La politica del “così fan tutti” al bivio

– Non è infrequente riconoscere elementi di modernità in scritti del passato anche recente, in opere che quasi inspiegabilmente sono sprofondate nell’oblio. Dimenticate. Ma che poi, come per effetto di un destino riparatore, tornano alla ribalta. Aiutati anche dall’attualità. Lenti non deformanti con le quali osservare gli scenari del presente, senza tralasciare il contesto nel quale sono state prodotte.

In questa vasta casistica s’iscrive di diritto la Note sur la suppression générale des partis politiques, di Simone Weil. Un testo che incontra il senso comune oggi e che gode di successo. Un testo dalla storia editoriale abbastanza complessa. Scritto nel 1943 e pubblicato nel 1950 sulla rivista La Table Ronde, e poi nel 1957 in un volume miscellaneo, nel 1951 viene tradotto in italiano e presentato sul mensile “Comunità” da Franco Ferrarotti. Fino alla riproposizione del 2008, per la prima volta come libro autonomo, recentemente ristampato (Simone Weil, Manifesto per la soppressione dei partiti politici, Castelvecchi, pp. 60, euro 6,00).

Un partito è in linea di principio uno strumento destinato a servire una certa concezione del bene pubblico”. Ma esso assume rapidamente un carattere totalitario perché rovescia il rapporto tra mezzi e fini. Così ciò che dovrebbe essere il fine, ovvero l’affermazione del bene pubblico, diviene solo la condizione del bene proprio. Il partito diviene una organizzazione che “si mangia il senso della verità e della giustizia”. Il motivo è più che evidente. E’ fondato sulla propaganda il cui scopo “è la persuasione, non la comunicazione della luce”.
Una degenerazione che fa “assomigliare i partiti alla Chiesa nella lotta contro l’eresia, che chiede ai fedeli di credere, di affidarsi, di aderire a un pensiero senza conoscerlo, e di condividere affermazioni generali e verità senza avere gli strumenti o le conoscenze per giudicarle”.

Per la Weil i partiti “sono nocivi nel principio, e dal punto di vista pratico lo sono i loro effetti”. La conseguenza naturale è che “la soppressione dei partiti costituirebbe un bene quasi allo stato puro. E’ perfettamente legittima nel principio e non pare poter produrre, a livello pratico, che effetti positivi”.

Quel che la Weil sostiene nei mesi, negli anni, della Germania hitleriana, sembra scritto nell’Italia di queste settimane, di questi giorni. Con le prime pagine dei quotidiani occupate dai resoconti degli scandali della politica regionale, con le trasmissioni televisive di approfondimento invase dalle sagome scomposte di esponenti di quel sistema. I potenziali rei, in rappresentanza della politica locale, intenti a discolparsi, malamente. Gli esponenti nazionali a scagliarsi contro le ruberie e il malaffare dilagante “degli altri”. Lombardia, Sicilia, Campania, Emilia Romagna e, naturalmente, Lazio.

Come non ripensare al Manifesto della Weil osservando la lista degli impegni e delle spese affrontati da molti dei consiglieri regionali laziali? Oppure leggendo le delibere di stanziamenti aggiuntivi, come quella del 5 aprile 2011 in cui si determina uno stanziamento aggiuntivo di 3 milioni di euro? Alla presenza di Abbruzzese (Pdl), D’Ambrosio (Udc), Gatti (lista Polverini), Rauti (Pdl) e Bucci (Idv). Ancora, come quella dell’8 novembre 2011 che permette lo stanziamento di altri 2,5 milioni di euro. Come richiesto soli 6 (sei!) giorni prima. Spese folli. In moltissimi casi, personali. Che nulla avevano a che vedere con l’attività politica.

Alcuni giorni fa, sulle colonne del Corriere della Sera, Massimo Franco notava come lo tsunami laziale certifica il fatto che gli enti locali sono una vera idrovora del denaro pubblico. Norme di autofinanziamento che, in sostanza, le nomenclature si sono ritagliate su misura. Inaccettabili di per sé. Tanto più in una fase di crisi economica acuta.

Il “così fan tutti” che sembra aver governato le scelte alla Pisana dimostra anche come sia definitivamente tramontata la fase nella quale la politica nazionale era l’approdo per sindaci e governatori capaci. Con le fatture per le cravatte di Marinella e le casse di champagne, utilizzate come doni natalizi, sono andati in fumo sia il denaro dei contribuenti, sia soprattutto qualunque speranza di ricambio. La politica per cosi dire locale si mostra ormai non differente da quella di livello più alto. Mossa dagli stessi appetiti, contrassegnata dalla medesima, frequente, incapacità di fare il Bene Comune.

Probabilmente volendo ricercare non soltanto i colpevoli dello scandalo laziale come di tutti gli altri, ma una soluzione al problema, ormai dichiaratamente di scala nazionale, bisognerebbe interrogarsi sulla selezione. Sui criteri adottati in seno ai partiti. Fin troppo semplice riconoscere che spesso la selezione è avvenuta “al ribasso”. Non di rado utilizzando parametri “fasulli”. Sarebbe facile se i partiti, il male secondo la Weil, invece di fingere punizioni per ingraziarsi l’opinione pubblica (sempre più rumorosa e intollerante), agissero ab fundamentis. Procedendo ad un cambiamento reale dei comportamenti e dei meccanismi di selezione e, quindi, finanziamento.

E’ probabile che anche questa volta, con importanti competizioni elettorali non lontane, i Partiti decidano che l’unica strada percorribile per loro sia di proseguire così. Ciascuno di essi, riassemblato alla meno peggio in partiti o movimenti incapaci di porre ostacolo al loro declino, per non andare incontro al loro azzeramento. Subìto e non proposto. Parassitismo e inefficienza che continuano ad alimentare le costosissime macchine partitiche promettono di portare gli apparati al definitivo tracollo.

Il problema oltre che politico è soprattutto morale, e non dipende direttamente dai partiti ma dagli uomini che li rappresentano. Dalle regole che vorranno darsi.
Nelle stesse settimane in cui la Weil propone la soppressione dei partiti politici pensa anche a un progetto di idee fondamentali per una nuova costituzione. Nella premessa di quello scritto, Idées essentielles pour une nouvelle constitution (in Ecrits de Londres et derniere lettres, Gallimard, pp. 93-97) sostiene che occorra designare degli uomini e non dei partiti perché “i partiti non pensano. Pensano meno del popolo”.

Fin quando i numerosissimi Gaio Licinio Verre dell’oggi, il pretore siciliano contro il quale Cicerone pronuncia una sua celebre orazione denunciando le sue tante nefandezze, costituiranno il prototipo al quale guardare per essere voce parlante nell’agone della politica, il Parlamento e così i Consigli non riconquisteranno i loro spazi. Sempre più saldamente occupati da tecnici e procure.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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