di CARMELO PALMA – Della (presunta) lettera di Lavitola a Berlusconi che ieri la stampa ha reso nota non si può dare per scontato nulla. Dei traffici del faccendiere dei due mondi una sola cosa è certa, che in lui l’autentico e il posticcio, il vero e il falso, il servizio e il raggiro non solo si equivalgono, ma si identificano.

Del personaggio che scelse il suo autore, Berlusconi, prima che l’autore scegliesse il personaggio e la sua disordinata e disponibile militanza, non ci si può fidare, perché non ci si può rendere ragione secondo il senso e la morale comune. E di quante trappole abbia disseminato il suo cammino, con l’idea di salvarsi e col risultato di fottersi, non ci si può fare l’idea, perché quale fosse l’idea di Lavitola (fare soldi, fare fortuna, fare fessi gli altri…) neppure Lavitola forse lo sa e lo vuole sapere.

La lettera rintracciata sul pc di un presunto complice è al 100% di Lavitola, anche se è falsa. Un pizzino non è mai una confessione, è qualcosa di più, ma anche di meno e non sempre “conosce” il suo destinatario finale. E’ un’ottima pista, anche se è un depistaggio, come nella vicenda della casa di Montecarlo, in cui non si è inventato il fatto, ma il misfatto, facendo della trave nell’occhio di un cognato l’albero per il cappio dell’altro, con la provvidenza delle carte “segrete” che Lavitola su e giù dal Sudamerica generosamente rendeva disponibili e Frattini, suo malgrado o sua sponte, ufficializzava in Senato, inaugurando di fatto la stagione della diffamazione di Stato.

Di quel tornante della storia italiana in cui l’anomalia berlusconiana e la “normalità” finiana finirono ai ferri corti e segnarono la rottura definitiva della compagine del centro-destra e la dissoluzione del PdL, non si può purtroppo dare una lettura solo politica. Questo – ha ragione Fini – è il giudizio politicamente più definitivo e severo sulla stagione berlusconiana.  E anche il più doloroso per chi, per oltre quindici anni, ha resistito (giustamente e senza pentimenti) ad una lettura banalmente “criminologica” della Seconda Repubblica e del successo del suo protagonista.

Occorre aspettare che la giustizia faccia il suo corso per capire se in tutto questo Lavitola o Berlusconi meritino la condanna di un tribunale e se l’indice delle imprese dell’ambasciatore tuttofare, che la lettera accuratamente ricapitola, rilevi, come usa dire, a fini penali o appartenga al repertorio delle millanterie di cui il personaggio è certamente capace. Ma che Berlusconi abbia la responsabilità di aver messo la vita delle istituzioni e della politica italiana nelle mani di Lavitola, sputtanandola e sputtanandosi davanti all’universo mondo, non occorre aspettare la Cassazione per comprenderlo e per rammaricarsene.