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Movimenti e partiti, nessuno spiega il “cosa”, ma si litiga sul “come”

– “Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo.”

Questo è forse il più bello, o quantomeno noto, “attacco” della storia della letteratura. E’ la prima riga di Anna Karénina di Tolstoj. Come tutte le frasi esemplari, anche questa racconta tutto. E’ applicabile a tutte le accezioni di famiglia e per estensione a qualsivoglia struttura sociale organizzata, e pure ai partiti.
Ogni partito, in questo frangente storico e culturale, è infelice e disgraziato a modo suo.

Il partito. Una parola dalle mille accezioni e connotazioni. In questi mesi parrebbe una parola scivolosa. Che non va o che non andrebbe usata. I cacciatori di sinonimi e di subordinate sono al lavoro. Le circonlocuzioni si sprecano. La parola partito va sospesa. Molti partiti fanno finta di non esserlo. Si definiscono movimento, gruppo, organizzazione, associazione, o ancor meglio preferiscono non definirsi. Va di moda il: “non siamo un partito e non vogliamo esserlo, ma siamo espressione…” di qualcosa. Il partito è in crisi di immagine sembra non riuscire ad innescare nuovi e fertili codici di autorappresentazione – i movimenti, invece, stanno trasformando l’agire e la narrazione politica.

Fino a qualche tempo fa, però, i partiti e i movimenti erano distinguibili per opposizione reciproca. I partiti erano strutture organizzate, i movimenti erano forme dinamiche e molecolari dell’organizzazione. Oggi la situazione è diversa. I partiti sono partiti, e i movimenti, spesso, sono partiti travestiti da altro, o futuri partiti ancora non registrati in quanto tali, o bacini di potenzialità di voti in attesa di una qualche collocazione in un partito, o correnti di un partito che in nome della lotta “contro la vecchia politica” agiscono all’interno di un partito ma facendo finta di non aver nulla a che fare con il partito nel quale sono allocati. Talvolta, mi par di capire, i movimenti son partiti non sedicenti. Ci sono movimenti che organizzano il proprio consenso elettorale, e movimenti che lanciano OPA sui partiti di appartenenza.

Ma c’è qualcosa che incredibilmente finisce per accomunare sia i partiti, sia i movimenti. E’ politica per sineddoche.
Ci sono due modi per presentarsi in campagna elettorale. Il primo è quello che prevede una politica denotativa, ossia, un dizionario di argomenti e temi politici che si manifestano attraverso una serie di punti fissi, di programma. Mi riferisco ad agende ed elenchi di intenzioni che si concretizzano in ipotesi di policy. “Il cosa voler fare”, insomma.
La politica del cosa voler fare è la politica della chiarezza. Se mi votate io farò questo e quello.

Poi vi è un’altra politica, è la politica del “come voler fare”. E’ la politica che non emette punti programmatici, ma che fa appello ai livelli identitari dell’elettore – fa appello alla sua storia, al suo romanzi di formazione, ai suoi paradigmi culturali di appartenenza. E una politica che non propone policy, ma modelli di autorappresentazione sociale. E’ una politica che lavora per sineddoche perché i partiti si pongono come sineddoche di format culturali, e non come estensori di programmi. E questi format culturali, dovendo essere allo stesso tempo sia specifici (per includere il singolo individuo elettore), sia generalisti (per incrociare i flussi indistinti di elettori indecisi), devono forzatamente essere tanto chiari quanto vaghi – saranno quindi basculanti, o meglio, nebulosi. Nel caso politico italiano la nebulosità di una identità politica non è un demerito (come dovrebbe essere), ma è, incredibilmente, una virtù elettorale. E spesso la nebulosità viene spacciata per dinamicità – che son cose ben diverse.

Queste identità politiche sineddotiche non possono manifestarsi in un vero e proprio programma, perché il programma è sempre e comunque un rischio per lo share politico. Il programma di policy viene visto, nel panorama politico italiano, come un palinsesto rischioso. Rischioso perché potrebbe far perdere elettori, rischioso perché significherebbe prendere impegni chiari verso gli elettori, e rischioso perché questo benedetto programma di policy … per emetterlo … bisogna essere in grado di pensarlo.

Questa è la politica per sineddoche. Partiti che rimandano ad un tutto a cui si riferiscono- ma questo “tutto”, a sua volta, non denota chiaramente qualcosa, ma connota delle possibilità. Per intenderci, questo e quel partito non dichiarano un chiaro programma, ma rimandano, identitariamente, ad una cultura e ad una appartenenza che spesso è tutto e il contrario di tutto.

Ora. Solitamente nella storia politica ai partiti si sono contrapposti movimenti che erano, sempre, espressione di una lotta in nome di qualcosa. In nome di una istanza culturale forte, in nome di una serie di diritti, in nome di una serie di parità. Tutti i movimenti, per statuto culturale, hanno sempre avuto un manifesto programmatico, ossia, faremo questo e quello a) …b) … c) …d) … ecc.
I movimenti, quindi, esprimevano una cultura politico elettorale del “cosa voler fare”. Ma adesso in Italia? Quali sono le policy che propongono i movimenti in Italia? (o per meglio dire i movimenti/partiti).

Di slogan ne ascoltiamo molti: rilanciare l’economia … minor pressione fiscale … riformare lo Stato … investire nello sviluppo … ambiente sostenibile … salute e bellezza … via i vecchi e i ladri.… questi slogan sono interlocutori e trasversali (tranne “via i vecchi”), a destra come a sinistra, come al centro, come nei partiti e come nei movimenti.

I movimenti si comportano come i partiti, anch’essi giocano per sineddoche, fanno appello a modalità culturali non tirano fuori una strategia di policy chiara e definibile. Le modalità sono chiare, chi all’americana, chi alla commedia dell’arte, chi alla Luterana, ma oltre questo, i programmi ancora non ci sono.
Vi sono le promesse. I movimenti (Renzi, Grillo ecc) chiedono ai loro aderenti di discutere on line le ipotesi programmatiche dei movimenti. In ultima analisi, per adesso scaliamo, poi arrivati in cima si vedrà cosa costruire.

In poche parole – ci si aspettava una ventata nuova. Questa ventata nuova poteva arrivare dai movimenti. Ma anche i movimenti, come i partiti, lavorano sulla nebulosità programmatica. Lo fanno, però, bisogna riconoscere, meglio dei partiti. Quindi, che servano da lezione ai partiti, e che la smettano, però, di atteggiarsi così tanto tanto a “diversi”.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

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