Le crisi di coscienza di un euroscettico liberale

– Se in molti paesi per moltissimi anni si è dibattuto sul “modello di Europa”, solo di recente in Italia si è abbandonato l’unanimismo europeista ed hanno cominciato a delinearsi davvero posizioni politiche differenziate rispetto all’Unione Europea.
Tra queste posizioni appare, però, sostanzialmente assente quella dell’euroscettismo liberale e questo fa sì che i liberali che non si riconoscono nel progetto di unità politica continentale abbiano difficoltà a trovare un’effettiva rappresentanza nell’offerta politica attuale.

In effetti il più delle volte, in Italia, chi sostiene politiche di stampo relativamente liberale in vari ambiti dell’economia e della società tende, in pratica, a sostenere anche il processo di integrazione politica a livello europeo.
Questa posizione europeista si spiega con la convinzione che l’appartenenza alla UE può da un lato garantire un quadro di generale stabilità, dall’altro condizionare maggiormente il governo nazionale ad una maggiore responsabilità contabile ed all’implementazione di alcune riforme. C’è anche il timore che l’abbandono del progetto di unione politica possa condurre alcuni paesi a pericolosi ripiegamenti protezionisti, compromettendo il percorso che è stato portato avanti negli ultimi decenni per addivenire ad un mercato comune.

Il problema è che, una volta creato un potere politico europeo, questo sarà necessariamente “esercitato” e rischia di esserlo in maniera sempre più intrusiva rispetto alle relazioni economiche, nella misura in cui l’Europa politica sarà conquistata dalle classiche dinamiche politiche della democrazia maggioritaria – cioè l’acquisto del consenso politico attraverso la spesa e la redistribuzione della ricchezza.

Una democrazia unica europea, nei fatti, priverebbe i paesi virtuosi del potere negoziale che oggi detengono, incentivando all’atto pratico scenari di azzardo morale a livello dei singoli governi nazionali. Insomma l’Europa non moralizzerebbe i PIGS, ma al contrario semplicemente consentirebbe loro di “votarsi” gli aiuti tedeschi senza dover offrire reali garanzie in cambio – e potrebbe persino finire per trasformare in assistiti paesi relativamente poveri ma per lo meno politicamente sani, come quelli dell’Europa dell’Est.
Allo stesso tempo l’unità politica continentale eliminerebbe gli esiti liberali della concorrenza normativa e fiscale tra i territori che rappresentano oggi un limite all’invasività della regolamentazione pubblica – e da questo punto di vista preoccupa che lo stesso premier Monti, parlando a Berlino qualche giorno fa abbia sostenuto che tra gli obiettivi dell’Europa unita c’è quello di imbrigliare i mercati e di sottoporli al controllo della politica.

Insomma, la sensazione è che gli europeisti liberali sottovalutino, in nome di probabili vantaggi di breve periodo, le conseguenze di medio-lungo termine del processo di unità politica continentale che rischiano di essere nefaste per le prospettive di libertà economica.

Il problema è che l’antieuropeismo, così come si presenta attualmente, da tutto è ispirato meno che dalla difesa dei princìpi del libero mercato o da una condanna dei guasti statalisti dell’europeismo.
Al contrario la maggior parte di coloro che lanciano strali contro Bruxelles e Francoforte sono portatori di un populismo illiberale e di proposte ispirate a concezioni interventiste, dirigiste e protezioniste.
Quanti attaccano la moneta unica non lo fanno certo per sostenere politiche di maggior rigore monetario, non lo fanno perché vogliono una moneta più forte ed affidabile rispetto all’Euro – che tanto per dare un’idea si è svalutato di un quarto contro il Franco Svizzero  dall’inizio della crisi – , ma semmai perché sognano degli Stati “falsari”, degli Stati che abbiano un diritto illimitato di stampare soldi e di creare moneta dal nulla.

Insomma l’antieuropeismo all’italiana non è animato da un perseguimento dell’eccellenza o comunque di standard più alti rispetto alla media degli altri paesi europei, ma è sostanzialmente la pretesa di un diritto allo “sbracamento” – di un diritto ad essere cialtroni senza essere giudicati dagli altri.
In questo senso più che una secessione dall’Unione Europea quello che certi antieuropeisti cercano è una secessione dal mercato ed una secessione dalla realtà.

