– Garrivano al vento, innumerevoli, le stellate bandiere indipendentiste durante la manifestazione dell’Undici Settembre, la festa “nazionale” catalana. Sfilavano, quelle bandiere stellate, portate da un milione e mezzo di persone almeno, dietro uno striscione che sopra recava scritto “Catalunya nuovo Stato d’Europa”.

Molte erano le magliette del Barça, così come tante erano quelle della “nazionale” catalana di calcio; e il corteo, assolutamente pacifico, era composto da gente di tutte le età e di tutte le classi sociali e di tutto l’ “arco costituzionale” catalano, di governo e d’opposizione. Mancavano, ufficialmente, i socialisti e i popolari, le forze politiche “spagnole”: ma gli altri c’erano tutti.

Il trionfalismo della maggior parte della stampa catalana del giorno dopo parlava di un’impressionante prova di forza, un segnale dato a Madrid del fatto che ormai il cammino è segnato: la Catalunya sarà indipendente, ed è solo questione di tempo. Catalunya nuovo Stato d’Europa, Catalunya “libera” e “liberata”, Catalunya che non dovrà più dare i soldi a Madrid ma li gestirà da sola, dunque. Ma un nuovo Stato su che basi? E che denaro sarebbe chiamata a gestire, questa Catalunya indipendente, se i passi verso la formazione di questo nuovo Stato sono nebulosi e affondano le loro radici più in una credenza mitica che su solide basi economiche e sociali?

Che la Catalunya all’interno della Spagna sia un unicum è un dato di fatto. La sua cultura secolare è ben rintracciabile in una specifica lingua, letteratura, in specifici usi e costumi che i catalani sentono come loro e condividono come un popolo. Le rivendicazioni catalane affondano le radici quasi nei primordi della storia spagnola: da quando cioè nel 1469 Isabella di Castiglia e Ferdinando di Aragona (sotto il cui regno la Catalunya ricadeva) si unirono in matrimonio, dando origine alla Spagna moderna.

Sono quindi più di cinque secoli che i catalani si sentono umiliati e offesi da un potere centrale che – a loro dire – non li considera come dovrebbe e usa le risorse della Catalunya per ingrassare il resto della Spagna. L’ossessione franchista di tentare di annientare le lingue e le culture regionali ha fatto sì che alle rivendicazioni storiche se ne aggiungessero altre, più quotidiane e politiche.

Ed è così che, negli anni della democrazia, la Catalunya si è sempre più distaccata dal resto del Paese, creando le condizioni sociali e culturali perché lì ci si senta non spagnoli. Se a questo aggiungiamo che la Catalunya si lamenta perché a suo dire è la seconda regione della Spagna per trasferimenti fiscali al governo ma la decima per trasferimenti dal governo alle regioni il quadro si completa: non vogliamo, dicono i catalani, pagare le tasse per gli andalusi che vivono a sbafo dello Stato e non lavorano. Se a qualcuno è parso di aver sentito simili discorsi anche in Italia da parte di forze politiche che fino a meno di un anno fa erano al governo e che ora stanno all’opposizione nel tentativo impossibile di ricostruirsi una verginità, beh, non si sbaglia.

Giusto per fare alcuni esempi: la Catalunya si fonda su un bilinguismo molto sbilanciato a favore del catalano. La scuola pubblica impartisce la maggior parte degli insegnamenti in catalano. Gli atti pubblici sono correntemente scritti in catalano. Se il sindaco di Barcellona, ad esempio, deve fare una comunicazione ufficiale la fa in catalano. Così anche il Presidente della Generalitat, la nostra Regione. La Catalunya ha la sua Polizia, i Mossos d’Esquadra, e la sua tv, che ha inviati in tutto il mondo e trasmette anche Champions e Formula Uno, con commento in catalano. A questo si aggiunge l’elemento unificante del Barça, la squadra di calcio, che storicamente oppostasi al centralismo del Real Madrid in nome del suo motto (“più che un club”), riveste da qualche anno con i suoi successi e l’esportazione in tutto il mondo del suo modello glocal (globale ma saldamente ancorato alle radici locali) il ruolo di “braccio armato” del catalanismo. Oltre al fatto che allontanandosi da Barcellona, metropoli internazionale, sentire parlare spagnolo nelle strade e nelle case è un’impresa piuttosto ardua.

Tuttavia, per quanto come si vede le premesse culturali per creare un nuovo Stato ci sarebbero tutte, non altrettanto si può dire di quelle economiche. E soprattutto, in un momento come quello attuale in cui si va, speriamo il più presto possibile, verso gli Stati Uniti d’Europa, basta un’omogeneità culturale a creare le condizioni per una nuova entità statuale? Noi crediamo di no. I popoli sono tali perché sono parte di una stessa cultura condivisa, è vero, ma è anche vero che in tutti i Paesi esistono le specificità regionali e che in un momento come questo, in cui le risorse sono scarse e bisogna ripensare globalmente al modello di sviluppo da portare avanti per i prossimi decenni, le spinte separatiste sono anacronistiche e controproducenti.

Nessuno di coloro che in Catalunya propugnano l’idea dell’indipendenza ha spiegato, ad esempio, che moneta avrebbe il nuovo Stato, né quali sarebbero le risorse per costruire le nuove strutture statuali (la burocrazia, il sistema di sicurezza, il sistema scolastico ecc ecc). Come si pensa di entrare nell’Unione Europea con il niet di uno dei suoi soci più importanti, quella Spagna che mai darebbe il riconoscimento a una Catalunya indipendente? Come si pensa di resistere da indipendenti alle gole di altre potenze straniere, magari più a est, a cui avere un avamposto nel Mediterraneo probabilmente farebbe piuttosto gola? Anche qui, nessuna spiegazione.

E ancora, Barcellona è la prima destinazione turistica della Spagna: i turisti che affollano le Ramblas cercando emozioni a buon mercato, bardati di sombrero, maglietta giallorossa con la scritta “Espana” di ordinanza bevendo sangria da improbabili cannucce lunghe un metro e più, cercano la movida iberica più dozzinale e non le specificità catalane più ricercate. Siamo sicuri che quei turisti, non un vanto dal punto di vista qualitativo ma pur sempre importanti da quello quantitativo (visto che sono tanti e portano tanti soldi), tornerebbero in una Barcellona “despagnolizzata”?

Non si tratta di essere solo a favore o contro l’indipendenza (noi, come si è capito, siamo contrari) ma di conoscere per deliberare. Milioni di catalani vorrebbero l’indipendenza in assoluta buona fede, convinti di migliorare le proprie condizioni di vita attuali, piuttosto in sofferenza. Ma spesso la buona fede non basta, se non è supportata dalla esatta, o perlomeno probabile, percezione delle conseguenze delle proprie scelte. E una Catalunya indipendente, ora come ora, gioverebbe a molti, forse. Ma di sicuro non ai catalani.

A meno che questa dell’indipendenza non sia una pressione che le classi politiche locali usano nei confronti del governo centrale, il quale ha molte responsabilità nella radicalizzazione dello scontro al quale stiamo assistendo, per avere più risorse. E un’arma di distrazione di massa nei confronti dei propri cittadini per nascondere decenni di sprechi imputandoli solo a Madrid.

Tutto può essere, ma bisogna stare molto attenti, a maneggiare il sentimento popolare. Che spesso è tanto volubile quanto irrazionale, e domani getterà coloro che oggi osanna nella polvere. In quella polvere dove spesso e volentieri, quando scoppia ogni cosa, vanno a finire tutti, senza distinzioni.