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Diffamazione: conoscere per riformare/.1

– In una società in cui la personalità di ciascuno si espande in una quantità sempre crescente di dimensioni, ed è facile rendere pubblici sempre maggiori e più rilevanti aspetti della propria vita e di quella degli altri, la dignità sociale quale diritto inviolabile dell’uomo riconosciuto dalla Costituzione (art.2) necessita di sempre maggiori ed efficaci strumenti di tutela.

Il presidio massimo offerto dall’ordinamento, a tutela dell’onore e della dignità della persona, non solo in Italia, ha carattere penale ed è rappresentato, tra gli altri, dal delitto di diffamazione previsto e punito ai sensi dell’art.595 c.p.
È bene anticipare sin d’ora che il delitto di diffamazione non è ontologicamente contrapposto alle libertà costituzionali (di pensiero, di stampa, di critica…). Esso, difatti, è posto proprio a protezione di diritti riconosciuti dalla Carta Costituzionale (senza dimenticare l’art. 10 comma 2 Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali nonché l’art. 1 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea). Di conseguenza, non si può prescindere dal bilanciamento tra diritti di pari rango, non potendosi in via astratta escludere o sacrificare uno dei due interessi in gioco in favore dell’altro.

In termini generali, si deve innanzitutto chiarire che la diffamazione non è un mero reato d’opinione. Esiste infatti una vittima ben precisa che affida mediante querela al processo penale la tutela della propria personalità, ben potendo anche optare solo per la tutela in sede civile.
Nella sua forma base (art. 595 comma 1 c.p.), come riformata dal d.lg. 28 agosto 2000, n.274, il reato di cui si discute ha portata piuttosto lieve, essendo di competenza del Giudice di Pace che può comminare solo una multa da euro 258 ad euro 2.582 o permanenza domiciliare da sei giorni a trenta giorni o il lavoro di pubblica utilità da dieci giorni a tre mesi, fermi restando i possibili esiti dell’esclusione della procedibilità per la particolare tenuità del fatto nonché dell’estinzione del reato conseguente a condotte riparatorie.

Solo nell’aggravante (art. 595 comma 3 c.p.) è prevista oltre alla multa anche la reclusione da sei mesi a tre anni. Per la precisione, si tratta dell’ipotesi aggravata di diffamazione effettuata col mezzo della stampa, di atto pubblico o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, di competenza del Tribunale in composizione monocratica. Una circostanza aggravante complessa è stata introdotta dall’art. 13, L.8 febbraio 1948, n. 47 per le fattispecie di concorso tra l’aggravante in commento e quella dell’attribuzione di un fatto determinato al diffamato (già prevista dall’art. 595 comma 2 c.p.). Sicché, è ulteriormente gravoso il trattamento sanzionatorio per il diffamatore a mezzo stampa che attribuisca un fatto non vero al diffamato.

La diffamazione (anche nelle sue forme aggravate) è un delitto comune nel senso che può essere commesso da chiunque, non solo dai giornalisti, anche se, per quanto riguarda la stampa periodica, la responsabilità per omesso controllo e a titolo di colpa è estesa, oltre a chi ha materialmente scritto l’articolo diffamatorio, anche al direttore responsabile, ai sensi dell’art. 57 c.p., nella sua posizione di garanzia, ove non abbia fatto quanto in suo potere per prevenire la diffusione di notizie non rispondenti al vero, prescrivendo e imponendo regole e controlli di accuratezza, fedeltà ed imparzialità rispetto alla fonte-notizia (Cass. Pen. Sez. I 48119/09).

L’estrema facilità nonché l’ampia portata delle comunicazioni virtuali ha reso negli ultimi anni estremamente attuale e di allarme sociale il tema della diffamazione sul web, tanto da suscitare una serie di proposte di equiparazione, anche ai fini della responsabilità del direttore, tra giornale stampato e giornale online. Cosa attualmente impraticabile, in ragione dell’ impossibilità di estendere l’interpretazione delle norme incriminatrici a casi non espressamente previsti dal legislatore (cd. Divieto di analogia in malam partem) e in particolare di “adattare” al caso in specie l’art. 1, L.8 febbraio 1948, n. 47 che definisce il concetto di stampa.

