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L’America profonda divisa da Mitt e Barack

– A poco più di un mese dall’election day che consacrerà il nuovo Presidente degli Stati Uniti, il dibattito politico si è inasprito, coinvolgendo opinionisti ed analisti del mainstream americano. Il video, raccolto da James Carter (nipote dell’ex presidente Carter) e consegnato al magazine liberal Mother Jones, mostra Mitt Romney che dichiara ai suoi più stretti collaboratori che il 47% degli americani sono parassiti e che è inutile per lui provare a guadagnare voti in quel segmento elettorale.
Apriti cielo. Lo staff di Obama subito ne ha approfittato per alzare ancora di più il livello dello scontro, evidenziando forse senza volerlo la differenza ideologica tra i due candidati.

Il punto importante da sottolineare è che questa caduta di stile di Romney ha fomentato ancora di più la netta divisione fra i due candidati, costringendo l’elettorato – come da tempo non accadeva – a dover scegliere fra due opposte visioni della società e del mondo.

Nel 2008, quando Barack Obama si dovette scontrare con John McCain per la sala ovale, questa “trincea concettuale” non era così marcata. Da una parte Obama ebbe allora vita facile puntando sugli errori dei due mandati di Bush, senza dovere ricorrere allo spirito più liberal del partito, ma accentuando lo slogan del cambiamento (tanto è  vero che la vera lotta si era consumata molto prima, cioè nelle primarie con Hillary Clinton). Dall’altra, il “Maverick” John McCain, un po’ per sua indole un po’ per necessità,si spostò più al centro cercando di far suo il voto moderato democratico e indipendente.

Stavolta invece la presa di posizione di Mitt Romney cambia totalmente le regole del gioco, ponendo una questione fondamentale agli elettori chiamati a scegliere due società nettamente divise nella vision e nella mission.

Le dichiarazioni politiche, specialmente in campagna elettorale, necessariamente tendono a dividere la popolazione. Quello che realmente serve è trovare l’equilibrio giusto per non respingere chi serve per vincere. Alla lunga infatti i messaggi politici che tendono ad abbracciare tutta la popolazione rischiano di diventare populisti e, molto spesso, banali. Come, al contrario, esarcebare la gran parte dell’opinione pubblica può essere controproducente.

D’altra parte alcuni elementi fanno riflettere nel quartier generale repubblicano. I sondaggi dicono che la maggior parte degli americani è scontenta delle politiche economiche democratiche (pur lasciando Obama ancora avanti di qualche punto).La maggioranza della popolazione non sembra gradire la riforma sanitaria (Obamacare), unico vero risultato importante di Obama. L’occupazione è ai minimi storici e i progressi sono molto più bassi rispetto alle previsioni. Nonostante il vantaggio negli swing states (gli stati in bilico), Obama non sembra riuscire a prendere il largo.
Considerando tutti questi fattori, allora forse non tutte le cadute di stile vengono per nuocere.

In fondo l’analisi di Romney non è errata: il bacino elettorale di Obama pesca proprio in quel 47%  inattaccabile e che mai potrà votare l’ex governatore del Massachusetts. Tanto vale, quindi, concentrarsi sulla maggioranza della popolazione scontenta e quindi appetibile (la classe media), cercando di convincerla soprattutto negli stati che danno il maggior numero di Grandi Elettori e nella corsa al Senato.
La stampa e l’opinione pubblica non considerano come gaffe per Obama il fatto di rimarcare fino alla nausea che Mitt Romney non vuole la redistribuzione della ricchezza ma la difesa dei ricchi e dei “cattivoni” di Wall Street, che è di fatto una ghettizzazione uguale a quella che compie Romney. Allora per il leader repubblicano è di gran lunga preferibile uscire allo scoperto con una frase poco felice ma decisa, piuttosto che dividere con abili giochi di parole e sotterfugi poco chiari.

E’ Barack Obama, piuttosto, a dividere da sempre l’elettorato: chi vuole più Stato e chi invece vuole più responsabilità individuale. Due visioni e due cure per la crisi economica completamente opposte e mai così chiare e tangibili come in questa tornata elettorale.

Inutile tergiversare: la candidatura di Mitt Romney è molto debole e per i repubblicani non c’è via d’uscita se non inasprire lo scontro tracciando confini sempre più profondi. Di fatto con la sua dichiarazione, quasi rubata, Mitt Romney ha bloccato il suo elettorato puntando agli scontenti delle politiche liberal che ancora non riescono a risolvere i problemi del paese impantanato nella crisi globale. Spostarsi al centro non è servito nel 2008.  E forse i Repubblicani lo hanno capito.


Autore: Cristoforo Zervos

Nato a Modena nel 1972, vive a Roma. Giornalista pubblicista, si occupa di notizie di Cooperazione internazionale e di foreign policy, con un'attenzione particolare per gli Stati Uniti, Africa e Medio Oriente. Ha collaborato con Liberal quotidiano e Formiche.net e ha un blog sull'Huffington Post. Gran collezionista di fumetti, ha anche la passione per la musica e suona la batteria. È sposato con Daniela e ha un figlio, Pietro.

3 Responses to “L’America profonda divisa da Mitt e Barack”

  1. creonte scrive:

    sarebbe grave per certi estremisti repubblicani se venisse confermato un presidente che ha cominicato a riformare lo stato sanitario nazionale

  2. Frank77 scrive:

    Non sono molto d’accordo con l’analisi.
    Non mi pare che McCain nel 2008 si sia spostato al centro,visto che come vp scelse la Palin e che la campagna negli ultimi mesi raggiunse toni molto duri.

    In quanto all’analisi fatta da Roomney,mi sembra che sia molto semplicistica e completamente sbagliata.
    Ammettendo che la percentuale del 47% sia vera,buona parte di quel 47% vota per il gop:si pensi ai pensionati che usufruiscono del medicare.
    Senza contare che difficilmente si vince se non si riesce ad intercettare il voto di quelli che hanno perso il lavoro.

  3. mino tauro scrive:

    Obama sempre piu simile a Carter….

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