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Una legge sbagliata, una sentenza discutibile. Il caso Sallusti oltre Sallusti

– Sia chiaro, Antonella Romano ha perfettamente ragione.
A conti fatti, la condanna definitiva a 14 mesi di detenzione comminata dalla V Sezione Penale della Corte di Cassazione nei confronti di Alessandro Sallusti sarà la pistola fumante che l’ex direttore del “Il Giornale” sfrutterà nell’aggressiva crociata contro la magistratura italiana.

Lo dimostrano il rifiuto di richiedere misure rieducative in sostituzione della pena detentiva e la spirale di venerazione (#siamotuttisallusti, TT su Twitter) che ha fatto dimenticare le antipatie e difetti dell’osteggiatissimo giornalista, avvezzo all’uso di tecniche giornalistiche a dir poco “aggressive”. Character assasination, titoli urlati e grottescamente votati all’incitamento dei più bassi istinti; Sallusti è uno dei principali rappresentanti di un ben preciso tipo di giornalismo “insano”, quello (non solo di destra e non solo berlusconiano) delle polpette avvelenate e della distruzione mirata.

L’articolo incriminato, peraltro, trova la sua antigiuridicità non in un’opinione eccessivamente spinta o formulata con un linguaggio incontinente, bensì nella totale falsità della notizia trasmessa (ovvero che una ragazzina tredicenne fosse stata costretta ad abortire dai suoi genitori e dal giudice tutelare). Palese è la diffamazione aggravata, e ancor più palese è l’omesso controllo da parte del direttore responsabile (Sallusti, appunto). Da qui si spiega l’applicazione della circostanza aggravante ex art.13 della “Legge sulla Stampa” (47/1948) che prevede la detenzione e la multa (a differenza della diffamazione semplice ex 595 C.P., che permette una scelta tra le due punizioni).

Molto meno chiara (e questo lo ha anche evidenziato nella sua requisitoria il Pg Izzo, che – dando tuttavia per scontata la colpevolezza di Sallusti – ha sottolineato come fosse necessario “rivalutare la mancata concessione delle circostanze attenuanti“, specie per quanto riguarda l’intensità del dolo) è la logica che è soggiaciuta al bilanciamento delle circostanze e al diniego di un annullamento con rinvio, come richiesto dal Pg, per la rivalutazione della concessione delle circostanze attenuanti. Sarebbe bastato riconoscere le attenuanti generiche per “bilanciare” la diffamazione aggravata, tornare alla cornice del 595 CP ed applicare la multa; soprattutto alla luce del fatto che la vicenda (costrizione o meno della minore ad abortire) stentava a delinearsi con chiarezza nei giorni di pubblicazione dell’articolo. Bisognerà attendere le motivazioni, ma la decisione è di per sé inusuale e desta stupore.

Il fatto che la Procura di Milano abbia sospeso l’esecuzione immediata della pena per 30 giorni non lenisce la gravità dell’accaduto. Da una parte, abbiamo un giornalista che – pur criticabilissimo, triviale, aggressivo, e promotore di un giornalismo borderline, nel senso negativo del termine – è stato condannato a 14 mesi di galera. Una pena inimmaginabile per i reati di penna, per quanto possano essere premeditati, furbi (per evitare incriminazioni ben più gravi) e raccapriccianti, che fa a cazzotti con la giurisprudenza CEDU in materia, che sanziona anche l’astratta previsione della pena detentiva (e se Sallusti ricorrerà a Strasburgo, le sanzioni per l’Italia saranno estremamente salate).
Senza infastidire la CEDU, pene del genere sono totalmente antitetiche ad un ordinamento democratico. Dall’altra parte, però, abbiamo un impianto di pene pecuniarie totalmente inadeguate all’offensività del reato.

Questa sentenza dovrebbe spingere le istanze riformiste del reato di diffamazione, ma non in senso “lassista”. Radiazione dall’albo, pene pecuniarie che aumentino progressivamente in rapporto alla recidiva/gravità del fatto antigiuridico e al ruolo ricoperto dal giornalista, obbligo di rettifica in prima pagina per un numero congruo di giorni (stesso discorso per la pubblicazione della sentenza di condanna): sine ira ac studio, di questo bisognerebbe parlare, non di irragionevoli pene detentive.

