Fanno tutti tattica nell’area di mezzo, nessuno pensa alla strategia

di PIERCAMILLO FALASCA – Quindi che fa Montezemolo? E Passera che pensa in realtà? Ma la cosa di Casini e Fini? E Giannino come si colloca? Monti che dice? Tutte domande senza senso, molto spesso perché nemmeno i diretti interessati avrebbero una risposta.

La verità è che il sistema politico italiano arriva alla prossima campagna elettorale letteralmente allo sbando. La Seconda Repubblica, abusando di istituzioni concepite per un altro modello, quello elaborato per un’Italia profondamente diversa dai padri costituenti del dopoguerra, ne ha completamente svuotato il senso e l’efficacia. Non siamo più una repubblica parlamentare, né siamo un modello presidenziale. Non abbiamo partiti politici funzionanti, né mezzi d’informazione adeguati al dibattito plurale di una società contemporanea. La stagnazione economica e sociale, impoverendo gli italiani, precludendo ai più giovani le opportunità e la mobilità di cui godono di più e meglio i loro coetanei europei, ha finito per incattivire l’opinione pubblica, allontanandola ancora di più dallo spazio della polis.

I regimi autoritari, in fondo, arrivano in situazioni di questo tipo. Lo sfascismo raccoglie consensi insperati, con le sue istanze di palingenesi, di pulizia morale, di cacciata degli occupanti. D’altro canto, l’istinto di autoconservazione rende davvero difficile che le forze politiche, pur delegittimate, riescano a riformarsi profondamente e quanto servirebbe. In un quadro a tinte fosche, c’è il disagio di milioni di persone nate e cresciute negli anni confusi e inconcludenti del berlusconismo e dell’antiberlusconismo, prive di una vera rappresentanza politica, quasi sempre incapaci di innamorarsi di organizzazioni di partito autoreferenziali.

Matteo Renzi, con cento difetti e mille ambiguità, fa oggi da catalizzatore delle istanze di novità in un partito politico, ma dovremmo dire in un’ampia area culturale e sociale del paese. Il PD – grazie anzitutto a Walter Veltroni, bisognerà riconoscerlo un giorno – è l’unico partito che ha affrontato il tema complesso del suo funzionamento interno, delle regole formali e sostanziali che ne sovrintendono la vita associativa. E’ tutto molto confuso e mutevole, ma le primarie non tramonteranno come metodo di soluzione dei candidati, anzi sono inevitabilmente destinate a consolidarsi, entrando nella mente e nelle aspettative degli italiani. Di tutti gli elettori italiani, non solo di quelli del PD o del centrosinistra.

Nel resto del campo politico, nell’area di mezzo alternativa al PD e al PDL, c’è chi pensa di sopire la domanda di rinnovamento, di trasparenza e di merito con la sintesi del “montismo” o del “Monti-bis”, chiedendo al Professore, dopo avergli chiesto di commissariale il governo e la politica economica di questo scorcio di XVI legislatura, di fare da paravento, da alibi al cambiamento delle forme e delle formule. Il Monti-bis può forse essere un’eventualità, se nessuna delle forze politiche dovesse raccogliere la maggioranza nelle due Camere, ma non può essere un obiettivo. Monti al governo dopo il 2013 farebbe con ogni probabilità meglio di quanto farebbe ogni altro, ma non si può puntare sul pareggio alle elezioni: la vocazione maggioritaria è ciò che contraddistingue i partiti delle democrazie compiute, che siano grandi o piccoli.

La partita di Renzi, nel bene o nel male, è la “classica”  e bella partita, consueta in Europa e negli Stati Uniti, di un giovane leader che prova a scalare un partito e a rinnovarne la qualità della proposta politica. Vincerà o perderà, avrà contribuito a fare del PD un partito più maturo, ma non lo muterà geneticamente: è il PD, è fatto da quelli “di sinistra”, è il coacervo di una cultura e di un approccio alla vita che ce l’ha chi ce l’ha e non ce l’ha chi non ce l’ha. Se pure vincesse le primarie, il PD sarebbe sempre il PD, Fassina incluso. Inutile illudersi troppo.

Noi che che quell’approccio di vita non ce l’abbiamo, vorremmo avere la nostra di casa, con le sue regole e la sua vivibilità. Di regole e metodi di partecipazione, finora, non ne parla nessuno. Insomma, quelli come il sottoscritto che dicono di volere il “partito che non c’è”, lo vogliono davvero, non fanno tattica pre-elettorale come stanno purtroppo facendo, con argomenti diversi, tutti i personaggi citati in testa all’articolo.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

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