Al di là dell’insuccesso delle iniziative in parola, non si può non osservare che sempre maggiori sono le spinte verso una criminalizzazione dell’espressione in forma virtuale, quindi addirittura di estendere la portata dell’attuale presidio penale costituito dal reato di diffamazione.
La condotta incriminata consiste nell’offesa realizzata davanti ad almeno due persone ma in assenza del diffamato, lesiva della reputazione intesa come riflesso dell’onore sul piano oggettivo, individuabile nel patrimonio morale costituito dall’altrui considerazione ma soprattutto come dignità sociale, appartenente a tutti e non solo a coloro i quali hanno già avuto modo di suscitare una considerazione sociale presso gruppi di riferimento.

In questo modo è punibile sia chi lede la reputazione commerciale di un imprenditore notorio per il suo operare in un determinato settore, sia chi pregiudica la reputazione professionale di un certo medico, sia chi pubblicamente disprezza un perfetto sconosciuto, salvo l’applicazione dell’aggravante (art. 595 comma 4) che prevede un aumento di pena in caso d’offesa recata a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario o ad una sua rappresentanza o ad una Autorità costituita in collegio in ragione della lesione del prestigio del ruolo ricoperto. Non necessaria, peraltro, l’individuazione puntuale del soggetto diffamato, ritenendosi sufficiente che sia individuabile in modo agevole e sicuro.

L’offesa in se considerata non basta. Occorre altresì che ogni elemento tratteggiato innanzi sia al centro della volizione e della previsione dell’agente diffamatore. Si parla di animus diffamandi per descrivere il dolo necessario ai fini della configurabilità del delitto di diffamazione. Fino ad una pronuncia di fine anni Ottanta in cui si è valorizzato proprio l’aspetto del dolo (Cass. Pen. Sez. V n. 1349/87) vi era il concreto rischio persino di essere ritenuti diffamatori per aver riferito al pubblico una affermazione presente in una rivendicazione terroristica, o per aver virgolettato e riportato le espressioni chiaramente diffamatorie pronunciate da altri.

In altre parole, è necessaria quantomeno l’assunzione del rischio di pregiudicare l’altrui reputazione comunicando con due o più persone, in modo da ritenere quantomeno eventuale la messa in pericolo del bene giuridico protetto. La Suprema Corte (Cass. Pen. Sez. VI n. 3971/79) ha persino avuto modo di affermare che il dolo nella diffamazione sussiste anche se il fatto affermato è percepito come vero dall’agente allorché questi preordini una sua divulgazione al mero fine di pregiudicare la reputazione di una persona che si intende prendere di mira. Persino l’accostamento tra notizie vere può essere ricondotto al delitto di diffamazione, purché la giustapposizione consenta di ricavare in via deduttiva un significato ulteriore che trascende le singole notizie ma che non può essere dimostrato come vero (Cass. Pen. Sez. V n. 21234/01).

Sono da evitare quelle interpretazioni “oggettivizzanti” (ex plurimis, Cass. Pen. Sez. V n. 11663/97) che tendono ad appiattire il dolo ritenendone sintomatica l’intrinseca ed inequivoca carica offensiva delle parole utilizzate per la diffamazione. Sicché, non devono trovare spazio interpretazioni del dolo in re ipsa, essendo necessario che sia data specifica prova della volontà di agire in spregio dell’altrui reputazione o di correre il predetto rischio. Le intenzioni di chi usa certe espressioni ancorché intrinsecamente diffamatorie dovrebbero essere approfondite ed indagate, onde evitare interpretazioni non ossequiose del principio di personalità sancito dalla Costituzione (art.27).

(1./continua)


Autore: Davide Piancone

Nato in Puglia nel 1985, ha studiato giurisprudenza e conseguito il diploma di SSPL, approfondendo i temi dei diritti fondamentali, immigrazione e commercio internazionale. Fa parte dell'associazione Punto Lib, composta da giovani pugliesi liberali.

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  1. […] Ciò che è necessario, quindi, è soprattutto trovare un punto di equilibrio tra esigenze di tutela così diverse, in modo da garantire i diritti dei soggetti coinvolti e non consentirne un esercizio distorto o strumentale. A tal fine, non è detto che una operazione interpretativa sul diritto vigente possa bastare. Ma non si può nemmeno dare per scontato che la depenalizzazione o la diminuzione dell’entità o della tipologie delle pene renda più “giusto” il sistema. Link alla prima parte dell’approfondimento […]