E’, naturalmente, una concezione profondamente illusoria, in quanto uscendo dall’UE non saremo certo più esenti dall’essere giudicati, anzi al giudizio dei mercati risulteremmo esposti in maniera piena e totale, senza i paracadute ed i filtri politici che la partecipazione all’Unione ci garantisce. Le politiche sciagurate di svalutazione o di ripudio del debito le pagheremmo carissime, in termini di fuga di capitali, di condizioni di accesso al credito proibitive e di costi spropositati dell’energia e delle materie prime.

Il tasso di statalismo che sta dietro a certe posizioni antieuropeistiche lo si misura anche nel fatto che alcuni politici utilizzano la polemica euroscettica come arma di pressione a favore di un maggiore interventismo a livello europeo. Il concetto di fondo è che serve più Stato ed un maggior controllo politico sull’economia e sulla moneta – se l’Europa se ne fa carico bene, altrimenti lo statalismo va implementato a livello nazionale. E’ la posizione di Berlusconi quando sostiene, come ha fatto anche questa settimana, che “o l’Europa stampa soldi o li stampiamo noi”.

Sia la posizione europeista, sia quella dell’antieuropeismo populista hanno evidenti elementi di debolezza; eppure sono abbastanza comode da sostenere in questa fase, in quanto entrambe promettono una rendita immediata.
La promessa implicita degli europeisti è quella di poter approfittare della maggiore solidità dei paesi dell’Europa del Nord e delle garanzie offerte dalla UE nel suo complesso per ripianare i nostri buchi e per tenere bassi i tassi di interesse sul nostro debito.
La promessa di molti antieuropeisti è invece quella di “liberare” l’Italia dai vincoli di rigore imposti dall’appartenenza all’Europa politica.

E’ evidente che è proprio la posizione dell’euroscetticismo liberale ad essere la meno appetibile dal punto di vista del marketing politico spicciolo, perché è l’unica che inchioda il paese ad una piena accountability, l’unica che non vende bailout (come fanno gli europeisti) né illusioni a buon mercato (come Berlusconi e Grillo). Proprio, per questo, è la posizione più ardua da comunicare e che più difficilmente potrà risultare maggioritaria.

Per questo i liberali euroscettici si trovano molto spesso nella situazione scomoda di dover scegliere, in molti casi, il male minore. Si tratta, in altre parole, di scegliere se stare con chi dice la cosa sbagliata (più unità politica) per le “ragioni giuste” (cioè perché comunque si riconosce nell’integrazione economica ed in alcuni princìpi liberali di fondo) oppure chi dice la cosa giusta (meno Europa) per le “ragioni sbagliate” (cioè in nome della demagogia “antimercatista”).

Non è una scelta facile anche se, tutto sommato, nell’immediato è più efficiente stare con i primi, perché per lo meno si parla su tante questioni un linguaggio comune, più razionale e più lontano dalle suggestioni populiste e dalle teorie del complotto. Conviene stare con i liberali europeisti, piuttosto che con antieuropeisti apertamente antiliberali, perché vi sono oggi nell’agenda economica e sociale questioni assolutamente non procrastinabili sulle quali non possiamo assolutamente permetterci di veder prevalere posizioni da “socialismo nazionale”.

Eppure la questione del modello di Europa andrà seriamente posta all’interno dell’area liberale e riformatrice, per affermare le ragioni di un’Europa plurale dal punto di vista istituzionale, fiscale e normativo e la superiore efficienza della competizione tra territori nel favorire gli obiettivi che ci stanno più a cuore, cioè l’affermazione dei princìpi del libero mercato, del governo limitato e della libertà individuale.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

3 Responses to “Le crisi di coscienza di un euroscettico liberale”

  1. MauroLIB scrive:

    Caro Marco Faraci,

    posso dirti come ho fatto io a risolvere il conflitto che ti arrovella. Semplicemente ho smesso di essere liberale e sono diventato libertario.

    Il libertarismo risolve un sacco di conflitti logici, però non fa bene alle arterie …

    In bocca al lupo!

  2. luciano pontiroli scrive:

    In linea di principio, i Trattati europeo offrono maggiore garanzia contro lo statalismo perché mantengono viva l’opzione per l’economia di mercato, ancorché “sociale” (art. 3.2 Trattato UE), mentre l’art. 41 Cost. permette una programmazione economica che indirizzi l’attività eeconomica a fini sociali.
    L’invadenza della burocrazia comunitaria incontra un limite più netto.

  3. Andrea B. scrive:

    Chiamatela Europa, chiamatelo stato nazionale la musica non cambia: è sempre il leviatano contro l’individuo…

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