di CARMELO PALMA – Il montismo conformistico e devozionale solo Monti ci può salvare – è un surrogato retorico di un discorso politico e l’ennesimo esempio di personalizzazione sbagliata, in cui sovente inciampa un Paese piuttosto incline al miracolismo.

La leadership di Monti è un fatto politico, non un mistero liturgico. Monti non si presta all’enfasi provvidenzialistica, che sinistramente lo accomuna a quanti hanno illuso e deluso, suscitato e frustrato i desideri più impossibili degli italiani. E meno ancora sembra prestarsi o arrendersi all’evidenza della propria imprescindibilità. Non è su un montismo così soggettivo e personale – meno male che Monti c’è! – che può consolidarsi qualcosa di duraturo e di alternativo al ritorno del politics as usual.

A quanti apertamente congiurano per un Monti-bis, che sono tanti ma non ancora abbastanza – l’esito del voto tra sei mesi rischia di ridimensionarne il numero e perfino per il peso – è richiesto qualcosa di più creativo e fantasioso della mera professione di fede nelle virtù del professore. Di una prospettiva montiana si può suffragare la verità e il rigore, quanto più la si identifica con la cosa – cioè con una politica e una cultura concretamente “governista” – e meno con la persona e la vicenda di un candidato-a-tutto, abbastanza riluttante sia alle auto che alle etero candidature.

Più che in Monti, i montiani dovrebbero confidare in se stessi e nella possibilità di convertire il successo e il credito del premier nel consenso di un partito, di cui Monti non potrà neppure essere un candidato, né ufficialmente un elettore e che non può limitarsi al perimetro delle forze parlamentari che costituiscono il pacchetto di mischia più montiano della sua maggioranza. Il passaggio al carisma delle idee dal carisma irregolare del personaggio che non le ha ideate, ma resuscitate nel circuito della politica, è dunque abbastanza urgente. E, per dirla tutta, lo è anche quello dagli ex voto, che Monti dovrebbe esaudire, ai voti che i montiani dovrebbero autonomamente meritare.

Il problema oggi (il nostro problema, ovviamente) non è convincere il professore a benedire ed endorsare una lista di seguaci, ma di persuadere gli italiani che le elezioni non sono un carnevale e il governo non è una quaresima, che la serietà non è la medicina, ma la salute e che del liberalismo ideologicamente mediano e molto mainstream di Monti ci si può fidare più del perbenismo progressista di Bersani e del “casinismo” qualunquista di Berlusconi. E tutto questo senza sperare in una parola, in un gesto o in un miracolo di Supermario. E senza pensare che Renzi sia un second best rispetto ad un disegno che non può trovare spazio né in questo Pd, né in qualunque Pd.