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Google Brasile, l’eterna lotta ai contenuti proibiti


Ancora una volta, Google è nel mirino della magistratura: il presidente di Google Brasile, Fabio Josè Silva Coelho, è stato arrestato dalla polizia per colpa di alcuni video caricati su Youtube, ritenuti diffamatori nei confronti di un candidato alle elezioni municipali di Campo Grande, capitale dello Stato del Mato Grosso.

L’arresto segue l’ordinanza di un giudice di Campo Grande del 17 settembre scorso, con la quale veniva imposta la rimozione dei video contenenti “calunnie, ingiurie e diffamazioni” nei confronti del candidato Alcides Bernal. La legge elettorale brasiliana, risalente al 1965, è estremamente severa nel definire il diritto di critica durante le campagne elettorali: sono infatti vietati messaggi (su televisione, radio e Internet) che “offendono la dignità e il decoro” dei candidati.

Questo non è l’unico caso di condanna nell’ambito della tornata amministrativa di ottobre: nello Stato di Paranà, un altro giudice ha condannato Google al pagamento di 500.000 dollari per ogni giorno di ritardo nella rimozione di alcuni video, ritenuti diffamatori nei confronti di un candidato locale. Nello Stato di Paraiba, invece, è stato richiesto l’arresto di un altro dirigente di Google Brasile, Edmundo Luiz Pinto Balthazar, sempre per la mancata rimozione di video “diffamatori” – ma la sentenza è stata annullata da una corte di grado superiore.

E c’è anche spazio per la vicenda Innocence of Muslims: un giudice dello Stato di San Paolo ha dato 10 giorni di tempo a Google per rimuovere il film da Youtube o oscurarlo, pena una multa di 5.000 dollari per ogni giorno di ritardo rispetto al termine previsto.

Delle politiche di rimozione dei contenuti di Google abbiamo già discusso in passato, notando come l’azienda di Mountain View non si sia mai tirata indietro quando si è trattato di dover obbedire alla legge. Tanto meno è una novità che dei dirigenti vengano condannati: in Italia ha fatto storia la sentenza “Google – Vividown”, con due dirigenti condannati in primo grado a sei mesi per violazione della privacy (la pena è stata sospesa perché entrambi erano incensurati, mentre il processo d’appello è iniziato a gennaio 2012).

È però interessante notare come Google abbia ricevuto l’anno scorso, da parte di istituzioni governative brasiliane, ben 418 ordinanze di rimozione di 1.246 contenuti (di cui circa 750 poi effettivamente rimossi). Nel dicembre 2011, si è arrivati addirittura alla chiusura di quattro profili su Orkut (un social network gestito da “Big G” e piuttosto popolare in Brasile), sempre per violazione della legge elettorale citata.

Dorothy Chou, Senior Policy Analyst di Google, ha commentato il 18 giugno scorso: “Abbiamo notato che istituzioni governative di differenti Paesi talvolta ci hanno chiesto di rimuovere contenuti di tipo politico che i nostri utenti hanno postato sui nostri servizi. Abbiamo sperato si trattasse di una aberrazione. Adesso sappiamo che non lo è. […] Questo è allarmante non solo perché la libera espressione è a rischio, ma perché alcune di queste richieste provengono da Paesi che non t’aspetti – democrazie occidentali che tipicamente non sono associate alla censura“.

Queste parole dovrebbero far riflettere sulla sempre più marcata “deriva cinese” da parte dell’Occidente. Sia la lotta alla diffamazione che quella alle violazioni di copyright sono legittime e giuste, ma non possono essere trasformate in “grimaldelli” per limitare (volontariamente o accidentalmente) la libertà d’espressione in Rete. Il Transparency Report di Google parla molto chiaro: spesso viene richiesta la rimozione di video che rientrano pienamente nel diritto di satira (Italia) o di critica (India), o che testimoniano addirittura abusi da parte delle forze di polizia (Stati Uniti).

Come abbiamo già detto, aziende come Google, Twitter e Facebook sono prima di tutto aziende, appunto, e i loro interessi possono non sempre coincidere con la libertà di espressione. Tuttavia, sembra essere arrivato il momento di domandarsi se gli interessi dei Governi coincidano sempre con la libertà di espressione dei singoli, come finora ci è sempre stato assicurato.


Autore: Luca Martinelli

Nato nel 1985 a Benevento, laureato triennale a Roma Tre e magistrale alla LUISS in Scienze Politiche, scrive da quando ha 16 anni e mezzo. Dopo anni passati a far gavetta e studiare, è diventato un giornalista pubblicista freelance. Siccome non ama starsene con le mani in mano, nel suo tempo libero è anche utente di Wikipedia in italiano da più di sette anni.

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