Il Quirinale si è già mosso, e la volontà bipartisan del Parlamento di cambiare le carte in tavola è stata unanime.
Le alternative prevedibili sono tre: i) Sallusti va in carcere, diventa di punto in bianco un eroe, continua la campagna contro la magistratura italiana e (nel futuro) si revisioneranno in chiave giustificazionista le norme sui reati di penna. ii) Sallusti viene salvato da un provvedimento ad personam. Chiamatelo grazia, chiamatelo D.L., chiamatela “toppa”, non sarà nulla di nuovo sotto il sole. Perpetuerà la corruzione morale di un’Italia che non ha mai avuto il coraggio di affrontare i propri problemi, ma ha sempre avuto la forza di nasconderli sotto il tappeto. iii) Sallusti non va in carcere perché il reato di diffamazione viene completamente depenalizzato, ma la pena pecuniaria viene drasticamente innalzata e contornata da una pesante rettifica, dalla radiazione dall’albo dell’ordine dei giornalisti, e così via.

Insomma, una coraggiosa riforma improntata alla responsabilità individuale, non all’abominio della pena detentiva per i giornalisti o alla disfatta del diritto penale. Voi cosa preferite?

Twitter @ilmastigaforo


Autore: Michele Dubini

Nato a Mariano Comense (CO) nel 1990, ha conseguito la maturità classica e studia Giurisprudenza presso l'Università di Milano - Bicocca, privilegiando particolarmente le materie penalistiche. Ha scritto per Fareitalia Mag e The Front Page.

8 Responses to “Una legge sbagliata, una sentenza discutibile. Il caso Sallusti oltre Sallusti”

  1. Giovanni scrive:

    Sono d’accordo su tutto, o quasi. Al di là dell’opportunità o meno che esista anche solo la possibilità di una pena detentiva per la diffamazione, penso che si potesse comminarne una un po’ più mite (tipo 3 mesi). Concordo in ogni caso che sarebbe auspicabile una legge che colpisca in tempi rapidi in modo pesante il portafoglio e la carriera di chi pubblica palesi falsità, in questo caso poi sapendo di correre il rischio di farlo (gli altri giornali sulla vicenda erano molto più guardinghi all’epoca dei fatti, proprio perché non si sapeva bene come fosse andata la vicenda nei particolari). Mi preme porre l’accento sul fatto che qui non c’entra nulla la libertà di stampa, come accampa assurdamente Battista sul Corriere di oggi: non si tratta di sanzionare opinioni in questo caso, ma sanzionare qualcuno che scrive e pubblica falsità sul conto di un altro cittadino, tra l’altro falsità gravemente lesive della dignità e professionalità dell’offeso. Purtroppo secondo me finirà che si troverà un busillis paralegale per chiudere la faccenda con un nulla di fatto, facendo strame (ma tanto ormai, messa com’è la giustizia) dello stato di diritto, del concetto di “sentenza definitiva”, del principio del giusto ristoro della vittima, perché se Sallusti non va in carcere e non deve pagare nulla, alla fine avrà addirittura ragione lui, e darà l’esempio a tutti coloro che dietro la retorica della libertà di stampa nascondono solo la volontà di colpire il nemico di turno

  2. Piccolapatria scrive:

    L’ordine dei giornalisti altro non è che un arnese fascistissimo quanto questa legge invereconda e illiberale ma che resiste da pluridecenni senza che se ne sia fatta pulizia! I magistrati italici, altissimi dipendenti pubblici al servizio della giustizia in nome del popolo italiano ma al quale non “rispondono” se sbagliano…sono, o no, un insindacabile potere in forza di legge e quindi guai a chi li critica sia pure con il tono elegante del prudente attento a non farsi troppo male o con il tono volgare dell’azzardato con lancia in resta?

  3. creonte scrive:

    io invece credo sia giusto così: un direttore di giornale ha delle responabilità, come un chirurgo o il capitano di una nave.
    nè la prigioen deve essere solo per i poveracci; non si può comprare tutto coi soldi, neppure con 20 mila euro

  4. Andrea B. scrive:

    Sinceramente al netto delle antipatie/simpatie personali e politiche verso Sallusti, al netto delle divisioni in fazioni ( c’è stato anche questo) sulla questione antiabortista che aveva mosso l’articolo e lasciando al “libero convicimento del giudice” la decisione se il caso in questione fosse diffamazione o espressione d’opinioni ( ognuno ha la propria idea a riguardo, ma conta nulla), dicevo sfrondando tutto questo rimane il fatto che la giustizia italiana, ancora una volta, appare ondivaga, praticamente aleatoria e lasciata alla quasi completa discrezionalità dei suoi attori.
    Come spiegare altrimenti una così diversa valutazione tra il primo grado di giudizio e l’appello ? Da una pena pecuniaria si passa al carcere … non è un po’ troppo ?
    E se il giudice di primo grado è stato corretto così pesantemente in appello, va tutto bene lo stesso per il sistema o c’è qualcosa/qualcuno da rivedere ?
    A parte che poi, sarà per la mia semplice infarinatura in materia di procedura penale comparata nonchè per personale ingenuità garantista, uno stato che condanna un individuo e poi permette a se stesso, tramite la pubblica accusa, di appellare la sentenza di condanna (sottolineo di condanna) perchè troppo lieve, mi sembra un qualcosa che confini con la schizofrenia … in altri stati con diversa cultura giuridica non è possibile mandare a processo qualcuno per lo stesso fatto una seconda volta, o sbaglio ?
    Certo, la concessione o meno delle attenuanti produce questa enorme oscillazione, però dalla sanzione pecuniaria alla privazione della libertà ritengo ci sia un po’ troppo in ballo per l’imputato, per potere permettere interpretazioni “inusuali”, come dice l’articolo stesso.
    Cosa dire poi della sospensione condizionale della pena, che è possibile negare, come è stato fatto in questo caso, anche ad un incensurato come il Sallusti, basta trovare il giudice che si è svegliato male la mattina o quasi ?
    Noto poi che però la mancanza di precedenti per il Sallusti sia stata rilevata dalla procura di Milano al fine di poter sospendere (temporaneamente) l’esecuzione della pena stessa … allora dobbiamo concludere che quello che va bene alla mano destra potrebbe non andare bene alla mano sinistra ?

