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La confusione ungherese, il baratro caucasico e la latitanza dell’UE

– L’estradizione e il ritorno in libertà di Ramil Safarov, ufficiale azero condannato in Ungheria all’ergastolo per omicidio, rischia di mettere a repentaglio i pallidi spiragli di pace tra Armenia e Azerbaijan in una nuova spirale di violenze verbali che Unione Europea, Stati Uniti e perfino Russia sembrano incapaci di fermare.

Il 19 febbraio 2004, durante un corso trimestrale di inglese promosso dalla NATO nell’ambito del “Partnership for Peace programme”, il tenente Safarov uccise nel sonno con 16 colpi di accetta il tenente armeno Gurgen Margarjan. Solo l’intervento di un ufficiale ungherese, e una porta fortuitamente bloccata, impedirono a Safarov di procedere con un secondo tentativo di omicidio.
Secondo la versione di Safarov, il gesto sarebbe ampiamente giustificato dai continui insulti subiti al convegno e dal perdurare di una sorta di “stress post-traumatico” dovuto alle supposte atrocità che la famiglia dell’omicida avrebbe subito da parte armena durante la guerra del 1988-1994 nella regione del Jabrayl, uno dei 7 distretti azeri attualmente occupati da Jerevan e Stepanakert.

Quali che siano le reali motivazioni, il tenente venne condannato da un tribunale ungherese a scontare una pena senza appello che, tuttavia, si è improvvisamente interrotta agli inizi di settembre in seguito all’estradizione verso l’Azerbaijan e il conseguente – e oggettivamente prevedibile – perdono della pena da parte del Presidente Aliyev. Dopo il rientro Safarov è stato promosso a maggiore e, soprattutto, elevato al rango di eroe nazionale.

Le reazioni da parte armena non si sono certo fatte attendere con l’immediata rottura dei rapporti diplomatici tra i due Paesi. Diversi protestanti si sono spinti fino a bruciare la bandiera ungherese bombardando il consolato di pomodori e lo stesso Presidente della Repubblica, Serzh Sargsyan, non è stato parco nel ribadire che, anche se “[l’Armenia] non vuole una guerra, se saremo costretti la combatteremo e vinceremo. Non siamo spaventati dagli assassini, anche quando godono della protezione di un Capo di Stato”. Con un piccolo quanto brutale gesto, il Caucaso è avanzato di un passo più vicino al baratro di un conflitto generale di cui, ormai, pare essere ignota più la tempistica che l’eventualità.

La giustificazione ungherese, malgrado formalmente irreprensibile, in quanto giustificata dagli articoli della Convenzione europea del 1983 sul “Trasferimento delle persone condannate” e dall’assicurazione azera che Safarov avrebbe scontato almeno altri 25 anni di pena, sembra tuttavia flebile e riconducibile a scenari che hanno ben poco a che fare con il diritto e molto con l’economia. Per quale motivo una diplomazia solitamente accorta come quella ungherese – capace di rappresentare fino a 50 stati durante la guerra di Libia – si sarebbe “concessa” un tale errore di valutazione?

Secondo il blog liberale “Hungarian Spectrum”, l’Azerbaijan avrebbe promesso l’acquisto di titoli di Stato ungheresi per un valore di 3.8 miliardi di euro in cambio del rilascio del proprio ufficiale in una trattativa condotta principalmente da Viktor Orbán, Primo Ministro, e Péter Szijjártó, Ministro per la relazione economiche esterne, piuttosto che dal Ministero degli Esteri.
Malgrado entrambe le parti si siano affrettate a negare tali affermazioni, è indubbio che un Paese alla disperata ricerca di liquidità quale l’Ungheria rischi di intraprendere l’allettante strada del supporto economico di Baku. Baku, la cui politica estera, per inciso, ruota attorno all’illusione che il bisogno europeo d’idrocarburi e quello israelo-statunitense di basi aeree in caso di conflitto con l’Iran garantisca all’Azerbaijan un perenne “salvacondotto” per le proprie azioni. Ma è, questa, solamente un’illusione?

Oltre a gettare cupi spiragli sulle possibilità che le trattative condotte sotto l’egida dei mediatori internazionali “Gruppo di Minsk” portino a qualche conclusione, la vicenda pone infatti diverse domande circa l’effettiva credibilità dell’Unione Europea nell’area. Questo, malgrado le diverse decine di milioni di euro impiegati annualmente in svariati programmi per facilitare l’integrazione dei Paesi caucasici verso l’Unione.

Con la Russia materialmente alle porte con le esercitazioni “Caucasus 2012” e “Interaction-2012” – quest’ultima appena conclusasi proprio in Armenia – e gli Stati Uniti latitanti attorno alle “gaffe” di Romney, il rischio è che Bruxelles si riduca, nuovamente, a spettatrice invece che protagonista delle crisi che verranno.
Crisi che, nel migliore dei casi, faranno rimpiangere il conflitto georgiano del 2008, nel peggiore la Yugoslavia del 1991-1995.


Autore: Federico Mozzi

22 anni, pavese. Fresco di laurea in Studi Internazionali presso l’Università di Bologna, si trasferisce prima in Belgio dove lavora come Project Assistant presso il “Security & Defence Agenda” e in seguito in Armenia, dove sta svolgendo un tirocinio per il Ministero degli Affari Esteri.

