– L’incontro tra il Governo e Marchionne sul caso Fiat e il piano “Fabbrica Italia” ha aperto nuovi scenari.
Il manager del gruppo torinese ha sempre ripetuto che da parte sua non chiede incentivi al Governo italiano, ma condizioni più favorevoli per aumentare la produzione e la competitività.
Il Governo ha ascoltato attentamente la situazione del gruppo Fiat in Italia nella presentazione fatta alla fine della settimana scorsa, mentre le parti sociali si sono dette preoccupate del fatto che il piano industriale “Fabbrica Italia” sia stato cancellato.

È ovvio che la preoccupazione sia elevata sia dal lato governativo che dal lato sindacale, ma è anche vero che le condizioni di mercato sono cambiate profondamente. L’Italia è in crisi e il mercato dell’automobile sta affondando. E la situazione europea non è molto diversa. Sono passati meno di tre anni dalla precedente crisi e in quel caso tutti i Governi europei avevano deciso di aiutare il settore con la politica degli incentivi.

Quale fu il risultato di quella politica pubblica di sussidi?
Il mercato ebbe un boom di vendite nel breve periodo, ma non risolse alcuno dei problemi del settore, in primo luogo la sovraccapacità nel mercato europeo. Una droga che non solo non ha risolto i problemi, ma li ha di fatto aggravati non permettendo di prendere le dure – ma  necessarie – decisioni immediate.
I sussidi francesi non eviteranno i tagli delle case automobilistiche d’oltralpe così come i sussidi italiani non hanno eliminato i problemi italiani.

La droga degli incentivi non ha evitato i peggiori risultati delle vendite che si registreranno quest’anno, così come non ha attirato investitori stranieri per produrre nel nostro paese.
Forse la chiusura di Termini Imerese, che ha ridotto la produzione italiana, potrebbe aprire gli occhi sia alla politica che all’opinione pubblica. Nessun investitore è ancora arrivato effettivamente nel sito di produzione siciliano nonostante la promessa di forti incentivi pubblici.
Nessuno si chiede il perché? Forse il problema non è sussidiare, ma riuscire ad aumentare l’attrattività del paese stesso.

E l’attrattività non si crea con la maggiore rigidità lavorativa richiesta dalla Fiom e nemmeno con incentivi di breve periodo, ma con una risoluzione dei problemi che tengono bassi gli investimenti esteri non solo nel settore auto. È mai possibile che la produzione di auto italiana sia ormai inferiore anche a quella Repubblica Ceca e che non vi sia praticamente nessun produttore straniero sul suolo italiano?

Sono state proprio la politica dei sussidi e la rigidità italiana a portare il nostro paese sull’orlo dell’abisso. Come ricorda spesso Oscar Giannino il problema è quello di non sapere attrarre Volkswagen in Italia.
Fiat avrà anche sbagliato le proprie previsioni, ma nel frattempo è riuscita a compensare le perdite europee con i successi negli Stati Uniti e in Brasile. Senza questi successi probabilmente la casa automobilistica italiana sarebbe avviata verso il fallimento e questo non deve essere dimenticato.

Ritornare ora verso una maggiore rigidità o verso nuovi sussidi pubblici, come richiesto da una parte dei sindacati, segnerebbe la fine del settore automotive in Italia.
Bisogna invece avere il coraggio di eliminare tutti quei freni alla competitività italiana, da una giustizia lenta ad una burocrazia pesante, da una tassazione elevatissima ad una rigidità eccessiva, che non solo impediscono l’arrivo di nuovi investitori nel settore auto, ma in generale ostacolano tutta l’economia.