    Permettetemi di dire che, fintanto esisterà questo stato di cose, Sallusti martire o meno, ne andrà di mezzo l’autorevolezza della Magistratura stessa: l’opinione pubblica potrà continuare ad affermare che le “toghe rosse” volevano affossare il direttore de “Il Giornale”, oppure che la lobby pro-aborto ha voluto far punire chi si è schierato contro l’interruzione di gravidanza di una tredicenne, oppure ancora che i giudici hanno un monte di lavoro arretrato, lasciano a piede libero o condannano a pochi anni(concendendo la semilibertà scontata la metà di questi pochi anni) a pericolosi criminali, ma se profferisci verbo contro uno di loro, la paghi cara, amara ed anche con sollecitdine.
    Un proverbio mediorientale dice che l’uomo naufrago in alto mare e quello davanti al giudice sono nello stessa posizione: ambedue sono nelle mani di Dio… personalmente non ritengo lusinghiero per noi che si possa dire lo stesso anche qui in Italia.

  5. luciano pontiroli scrive:

    Il principio “Ne bis in idem” non è violato dall’appello, perché questo può essere proposto solo se la sentenza non è ancora passata in giudicato. Nè ci si deve meravigliare se il PM impugna una sentenza di condanna che ritiene sbagliata, perché non ha accolto le sue richieste: anche il processo penale è un processo tra parti!

  6. creonte scrive:

    @Andrea: hai per caso studiato filosofia?

    comunque è nell’ordine delle cose: se non è pena pecuniaria è allora carceraria con tutte le sue forme (anche i servizi sociali sono una forma di coazione della libertà, no?)

    popi possiamo discutere in merito alla legge, ma rimarranno sempre dei casi che non possono avere la pena pecuniaria come unica possibile

  7. Andrea B. scrive:

    @ luciano pontiroli: lo so che se la sentenza non è passata in giudicato si può appellare, ma “de facto” il potere pubblico decide sul tuo destino emettendo una sentenza e poi inizia tutto daccapo perchè ti fa processare una seconda volta “nel merito”, anche senza che siano stati presentati nuovi elementi.
    E’, sia chiaro, solo un pour parler, ma per mia personale e criticabilissima visione renderei possibile appellare nel merito solo all’imputato, se condannato ( fatta salva ovviamente l’esistenza di una “corte suprema” chiamata a dare un giudizio di legittimità sulla sentenza).

    @ creonte:
    non sto affermando che dovrebbero esistere solo pene pecuniarie, sto dicendo che fa un po’ pensare che ci siano reati per cui è prevista una pena che può variare dal semplicemente farti tirare fuori dei soldi fino al privarti della libertà: mi sembra un ventaglio di possibilità troppo ampio da mettere nelle mani di una sola persona, anche se con la toga … la discrezionalità, quando può agire su un campo troppo vasto, crea sempre probliemi nel rapporto tra potere pubblico ed individuo.
    Per rispondere infine alla tua domanda, no non ho studiato filosofia … colgo una certa leggera canzonatura nella domanda ma fa lo stesso :-)… comunque ho un diploma tecnico seguito da una laurea in economia e si, un po’ mi piace filosofeggiare … in effetti con la “rosea” in mano a discutere di pallone è molto difficile vedermi :-))

  8. creonte scrive:

    @ Andrea B.
    no, è che conosco uno studioso di filosofia che corisponde la tuo nick e che milita in magna charta e affini

    se vogliamo parlare di discrezionalità dei giudici… beh, è ben più ampio, nel senso che va anche accertata la presenza o meno di un reato, non solo la tima della pena del medesimo. e questo vale sempre e prescinde dalc aso specifico

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