2 Responses to “La confusione ungherese, il baratro caucasico e la latitanza dell’UE”

  1. krikor scrive:

    leggete questa notizia e meditate a quali mortificazioni andiamo incontro con il nostro comportamento (Uninoe Europea) ambiguo e servile versoi nuovi riccastri

    COMUNICATO STAMPA

    L’Associazione Ensemble Xenia rende noto che un progetto inserito nella rassegna EstOvest di quest’anno dedicato alla musica dell’Azerbaijan e alle sue relazioni con la pizzica salentina, non potrà essere prodotto e realizzato.
    Lo scorso 27 agosto infatti, l’Ambasciata dell’Azerbaijan a Roma, tramite il compositore italiano che stava seguendo il progetto, ci ha fatto sapere che non avrebbe confermato il contributo economico in un primo tempo accordato e, ancor più grave, ha posto il divieto alla compositrice e al musicista di quel paese di partecipare al progetto per il quale erano già previste due date il 23 e il 25 novembre, rispettivamente a Torino, Teatro Baretti e a Savona, Teatro Sacco.
    Il senso di questa “censura” è stato motivato come segue:
    Il contributo non sarà più destinato all’Associazione Xenia in quanto dopo aver valutato e controllato scrupolosamente il loro profilo attraverso le fonti online reperite si è constatato:
    – una continua collaborazione negli anni con musicisti armeni;
    – la collaborazione con un suonatore di “duduk”;
    – un concorso per compositori armeni nel 2012;
    – la presenza di un musicista con cognome armeno nell’ ensemble
    – l’iscrizione a vari siti internet di cultura armena in qualità di “Amici
    degli armeni”.
    Inoltre sarà vietata attraverso lo Stato dell’Azerbaijan la partecipazione ai progetti dell’Associazione Xenia a tutti i musicisti azeri coinvolti.

    L’Associazione Xenia è composta da musicisti che credono nel dialogo tra popoli ed etnie diverse attraverso la musica e il confronto tra diverse culture e generi d’arte. Il Festival EstOvest nell’arco degli anni ha ospitato artisti provenienti dall’Algeria, Armenia, Azerbaijan, Cina, Egitto, Estonia, Francia, Germania, Georgia, Giappone, Inghilterra, Iran, Marocco, Olanda, Palestina, Romania, Russia, Spagna, Stati Uniti, Turchia, Uzbekistan e negli ultimi anni ha dedicato il concorso per giovani compositori ad un diverso paese ogni anno: Italia, Marocco, Egitto, Armenia.

    Il Festival EstOvest gode del sostegno della Compagnia di San Paolo e della Regione Piemonte, del patrocinio della Città di Torino e della massima stima da parte di artisti e musicisti a livello nazionale ed internazionale.

    Riteniamo doveroso mantenere la nostra assoluta indipendenza e libertà di espressione artistica e per questa ragione in risposta all’Ambasciata dell’Azerbaijan, alla quale abbiamo inviato la nostra protesta, il programma originale dedicato all’Azerbaijan verrà sostituito da un programma dedicato a John Cage, l’artista che più di qualsiasi altra figura del ‘900 ha fatto della libertà artistica una vera missione personale.

    Esprimiamo la nostra solidarietà AGLI ARTISTI azeri ed armeni offesi da questa vicenda e la nostra volontà di non lasciarci intimorire da chi pensa che le contingenze politiche possano riguardare l’arte e la musica in particolare.

    Torino, 20 settembre 2012

    Per informazioni:
    Simona Savoldi, ufficio stampa – press@xeniaensemble.it
    Alessandra Sciabica, direzione organizzativa – alessandra.sciabica@gmail.com

  2. Andrea B. scrive:

    Mi sembra evidente che nel Caucaso stiamo” perdendo terreno”, sia come Europa che come occidente tutto.
    L’Azerbaijan sa benissimo di essere per noi una nazione chiave per un approvvigionamento di idrocarburi svincolato sia dalla Russia che dai paesi arabi: oltre ad avere petrolio in quantità e pomparlo sui mercati occidentali via l’oleodotto Baku- Tblisi- Ceyhan ( guardacaso “misteriosamente” sabotato pochi giorni prima della scoppio delle breve guerra russo georgiana del 2008), l’Azerbaijan potrebbe pure diventare il punto di transito per l’ovest del gas e del petrolio delle repubbliche asiatiche ex sovietiche via Mar Caspio (saltando quindi la Russia).
    Quindi, più che cercare di ottenere salvacondotti, Baku si comporterà con noi sapendo di avere il coltello dalla parte del manico.
    Tanto più che, islamica per religione, l’Azerbaijan trova amicizia ed identità panturche con Ankara, sempre più determinata con Erdogan a rinnegare passate partenership con Europa ed Usa per assumere un ruolo di potenza regionale … personalmente, sapendo che il porto turco di Ceyhan è il terminale sul mar mediterraneo non solo dell’oleodotto del petrolio azero, ma pure di quello che arriva dal Kurdistan irakeno, mi preoccuperei un po’ se fossi una nazione europea petrolio dipendente, ma tant’è.

    Cosa resta dunque in quella regione di nazioni amiche ? Non l’Armenia, per forza di cose in orbita russa e, pur cristiana, in rapporti di buon vicinato con l’ Iran degli ajatollah, nè tantomeno la dimenticata Georgia, lasciata virtualmente ( ma si poteva fare diversamente? ) alla mercè della Russia, che attraversato in direzione sud il tunnel Roki sulla montagne del Caucaso, potrebbe, se volesse, arrivare con le sue divisioni corazzate a Tblisi in due giorni.
    Ah… giusto per non scordarcelo: sul versante nord del Caucaso ci sono le turbolente repubbliche russe della Cecenia, del Daghestan, dell’Ossezia del nord, dell’Inguscezia …
    Territorio veramente complesso il Caucaso e l’ Europa, tra russi, turchi neo ottomani, gente che ci vende il petrolio e guerriglieri islamici, che riuscirebbe a combinare ?
    Credo che anche la stessa amministrazione Obama abbia rinunciato a metterci seriamente i piedi da quelle parti.

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