“L’ultimo uomo nella torre”, storie di Mumbai tra grattacieli e slum

– Ci sono città nel mondo nelle quali niente è facile. Organismi urbani incontrollati nei quali il disordine riscontrabile, con piena evidenza, nella pianificazione, diviene caos non appena ci si cali dentro, abitando le case dei suoi sobborghi, attraversando le strade del centro.

A Mumbai, in India, tutto questo è realtà. Che non ha certo in alcun modo contribuito a cambiare il mutamento di nome. Nel 1995, infatti, lo Shiv Sena, un partito nazionalista indù che all’epoca governava lo Stato del Maharashtra, decise di adottare il nome in lingua marathi di Mumbai. Per cancellare le orme di colonizzatori portoghesi e britannici (Bom Bahia, poi Bombay).

Già allora la megalopoli si stringeva addosso al visitatore come un boa e lo seduceva con tutte le promesse del paradiso perduto. In maniera non dissimile da oggi. In una commistione di povertà, di polvere, di stracci e di corruzione alle quali il film The Millionaire allude solo in maniera romantica. Anche se oltre agli slum ci sono anche gli Elephanta Island, un magnifico complesso indù di cinquemila metri quadrati risalente al Quinto secolo, il Taj Mahal Palace& Tower, il primo grande albergo indiano, il Prince of Wales Museum e l’ex Victoria Terminus.

Di questa metropoli ambiziosa, che la new economy sta guidando verso una radicale trasformazione urbanistica, di recente hanno fornito composite descrizioni Gyan Prakash, lo storico di origine indiana, docente a Princeton e Aravind Adiga, l’ex giornalista del Times, vincitore del man Booker Prize nel 2008. Il primo, con “La città color zafferano” (Bruno Mondadori, pp. 288, euro 19,00), attraverso temi, aspetti, spunti apparentemente secondari, indaga ambiti molto eterogenei. Dalla pianificazione urbanistica, al cinema, ai tabloids. Rintracciando la componente emotiva e ideologica che qualifica la città e da essa irradia, sulle orme di quanti, nel corso del Novecento, da Simmel a Benjamin, da Gropius a Le Corbusier, hanno scoperto ed esplorato la dimensione materiale di strade e piazza.

Forse ancora più di quanto riesca Prakash, Adiga nel suo “L’ultimo uomo nella torre,” (Einaudi, pp. 454, euro 20,00) per certi versi, si riallaccia ad un genere, quello della “Mumbai novel”, iniziato nel 1981 con “I figli della mezzanotte” di Salman Rushdie, proseguito, nel 1995, con “Un perfetto equilibrio” di Rohinton Mistri e poi, nel 2006, con “Giochi sacri” di Vikram Chandra.

Adiga, che vive a Mumbai, dimostra di conoscerne i caratteri dominanti. In particolare l’avidità, motore perpetuo che alimenta progresso, crescita e boom edilizio. Attraverso l’acquisizione di nuovo terreno, spesso strappato ai poveri abitanti delle baracche da politici e palazzinari senza scrupoli. E’ anche sulla possibilità di sanare questa contrapposizione estrema che la megalopoli indiana si gioca il futuro. Per ora continua ad essere la città delle gru, che lavorano giorno e notte per costruire grattacieli lussuosissimi, ma anche quella delle squadre di straccioni che demoliscono con mezzi di fortuna edifici nei quali la quantità di amianto è altissima. Una parte d’India, brutalmente, reale. Resa possibile da eccessi e mancanze. Un microcosmo in cui il declino del sistema di caste non corrisponde a una crescita della giustizia sociale. Ma nel quale, anche, il vuoto del governo rende possibile l’impossibile.

Un racconto, quello de “L’ultimo uomo nella torre”, nel quale a parlare sono i personaggi che lo realizzano. Attraverso le loro vicende, la loro “storia”, Adiga, “il Dickens postmoderno del subcontinente”, vuole raccontare Mumbai. Quelle figure, spesso in chiaroscuro, diventano quasi paradigma di una categoria, di un settore della società e parte fisica del centro urbano.

Così trovano posto, uno dietro l’altro, vari personaggi, tra cui Mastery, un professore in pensione, per certi versi orfano di affetti, che abita in una delle due torri della Vishram Society, un condominio posto tra lo slum di Vakola e l’aeroporto. “La nonna di tutti i caseggiati”, palazzo in due blocchi realizzato alla fine degli anni Cinquanta. Un luogo che, nonostante il degrado, rimane attrattivo. Ma minacciato dal sopraggiungere di Dharmen Shah, un palazzinaro intenzionato ad acquistare l’immobile, per abbatterlo e, quindi, costruire al suo posto un complesso in stile gotico, “Confidence Shanghai”. Shah usa le armi a sua disposizione. Il denaro, innanzitutto. Argomento sufficientemente convincente con i giovani abitanti della Torre B e quelli della A. A resistere e dunque, a dover subire angherie di ogni tipo, sono il vecchio Masterji e pochi sodali.

I soldi sembrano essere il passepartout per raggiungere quel che ci si prefigge. In nome di questo sembrano perfino sfumarsi le differenze tra “lecito” e “illecito”, tra “Bene” e “Male”. Ma anche questa costruzione è illusoria. L’ingegneria ha le sue regole. Non è possibile realizzare un grattacielo privo delle necessarie opere di fondazione. Allo stesso modo la società non può prescindere da alcuni punti fermi. Altrimenti il rischio è che collassi tutto. Proprio quello che rischia l’indiana Mumbai, ancora sospesa tra edifici straordinari e le infinite baraccopoli dei suoi sobborghi.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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