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Diffamazione, conoscere per riformare/.2

– Senza voler indugiare sul tema della prova liberatoria quale causa di esclusione della punibilità in caso di accertamento della verità del fatto, si può dire che trattasi d’un esemplare di evoluzione di una disciplina legislativa col mutare di regime.

L’art.596 nella sua formulazione risalente al 1930 escludeva tale prova, con il d.lgt del 14 settembre 1944, n. 288 furono previste ipotesi determinate in cui consentire l’exceptio veritatis, consentendo una certa apertura all’efficacia “scusante” della verità, generalmente preclusa nei regimi autoritari non certo disponibili alla critica ed alla formazione di una opinione pubblica diversa da quella ufficiale.

Tali maglie sono state ulteriormente allargate, in via interpretativa, con l’avvento della Costituzione repubblicana ed in particolare con l’art.21 che sancisce la libertà di manifestazione del pensiero e di stampa e dal quale si può ricavare in via interpretativa anche la libertà d’informazione.
L’avvento dell’art. 21 cost. ha conferito maggior carica esimente alla causa di giustificazione prevista dall’art. 51 c.p.; in definitiva, l’esercizio del diritto di cronaca o del diritto di critica possono essere cause di giustificazione di determinati fatti normalmente riconducibili al delitto di diffamazione. Come dire che il fatto sussiste ma non è previsto dalla legge come reato perché costituisce esercizio di un diritto, e nessuno può essere punito per aver esercitato un diritto (cd. Principio di non contraddizione dell’ordinamento).

Tuttavia, non si può considerare ogni scritto come “scudato” dal dettato della Carta Costituzionale in nome del diritto di cronaca o del diritto di critica. Esistono infatti dei parametri ricavati dalla giurisprudenza onde vagliare la liceità di certe forme d’espressione che potrebbero in astratto essere ritenute diffamatorie.

In primo luogo è necessario che la notizia oggetto di cronaca sia vera. Se manca questo elemento non ha neppure senso parlare di cronaca. Almeno nei suoi elementi essenziali, deve esserci corrispondenza tra la vicenda narrata ed il fatto realmente accaduto, affinché possa formarsi l’opinione pubblica (Cass. Pen. Sez. Un. n. 1944/1983). Le informazioni ulteriori rispetto al nucleo essenziale della notizia possono anche non essere precise, ma solo se si tratta di dati irrilevanti, ossia non utili ai fini della formazione dell’opinione pubblica sul punto. Secondo le interpretazioni meno severe, entro una certa misura tale requisito può essere relativizzato, purché vi sia una verifica dei fatti oggetto di notizia improntata ai criteri di professionalità e prudenza nella ricerca delle fonti nonché nella valutazioni delle informazioni. L’eventuale errore sulla verità dei fatti può configurare la scriminante putativa ex art. 59 ult. comma c.p. – sulla quale, tuttavia, non pare il caso di divagare in questa sede.

Peraltro, non è sufficiente ad escludere la diffamazione la mera formula dubitativa della notizia. Integrano il reato di diffamazione anche le espressioni insinuanti, allusive, sottintese, ambigue o suggestionanti qualora, nel caso di specie, si traducano in modalità surrettizie per indurre il lettore a ritenere come vere notizie assolutamente non accertate (Cass. Pen. Sez. V n. 8848/92).

La verità consiste anche nella completezza della notizia. Il giornalista deve far confluire nella cronaca tutti gli elementi di cui dispone, senza escluderne alcuni che possono essere determinanti al fine di cambiare la portata dell’informazione o le riflessioni che ne possono conseguire (Si veda Cass. Pen. Sez. V n. 44024/10 relativa al fatto di un giornalista che nel sostenere l’aumento del tasso di mortalità in un certo reparto di chirurgia di un ospedale aveva omesso di riportare le risultanze di una indagine che ne era conseguita i cui esiti erano tali da escludere la responsabilità del primario).

Per quanto riguarda il diritto di critica, occorre precisare subito che la critica, di per sé, consiste nell’espressione di un giudizio di valore più che nella narrazione di fatti. Di conseguenza, il requisito della verità in senso oggettivo risulta più “sfumato” ed è in genere vagliato con minor rigore, trattandosi di una modalità di espressione che presenta una maggiore componente valutativa e libertà dialettica rispetto alla cronaca. Ciò non significa, per dirla con Mantovani, che essa possa “trasmodare” fino a divenire pura invenzione, mera immaginazione o fantacritica. Sarà ammesso, di conseguenza, un linguaggio pure vivace o arguto, pungente o polemico, persino acrimonioso, purché non si traduca in un travisamento palese della realtà, strumentale ad un mero attacco personale diretto a colpire su un piano individuale la sfera morale del soggetto criticato, per cui non è diffamatorio, per esempio, definire “bulimia istruttoria” lo svolgimento di alcune indagini dirette da un PM, trattandosi di un commento colorito sulle indagini e non sulla persona del magistrato (Cass. Pen. Sez. V n. 2247/05).

