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Il giornalismo non è un mestiere per giovani

– Quando all’inizio del 2012 si discuteva a proposito delle liberalizzazioni degli ordini professionali, non ci si riferiva solo agli avvocati o ai notai. In Italia tra i tanti albi dedicati alle varie professioni (medici, farmacisti, ingegneri, commercialisti etc.) figura anche l’Ordine dei Giornalisti, istituito dalla legge 69 del 1963 che riprende il precedente Albo professionale voluto da Mussolini nel 1925. Un individuo che vuole esercitare la professione di giornalista non è riconosciuto tale se non è iscritto all’Ordine, all’interno del quale vi è la differenzazione tra professionisti e pubblicisti.

Un giovane che ha l’intenzione di diventare giornalista e quindi voler entrare a far parte di una redazione, si trova davanti ad un percorso ad ostacoli che la burocrazia italiana (come al solito) mette in campo per difendere chi è già all’interno dell’Ordine. Oltre alla conquista di una laurea (passaggio ora obbligato per accedere al rango di professionista) e magari il conseguimento di un master, chi vuole diventare un “operaio” dei media professionista ha due possibilità davanti a sé: la prima è quella di frequentare due anni in una scuola di giornalismo riconosciuta, con la non indifferente controindicazione che i costi di tali  corsi non sono accessibili a tutti; la seconda è il praticantato, di diciotto mesi, all’interno di una redazione, opzione complicata visto che difficilmente le redazioni si aprono a giovani talenti. Il calvario sembra terminato, ma non è così. Dopo la scuola o il praticantato, si deve sostenere l’esame scritto e orale per entrare nella “casta” dei giornalisti.

Accanto ai professionisti, ci sono i giornalisti pubblicisti. Di fatto l’ordine attua una divisione tra giornalisti di serie A e serie B. Il pubblicista è il collaboratore di una testata, che esercita un’altra professione (ritenuta primaria), ma che comunque viene retribuito. Molto spesso, la  voglia di ottenere il tesserino da parte del collaboratore, si tramuta in sfruttamento da parte delle testate, illudendo chi scrive con la storiella dell’iscrizione all’Albo dei pubblicisti.

In poche parole, se si vuole fare il giornalista le possibilità sono poche, a meno che non si abbia un santo un paradiso oppure un colpo di fortuna. Tra l’altro la presenza dell’Ordine non aiuta, anzi penalizza fortemente che ha voglia di intraprendere la professione. Inoltre l’albo è un’invenzione tutta italiana: in Germania, in Francia e in Inghilterra  non esiste nulla di simile. Nel paese teutonico, ad esempio, per essere riconosciuti come giornalisti, non c’è bisogno di numerosi atti burocratici: infatti la professione di giornalista non è normata per legge come da noi e chiunque svolga l’attività ha il diritto di definirsi tale. Se, invece, si volesse ottenere il tesserino è necessario iscriversi ad una delle sei associazioni di categoria, con relativa documentazione in termini di produzione e retribuzione.

D’altro canto il governo non ha fatto granchè. Il suo approccio verso la riforma si è esaurito nel chiedere all’Ordine di autoriformarsi: ovviamente la risposta è stata negligente. Gli Ordini stanno bene così, facendo brandelli della competizione, della meritocrazia e delle opportunità per le persone di talento ma con poca esperienza, causa anagrafe. Perché è di questo che si tratta: la liberalizzazione del giornalismo porterebbe ad una maggiore competizione e ovviamente chi è all’interno del sistema attuale non sarebbe garantito come lo è ora.

Dare maggiori opportunità e garantire maggiore competizione, per questo andrebbe abolito l’Ordine dei giornalisti, per una questione di equità (quella vera) e per instaurare un sistema meritocratico, dove si premia chi è capace, non chi è garantito.


Autore: Marco Mitrugno

Nato a Mesagne (Br) nel 1992. Appassionato di basket, calcio, storia, politica e giornalismo. Attualmente collabora con Il Patto Sociale.

One Response to “Il giornalismo non è un mestiere per giovani”

  1. Mari scrive:

    Un “articolo” fortemente di parte e con molte inesattezze.Gli Ordini non fanno brandelli di nulla, a quello pensano gli editori.

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