Non aiutare la Fiat, ma le imprese. Marchionne concorderebbe, l’Avvocato un po’ meno

di PIERCAMILLO FALASCA – La Fiat fa automobili e non scarpe e la ricerca per realizzare un parafango è più costosa di quella necessaria per una borsa di pelle. Gioco, partita e incontro per Marchionne, che con un paio di osservazioni pungenti ha risposto al livore polemico di Diego Della Valle, riportando la discussione sul piano dei fatti concreti.

Una grande economia contemporanea può vivere benissimo senza una casa automobilistica nazionale, o magari senza un settore agricolo particolarmente sviluppato e qualsivoglia altro comparto produttivo: non è importante quel che si produce – chè grazie a Dio esiste lo scambio internazionale – ma quanto si è capaci di reggere la competizione globale, di innovare costantemente e attrarre investimenti, di elevare il capitale umano, creando e diffondendo ricchezza. La sfida di Sergio Marchionne all’Italia, che giustamente lui conduce pro Fiat sua, è in realtà la sfida che tutti dovremmo sostenere, non per la multinazionale torinese, ma per l’Italia. 

Diventano ridicoli (oltre la misura già raggiunta per altre questioni) i partiti trasformati in eterni Bar Sport: tutti CT della Nazionale, tutti amministratori delegati del Lingotto. Se si è liberi di discutere di tutto, da privati cittadini, da rappresentanti delle istituzioni si dovrebbe saper conservare una giusta dose di neutralità: per fare la propria parte, la politica dovrebbe interrogarsi su cosa lo Stato può fare per la Fiat e per tutte le imprese italiane, non ciò che queste possono fare per salvare la baracca Italia, magari supplendo alle carenze di chi per venti anni non è riuscito a traghettare l’economia del Belpaese nel mutato scenario globale.

La risposta, manco a dirlo, può proiettarci in un sol balzo nel passato o nel futuro: “aiutare” l’impresa automobilistica italiana può voler dire concederle, come si è fatto per decenni, sussidi e incentivi praticamente ad hoc (ma qui ormai non c’è una lira…), oppure può significare alleggerire tutte le imprese – e non solo la Fiat, quindi – delle troppe zavorre che lo Stato italiano pone a carico dei produttori, sul piano fiscale come su quello regolatorio e giudiziario. Per parafrasare Rudyard Kipling, tutte le imprese dovrebbero essere considerate importanti, ma nessuna troppo, neanche la Fiat. Paradossalmente, Marchionne concorderebbe. Il fu avvocato Agnelli forse un po’ meno.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

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