Tra l’altro, l’opinione deve essere manifesta e non sostituire la narrazione del fatto attraverso un intenzionale travisamento o manipolazione (Cass. Pen. Sez. V n. 19334/04), posto che nessuna personale visione di una vicenda che produca discredito per qualcuno può essere giustificata dal legittimo esercizio del diritto di critica, se tale visione muove da una interpretazione soggettiva dei fatti opposta alla verità (Cass. Pen. Sez. V n 7419/10).

In tema di diffamazione nei confronti di un magistrato, ad esempio, gli ermellini hanno ritenuto che il provvedimento giudiziario possa essere oggetto di critica anche aspra in ragione dell’opinabilità degli argomenti giuridici a sostegno, ma non può ritenersi critica legittima quella che apertamente sfocia nel dileggio e nell’attacco virulento (Cass. Pen. Sez. V n. 2066/09) o quella che presenta il provvedimento giudiziario come frutto di un complotto, poiché in tal caso non si manifesta una opinione dissenziente (più o meno motivata), bensì un ulteriore e diverso fatto che deve essere puntualmente provato (Cass. Pen. Sez. V n. 4/95).

Non si nasconde che tale rigore metodologico comporti un’operazione oggettivamente difficile in un momento storico in cui la componente valutativa rischia di prendere il sopravvento sul fatto, vista anche la confusione tra il ruolo del politico e quello del giornalista nonché la spettacolarizzazione dei procedimenti penali finanche nella fase delle indagini, spesso a scapito del rigore tecnico e delle più elementari norme deontologiche, ed in spregio persino della genuinità dell’amministrazione della giustizia.

L’ulteriore requisito dell’interesse pubblico (cd. pertinenza) è identico sia per quanto riguarda il diritto di cronaca sia per il diritto di critica, e consiste nel rilievo sociale o morale dei fatti narrati o delle opinioni espresse per la società di riferimento in un determinato periodo storico. In questo senso, non sempre il puro pettegolezzo può trovare ospitalità nell’esercizio del diritto. A titolo d’esempio, sarà generalmente più difficile che possa essere qualificato come diffamatorio un servizio giornalistico sull’abbigliamento intimo o sulla sfera sentimentale di un soggetto la cui fama si fonda sul gossip, rispetto al medesimo servizio effettuato su un magistrato fuori dalle sue funzioni.

Infine, il requisito della formale correttezza dell’esposizione (o continenza), consiste nella forma leale, civile, non aggressiva della cronaca o della critica, ossia priva di trucchi linguistici usati per suggestionare o insinuare sospetti nell’opinione pubblica.
In sintesi, il giornalismo scevro da espressioni diffamatorie non è una chimera, come non lo è il bilanciamento tra libertà di manifestazione del proprio pensiero e dignità umana: i canoni interpretativi ci vengono offerti dalla giurisprudenza e sono oggetto di elaborazioni dottrinali. Forse è necessario l’intervento del legislatore, purché non lo faccia sulla scorta delle emozioni o delle emergenze (anche perché, si sa, queste cambiano repentinamente segno e direzione in base ai casi concreti).

Quel che è certo è la necessità di una professionalità rispettosa del nucleo di veridicità della notizia, in mancanza del quale la pur legittima critica si trasforma in pura congettura ed occasione di dileggio, mistificazione e battaglie personali. Anche il dissenso deve essere espresso in modo ragionato attraverso l’opinione – di per sé mai punita a titolo di diffamazione. Esso, tuttavia, non può consistere in un’aggressione gratuita del soggetto interessato e della sua reputazione, che metta in rilievo la sua presunta inadeguatezza personale (cd. argumentum ad hominem), piuttosto che in una critica sulle azioni o sui programmi (si vedano i seguenti interessanti arresti giurisprudenziali: Cass. Civ. Sez. III n. 603117/08, Cass. Pen. Sez V. n. 43403/09 e n. 7990/98 che ha escluso che possa rientrare nel diritto di critica politica o di satira l’accusa di “avere un diesel fumoso al posto del cervello”).

