemente ceduto il posto a una donna: Carmela Vaccaro, professoressa in un istituto superiore. Una bella storia, se non fosse che il merito della signora Vaccaro è quello di essere sposata con il vicesindaco Cortese, lo stesso gentiluomo che le ha ceduto il posto. La coppia si difende, ribatte ogni accusa: è accaduto anche in altri comuni – sostiene – e si paragona perfino a Bill e Hillary Clinton.

A destare ulteriori sospetti circa la meritocrazia dei criteri impiegati per giungere alla nomina di assessore della signora Vaccaro vi è un precedente poco confortante. Alle scorse elezioni comunali, infatti, la disputa elettorale è stata contesa soltanto tra il simbolo dell’attuale sindaco e una lista fantoccio in cui figuravano persino sua moglie e sua madre.

Insomma: donne sì, purché siano di casa. Illudersi che questi comportamenti siano sporadici episodi di malcostume politico è fuorviante. La parità delle opportunità è un obiettivo che ogni società dovrebbe prefiggersi; il problema non è la sua ricerca, ma i metodi con cui si intende perseguirla. Il sistema delle quote rosa – come ogni forma di discriminazione positiva – si impone per mezzo di una retorica un po’ naif, che Rosmini chiamerebbe “perfettista”, e che finisce per ottenere risultati opposti a quelli desiderati: mortifica il merito, acuisce la differenza tra sessi e tra diverse posizioni sociali di individui dello stesso sesso, incentiva il malcostume nella designazione delle nomine nelle giunte comunali, nei CdA aziendali, nelle assunzioni in generale.

Complice del tutto è l’ingenuità di tante presunte femministe, impegnate come sono a combattere una crociata contro quelle donne che riconoscono nella bellezza del proprio corpo una dote da sfruttare. Mentre in un paesino della Sicilia la nomina della signora Vaccaro, che non si interessa di politica da decenni, preclude l’accesso alla giunta a donne che potrebbero apportare un maggiore contributo politico, nel resto del paese si consuma il dramma di uno Stato lontano anni luce dalla tutela del genere femminile – soprattutto in ambito lavorativo e di maternità – adottata in più civili paesi europei.

Siamo tristemente ultimi in Europa per il sostegno alla maternità e per i servizi all’infanzia. Dovremmo riflettere su questo dato – decisamente culturale – per comprendere quali siano i reali freni all’emancipazione e all’impiego femminili, con buona pace di chi ancora crede che la soluzione passi per un disegno di legge da brandire come una bacchetta magica. Sono i dati e i fatti a dare torto a simili banalità, e tanto basta a spiegare perché in Italia non se ne trovano molte di ragazze come Marissa Mayer, la nuova CEO nominata da Yahoo mentre era in dolce attesa e che proprio ieri ha dato alla luce il suo bambino.

Twitter @danielevenanzi


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

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