L’agenda tedesca sul lavoro che l’Italia non deve seguire

di GIOVANNI BOGGERO – In un suo editoriale pubblicato martedì sul quotidiano La Repubblica, il professor Tito Boeri fa meritoriamente chiarezza sui motivi del gap di competitività accumulato dall’Italia nei confronti della Germania. Mentre nella Repubblica federale la produttività è aumentata più di quanto siano aumentati i salari, in Italia i salari sono aumentati poco, ma comunque più della produttività. All’origine del “miracolo” tedesco, che non è soltanto il frutto di una dinamica macroeconomica quale quella qui illustrata, c’è il contenimento dei salari nominali (cd. moderazione salariale) a partire dall’inizio del nuovo secolo. Il contenimento dei salari nominali è stato reso possibile da una contrattazione sempre più decentrata e dalla presenza di un unico sindacato dominante. Elementi questi ultimi che hanno reso più facili anche le ristrutturazioni d’impresa con tutto quel che ne consegue in termini di fuoriuscita dal mercato del lavoro e riallocazione delle risorse verso le imprese più produttive.

Ora, Boeri propone di traghettare l’Italia verso il modello tedesco con un duplice schema. Schema, che a quanto pare, sembra dover tener conto della recessione in corso, ossia del fatto che non sia più replicabile l’esperienza tedesca, maturata in anni in cui il resto del mondo cresceva. Secondo Boeri, una volta abbandonato il modello dell’adeguamento automatico all’inflazione, si potrebbe corrispondere in busta paga il 50% di ogni incremento del reddito operativo lordo per addetto. Per evitare che il potere d’acquisto dei lavoratori possa subire un crollo, Boeri vorrebbe introdurre un salario minimo che tenga il passo dell’inflazione. Secondo il professore bocconiano si tratterebbe di proposte in agenda anche in Germania.

In realtà, il dibattito tedesco sul punto è un po’ più complesso e val la pena riassumerlo, non foss’altro perché dal 2013 non è del tutto escluso che la Cancelleria possa essere occupata da un socialdemocratico. Oggi in Germania circa la metà dei lavoratori dell’Ovest e tre quarti dei lavoratori dell’Est è occupato in aziende in cui non è applicato il contratto collettivo. Il numero dei lavoratori impiegati nel cd. Niedriglohnsektor, ossia il settore dei lavori scarsamente qualificati, incentivati dalle riforme Hartz, è passato dal 17 al 22% del totale degli occupati. Per questa ragione socialdemocratici, verdi ed estrema sinistra (Die Linke) vorrebbero rivedere il percorso riformatore di dieci anni fa, correggendolo.

Nei piani dell’opposizione non c’è soltanto il salario minimo generalizzato (non dimentichiamo che già oggi per quasi tutti i lavoratori coperti da contratto collettivo esiste un salario minimo diversificato per settore), ma anche e soprattutto modifiche sensibili alla contrattazione aziendale. Oggi, perché un contratto collettivo diventi vincolante per tutto il settore è necessario che almeno il 50% degli occupati lavori in imprese coperte dal medesimo contratto. I Verdi pensano di abbassare questo limite al 40%, mentre SPD e Linke hanno in mente addirittura di eliminare qualsiasi limite, rendendo automaticamente vincolante per tutti il contratto collettivo siglato da organizzazioni datoriali e sindacali. I socialdemocratici, in particolare, sembrano volersi infilare nel vicolo cieco adottando un criterio quasi italiano, quello della “rappresentatività”. Come dire: imprenditori, uscite dalle confederazioni datoriali? Non importa, noi vi costringiamo comunque ad accettare quanto decidono i vostri “rappresentanti” non richiesti.

Quindi, quando si parla di agenda tedesca si deve avere in mente non solo la proposta di un salario minimo, che nella sua forma attuale ha già avuto diverse controindicazioni (garantire posti di lavoro tedeschi, disincentivando l’afflusso di lavoratori stranieri – nel settore edile – e tutelare imprese monopolistiche – nel settore postale), ma in particolare il ritorno al passato nel modello di contrattazione collettiva.


Autore: Giovanni Boggero

Nato nel 1987, si è laureato in giurisprudenza a Torino con una tesi in diritto internazionale. Ha studiato anche a Gottinga e Amburgo. Svolge un dottorato in diritto pubblico presso l'Università del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro" e si occupa di Germania per il quotidiano Il Foglio, la rivista Aspenia e per FIRSTonline.

One Response to “L’agenda tedesca sul lavoro che l’Italia non deve seguire”

  1. marcello scrive:

    I salari saranno pure aumentati meno della produttività, ma perché si è consentito di aumentare molto di più i prezzi?

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