Il sospetto che aleggia in tutti i casi di diffamazione, in realtà, è che il soggetto che si dichiara vittima di diffamazione voglia usare la minaccia della querela per mere finalità ritorsive o intimidatorie. Si pensi alla recente querelle Ostuni-Carofiglio in cui quest’ultimo, magistrato, parlamentare ed anche scrittore si è visto descrivere in un certo modo da un suo concorrente in ambito editoriale (il lettore potrà autonomamente farsi un’opinione, nel merito, sulla scorta dei criteri giurisprudenziali accennati innanzi). Ebbene, a chi scrive non pare che il predetto “sospetto” di ritorsione possa essere eliminato dal fatto che Carofiglio abbia deciso di ottenere tutela solo sul piano civilistico, chiedendo direttamente una somma a titolo di risarcimento, senza querelare il suo presunto diffamatore (quindi senza portare all’incardinazione di un procedimento penale a carico di quest’ultimo).

Ciò dimostra che non si può ritenere decisivo l’argomento di chi propone la depenalizzazione come soluzione di tutti i mali possibili. I confronti con Paesi in cui la diffamazione non è prevista come reato non persuadono, perché mancano di comprendere nella valutazione le differenze che riguardano il sistema risarcitorio in sede civile. In altri ordinamenti (oggi specialmente in quelli di common law, un tempo anche nel diritto romano classico) il risarcimento del danno non ha solo natura ripristinatoria ma anche natura punitiva (cd. Punitive damages), costituendo una sorta di pena privata. Questo significa richieste di risarcimento molto più elevate, svincolate dal danno e dal suo accertamento mediante l’esercizio dell’onere di allegazione e dell’onere della prova da parte di chi si ritiene diffamato.

Vi sono potenziali diffamatori sui quali la possibile querela ed il procedimento penale che ne consegue è come una spada di Damocle. Parliamo di giovani che operano nel settore del giornalismo o di professionisti che non hanno le spalle coperte da un solido gruppo editoriale. Gli stessi non sono certo alleggeriti dalla prospettiva di dover rispondere solo in sede civile con il risarcimento del danno, che potrebbe facilmente essere di gran lunga fuori dalla loro portata.

D’altra parte esistono anche potenziali diffamatori che semplicemente mettono in conto il prezzo dell’altrui dignità, e considerano la monetizzazione del dolore come se fosse un costo di produzione. Queste persone potrebbero arretrare solo davanti alla minaccia di una condanna vera e certa, di natura detentiva. Questo, in assenza di misure interdittive realmente efficaci per certe categorie di giornalisti.

Sull’altro versante vi sono potenziali diffamati sprovvisti di tutti gli strumenti, a partire da quelli economici, per puntare ad una effettiva tutela della propria reputazione in sede civile. Si tratta di soggetti emarginati o magari inquisiti e per questo dileggiati, insultati, sbattuti in prima pagina, presentati come mostri (magari solo per un giorno) e dati in pasto alla folla. Parlare di “reato d’opinione”, in casi di tal sorta, è fuorviante. Non è raro apprendere di esistenze drammaticamente sconvolte (o finite) per il solo sospetto creato in loro danno dai media che, talvolta, rappresenta de facto una condanna a morte.

Dall’altra parte vi è chi usa la querela solo per abusare dei propri diritti e cioè per difendersi da critiche legittime, ma non gradite, o per rendersi indenne da inchieste giornalistiche penetranti. Si tratta di casi limite dei quali deve tenersi debitamente conto.

Ciò che è necessario, quindi, è soprattutto trovare un punto di equilibrio tra esigenze di tutela così diverse, in modo da garantire i diritti dei soggetti coinvolti e non consentirne un esercizio distorto o strumentale. A tal fine, non è detto che una operazione interpretativa sul diritto vigente possa bastare. Ma non si può nemmeno dare per scontato che la depenalizzazione o la diminuzione dell’entità o della tipologie delle pene renda più “giusto” il sistema.

Link alla prima parte dell’approfondimento


Autore: Davide Piancone

Nato in Puglia nel 1985, ha studiato giurisprudenza e conseguito il diploma di SSPL, approfondendo i temi dei diritti fondamentali, immigrazione e commercio internazionale. Fa parte dell'associazione Punto Lib, composta da giovani pugliesi liberali.

One Response to “Diffamazione, conoscere per riformare/.2”

  1. creonte scrive:

    proprio un bell’articolo.

    e tra le tante cose, trovo corretto sottolineare il fatto che la pena detentiva può essere ben più corretta (sia in positivo che in negativo per il reo).
    un sistema basato solo su risarciemnti monetari rischia di creare un sistema poco utile di autocensure e di assicurazioni professionali

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