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Il caso Foxconn: perché gli IPhone5 non crescono sugli alberi

Mentre il mondo si ferma per ammirare le ultime fatiche della Apple, l’iPhone 5 e l’iPad 3, dove veramente si è faticato per produrli, ovvero le fabbriche, gli operai versano in condizioni lavorative tali da poter essere tranquillamente catalogate come sfruttamento per cui non sono mancati episodi di esasperazione della forza lavoro. La Apple, infatti, fa produrre i propri prodotti da un’azienda, la Foxconn con sede legale a Taiwan, che ha fabbriche sparse in tutto il mondo ma che ha nella Cina il grosso della propria produzione, con un aggregato di forza lavoro impiegato che si aggira attorno al milione di addetti.

Quasi in contemporanea con l’uscita del nuovo smartphone e del nuovo tablet targati Cupertino, in una di queste fabbriche, quella di Taiyuan, nel nord della Cina, dove oltre ai prodotti Apple vengono prodotte anche apparecchiature Sony e Amazon, è stata bloccata la produzione a seguito di una rissa che avrebbe coinvolto 2000 operai, causando il ferimento di 40 di essi. L’episodio, avvenuto apparentemente per “motivi personali”, ha richiesto il dispiegamento di 5000 unità di polizia e rappresenta uno dei tanti episodi violenti avvenuti in una fabbrica della Foxconn in questi ultimi anni. L’azienda, di proprietà del magnate taiwanese Terry Gou, nata con un investimento iniziale di 7500 dollari (cifra che pare che Gou chiese in prestito alla madre), è la più importante della Cina Nazionalista ed è balzata agli onori della cronaca a partire dal 2012 a causa dell’ondata di suicidi (14) tra gli operai della fabbrica Foxconn di Shenzen, nella regione di Hong Kong.

La causa di questi suicidi è stata presumibilmente la piuttosto discutibile gestione delle risorse umane dell’azienda. Gli operai della Foxconn, infatti, lavoravano 60 ore settimanali, spesso con straordinari anche di 7 ore consecutive e quasi mai lasciavano l’area della fabbrica, essendo stipati in casermoni dormitorio creati apposta per loro. Il susseguirsi di morti per suicidio tra gli operai suscitò il disappunto della stessa Apple che richiese un rapporto dettagliato a riguardo alla Fair Labour Association americana (FLA). Tale rapporto – che è pubblico e liberamente consultabile on-line – descrisse una realtà da campi di lavoro forzosi, sebbene con stipendi leggermente superiori alla media cinese, e spinse la Apple a richiedere un impegno della Foxconn per migliorare le condizioni dei propri operai.

Per far fronte alle pressioni la ditta di Taiwan promise di ridurre la settimana lavorativa a 48 ore con un taglio degli straordinari individuali entro giugno 2013. Ora, a 9 mesi dalla scadenza dei termini per rivisitare totalmente le proprie relazioni industriali, il raggiungimento di tali obiettivi sembra ancora lontano. Gli episodi di esasperazione da parte degli operai continuano a verificarsi e la mega-rissa è stata soltanto l’ultimo di questi (a Giugno un centinaio di operai a Chengdu hanno creato il panico in un ristorante vicino alla loro fabbrica). Oltre questo, c’è da aggiungere che il costo della manodopera cinese si sta alzando in maniera tale da spingere la Foxconn addirittura a considerare lo spostamento della propria produzione altrove, per esempio nell’emergente Vietnam.

La delocalizzazione in Asia è croce e delizia delle industrie tecnologiche mondiali, poiché se da un lato permette di fabbricare prodotti tecnologici a prezzi irrisori (trasporto a parte, fino all’iPhone 4 si parlava di circa 1€ di costo cadauno), dall’altro rappresenta una fonte di imbarazzo che di certo non è un grosso spot per il settore. Al netto di tutto ciò, considerato che, come già detto, le fabbriche Foxconn producono sia per la Apple che per Sony e Amazon (ma anche Microsoft con la XBOX 360), la “Mela” potrebbe addirittura avere un contraccolpo positivo in termini pubblicitari grazie al suo impegno dimostrato per il miglioramento delle condizioni lavorative oltreoceano.

Twitter @Mastin8 


Autore: Antonio Mastino

Classe 1983, viene dalla ridente isola di Sardegna. Laureato in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali, ha formato la propria esperienza nell'analisi internazionale al Ce.S.I. - Centro Studi Internazionali, curando in particolar modo gli scenari geopolitici dell'Africa Sub-Sahariana e dell'Estremo Oriente.

3 Responses to “Il caso Foxconn: perché gli IPhone5 non crescono sugli alberi”

  1. Roberto scrive:

    1 euro mi pare un po poco, anche se prodotto in cina, a meno che non si cancellino dal computo tutti gli investimenti da ammortizzare e i costi vari di produzione ma solo i costi vivi…. anche se, anche cosi, mi pare poco..

  2. Rocky92 scrive:

    1 euro, anche contando la sola componentistica, è impossibile.
    In ogni caso la sostanza non cambia.

  3. antonio scrive:

    1 euro o 100 sono comunque una Bazzecola rispetto all’enormità cui lo vendono.

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