Categorized | Il mondo e noi

Ci scrivono da Hong Kong: altro che decrescita felice…

L’italiano all’estero è, per sua natura, una creatura curiosa. Curiosa perché inquisitiva e curiosa perché facilmente spaesata se non trova i maccheroni Barilla. La Bialetti, va da sé, è in valigia. Con sovrano sprezzo del ridicolo tenterò quindi di catturare alcune prime impressioni della mia permanenza all’Università di Hong Kong.

Per farsi un idea di come sia Hong Kong, a parte ovviamente andarci, la cosa migliore è aprire la Baedeker e dare un’occhiata ai dati: l’ “economia più libera del mondo”, stando all’Index of Economic Freedom, ha sette milioni di abitanti, un tasso di crescita del PIL del 7.2% per un PIL pro capite di poco superiore a quello italiano, l’inflazione oscilla fra il 2 e il 6%, il tasso di disoccupazione (ai minimi storici) è di un invidiabile 3.4% e il debito pubblico era, nel 2010, pari allo 0.001% PIL. Il 90% dei lavoratori è assorbito dal terzo settore.
Bisogna stare attenti a non finire a fare descrizioni elegiache di un luogo che, ovviamente, ha anche le sue ombre. In primo luogo la situazione abitativa è quasi disperata (chi scrive si è visto allocare un posto in tripla e maledice il fato ogni sera e ogni mattina). Inoltre, stando sull’isola e all’università (fu) britannica non si vedono quelle che in altri tempi e in altri luoghi si sarebbero dette le masse proletarie, dato che stanno, a quanto riferito, ben nascoste sulla terraferma. Se si fa la carità a vecchine – dettaglio curioso – a volte si prostrano per terra. Insomma, pur nelle sue contraddizioni Hong Kong è un ambiente altamente internazionalizzato, dinamico, divertente ed affascinante. A patto di non volere la pizza o le linguine al pesto, insomma, si sta bene.

La cosa che salta immediatamente agli occhi, tuttavia – ed eccoci arrivati al nocciolo di questo breve resoconto – è lo stridente contrasto fra Hong Kong e la Repubblica Popolare. Fra le due c’è una lunga storia di odio-amore dovuta, nel bene e nel male, a 150 anni di dominazione coloniale britannica. Dominazione che, oltre a lasciare tracce nella presenza demografica occidentale, nel sistema giuridico e politico e nell’offerta di cibi in scatola al supermercato, ha tracciato un solco culturale fra le due popolazioni.

All’epoca della cessione di sovranità (abbastanza teorica visto lo status autonomo di Hong Kong) alla Repubblica Popolare nel 1997 timori e risentimenti avevano, per lo più, il sopravvento. Per essere più precisi, le élites erano e sono tendenzialmente filobritanniche, le masse indifferenti o sinofile. Leggendaria la risposta di un mio conoscente del luogo che, invitato a venire in un ristorante cinese, rispose “no grazie, ho appena finito di mangiare steak and mash”. Nipote di rifugiati dell’epoca del Kuomintang, benedice ogni giorno le smanie imperiali britanniche per il fatto di non aver dovuto nascere in un luogo di socialismo reale, per quanto ammodernato.

Si comprende dunque come, nonostante gli sforzi del governo di Pechino e del neoeletto Presidente del Consiglio di Hong Kong, le resistenze ad ogni tentativo di “riavvicinamento culturale” (leggi: sinizzazione) siano forti e molteplici. Proprio in questi giorni, decine di migliaia di persone stanno manifestando contro una riforma dei programmi scolastici che vorrebbe, in prospettiva, ricondurre l’isola in seno alla Cina, in un abbraccio potenzialmente fatale.

L’impressione (politicamente scorrettissima) che ne trae chi è stato formato sotto l’egida del buon Gentile è che, per quanto riguarda la Repubblica Popolare, un sistema scolastico che contempla solo le scienze esatte, le lingue, un po’ di storia (che, notoriamente, inizia dall’anno in cui sarebbe dovuta finire, il 1949) e un po’ di ideologia forma asini. Asini bravissimi in chimica e fisica, s’intende, ma sempre asini.

L’ultima impressione, e forse la più forte, è dovuta al senso d’ottimismo che pervade i laureandi. “Facciamo un esempio”, dice un Professore: “Quando uscirete di qui e guadagnerete, per iniziare, in media 10,000 HK$ (1000€) alla settimana…”
L’Europa è vecchia, l’Europa è stanca. Ma viva, tutto sommato, l’Europa: vi si trovano maccheroni a profusione.


Autore: Luca Bolzonello

Classe 1989, si è laureato in Relazioni internazionali all'Università di Bologna. Ha vissuto in Gran Bretagna, Belgio e Olanda, dove studia Diritto internazionale. Collabora con il Maastricht Journal of European Law, con particolare predilezione per tematiche del diritto internazionale ed europeo.

One Response to “Ci scrivono da Hong Kong: altro che decrescita felice…”

  1. Andrea B. scrive:

    Sinceramente non si capisce molto da questo articolo o dove voglia andare a parare.
    E’ un luogo dove la gente “cresce”, è ottimista e non ha paura di niente ? Diciamolo a chiare lettere !
    Comunque a primo acchito mi viene da dire che la mancanza di maccheroni non mi spaventa per nulla e non sarebbe certo quello il freno a trasferirmi via dall’ Italia.
    Dopodichè mi viene da pensare che, lungi dal tessere le lodi alla Repubblica Popolare Cinese o al suo sistema scolastico che non conosco, tutto sommato un po’ più di inglese e di scienze esatte ai nostri scolari non farebbe male…vedere all’opera un nostro compratriota all’ estero che gesticola e scandisce le parole, pensando che quello possa supplire al suo quasi inesistente e maccheronico ( toh !) inglese è imbarazzante; nel contempo vedere poi come le persone diffidino della scienza e ne ignorino i fondamentali, andando dietro a ciarlatani, nostalgici dei tempi andati e complottisti di ogni genere è invece alquanto desolante.

    Niente pizza verace a HK ?? Non ci credo… se è vero vado subito a fare un corso da pizzaiolo e preparo le valigie… tra tasse e pizzo alla triade non sarà comunque peggio dell’ Italia salvata da Monti :-))

Trackbacks/Pingbacks