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Uguali, non complementari. In Tunisia la parità tra uomo e donna è salva (per ora)

E meno male che qualche buona notizia arriva, anche dal Nord Africa. Che dopo la Primavera Araba sembra esser piombato, tutto intero, in un grande gelo invernale. La notizia buona, dopo due settimane di violenze anti-occidentali, è la conservazione di un diritto che era già garantito sotto la dittatura. Ma che rischiava di essere cancellato dall’Assemblea Costituente della Tunisia, organismo eletto democraticamente.  Il diritto in questione non è una quisquilia. E’ niente meno che la parità fra uomo e donna.

Il partito di maggioranza dell’Assemblea, l’islamico Ennahda, voleva introdurre, nell’articolo 28 della Costituzione, il principio di “complementarietà”. In base al quale la donna non è riconosciuta quale individuo indipendente, ma come un “accessorio” dell’uomo. L’articolo costituzionale recitava, testualmente: “E’ garantita la protezione dei diritti della donna, sotto il principio di complementarietà all’uomo, all’interno della famiglia, in qualità di associata all’uomo nello sviluppo del Paese”. La formula era abbastanza contorta. Mi chi ha avuto orecchie per intenderla l’ha intesa per quella che era: apartheid per le donne. In Arabia Saudita non possono nemmeno uscire di casa, senza essere accompagnate da almeno un parente maschio e senza l’esplicita autorizzazione dell’uomo di famiglia (marito, padre, zio o fratello che sia). In Tunisia, sotto l’articolo 28 si sarebbe potuti arrivare a questo punto. In un Paese che, fino all’anno scorso, appunto, era laico. Autoritario, ma laico.

La parità fra uomo e donna fu introdotta subito dopo l’indipendenza dalla Francia, per volontà di Bourguiba, il primo presidente. Il principio era inserito nel Codice sullo Status Personale, varato il 13 agosto 1956. Il Codice di famiglia tunisino aboliva anche la poligamia, i matrimoni forzati e la pratica del ripudio (secondo cui l’uomo può cacciare la donna solo ripetendo tre volte “io ti ripudio”), istituiva il divorzio e l’obbligo del consenso di entrambe le parti per la validità del matrimonio. L’articolo 28 avrebbe eroso tutti questi diritti. Senza parità non è più possibile avere appigli per vietare la poligamia: la donna è complementare all’uomo, ma non è detto che sia una sola. Non è più possibile trovare appigli per vietare i matrimoni forzati, perché la donna non esiste più senza un uomo al fianco. Il suo parere e il suo libero arbitrio diventano secondari, a questo punto.

I primi a rendersi conto dell’enormità della riforma hanno subito inviato, a luglio, una petizione all’Assemblea, firmata da 8000 persone: “Lo Stato sta per approvare un articolo costituzionale che limita i diritti di cittadinanza delle donne, sotto il principio della complementarietà all’uomo e non alla loro eguaglianza”.  Al principio di agosto sono scoppiati i primi tumulti, a Sidi Bouzid, culla della Rivoluzione dei Gelsomini del gennaio 2011. La polizia era dovuta intervenire con la mano pesante per disperdere i dimostranti anti-islamisti. Il 13 agosto, anniversario del diritto familiare di Bourguiba, decine di migliaia di donne sono scese in piazza a Tunisi e in altre città tunisine, per chiedere parità di diritti con gli uomini. “Ogni donna tunisina è una persona e mezzo” recitava lo slogan più diffuso, per contestare, con un paradosso, il dimezzamento dei diritti previsto dalla complementarietà.

Durante la prima fase di proteste, il partito Ennahda ha mantenuto un atteggiamento ambiguo, quasi seccato. Come tutti i partiti nati dai Fratelli Musulmani, vogliono darsi una patina di legittimità democratica, soprattutto per farsi accettare a livello internazionale. Ma la loro anima ideale (come si vede dalla mossa dell’articolo 28) è e resta fondamentalista. La tattica più comoda è quella di dar la colpa ai “salafiti” (ultra-fondamentalisti) per ogni atto di intolleranza e violenza. In piazza, contro le donne, sono scesi i “salafiti”. A minacciarle c’erano i “salafiti”. Ma, intanto, la legge è stata volute e votata da Ennahda. Farida el Abidi, parlamentare donna del partito islamico, negava l’evidenza dei fatti: “L’articolo 28 non ha mai comportato una riduzione dei diritti o della libertà delle donne – dichiarava alla stampa dopo la prima grande manifestazione – La parola ‘complementarietà’ non è stata adottata per sostituire il concetto di ‘eguaglianza’. Noi di Ennahda seguiamo l’Islam e l’Islam prescrive sempre l’eguaglianza di uomo e donna”. Come dimostra l’esempio dell’Arabia Saudita. “Anche se le intenzioni dei legislatori sono buone (e Dio solo sa se lo sono), noi non possiamo comunque accettare quel testo – le rispondeva Sanaa Balhoubsh, attivista per i diritti delle donne – Il fatto è che questo testo sminuisce la donna e la rende incompleta senza l’uomo”.

L’ondata di violenza anti-occidentale, paradossalmente ha aiutato le donne tunisine. Infatti, in concomitanza con la grande collera contro un video amatoriale “blasfemo”, è iniziato un intenso dibattito fra i costituenti sulla criminalizzazione delle offese al senso religioso. Per non avere troppa carne al fuoco, il partito Ennahda ha deciso di scendere a compromessi almeno sull’articolo 28. E si è ottenuta una vittoria parziale dei laici: il principio di complementarietà “sarà confinato al contesto della famiglia – spiega Hassna Marsit, membro del Partito Repubblicano – ma nell’articolo 28, il termine ‘complementarietà’ è sostituito con quello di ‘eguaglianza’”.

Almeno nella costituzione le donne sono salve. Nella società reale è, come prima, tutto un altro discorso. I laici si son portati a casa una prima vittoria, ma adesso dovranno combattere tante altre battaglie. A partire da quella sulla libertà di espressione. La dittatura era più comoda: bastava un dittatore laico per proteggere un diritto di eguaglianza per le donne. Oggi la democrazia è decisamente più dura: devi difendere con forza ogni diritto acquisito dalla tirannia di una maggioranza islamica. E’ la dimostrazione ulteriore che democrazia e libertà non coincidono. Ma anche che, in democrazia, è sempre possibile difendere un diritto, senza ricorrere alla violenza.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

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