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I territori italiani, in mutazione e senza vera rappresentanza politica

– Nell’estenuante e finora sterile discussione sul futuro delle rappresentanze politiche del Paese, tra esponenti politici con ambizioni di diventare il prossimo futuro leader e quelli che, pur avendone la possibilità, non lo sono mai diventati, si rincorrono i temi nazionali. A ragione legati quasi indissolubilmente a quelli europei. Mentre rimangono senza attori, senza quel megafono che sarebbe necessario ci fosse, le questioni locali. Una circostanza non episodica. Soprattutto non senza ragioni.

Alla metà di luglio, in un editoriale sul Corriere della Sera, Giuseppe De Rita si soffermava sull’argomento. Sottolineando come i territori, privi quasi ovunque di una seria rappresentanza, fossero a suo giudizio il risultato del “deserto della politica”. Nessun confronto, nessuna proposta, nessun programma. Solo lotte di potere, quasi sempre rozzamente personalizzate. Nessuno (o quasi) conta più in loco. Nessuno ha più la statura culturale e politica per espatriare. Per darsi da fare sul potere romano per orientarne le decisioni di intervento. Con il fine ultimo, neppure tanto nascosto, di crescere di prestigio nella propria realtà locale.

Insomma un “deserto dei leader” causa ed effetto di territori allo sbando. Una questione tutt’altro che marginale. Sulla quale De Rita è tornato poco prima della metà di Settembre, ancora sulle colonne del Corriere della Sera. Lamentando la scarsa attenzione, da parte del Governo, nei confronti della dimensione territoriale. Dell’impalpabile coltivazione del “foro interno”. Delle centinaia di migliaia di piccole imprese. Delle migliaia di crisi aziendali che si preannunciano. Del condensato a livello periferico dell’opinione quotidiana, di sfiducia, come di speranza e responsabilità.

Quella di De Rita non è una voce isolata. Anche Ilvo Diamanti, poco dopo la metà di agosto, ne ha parlato su Repubblica. Offrendo una lettura del localismo istituzionale, fatto di governatori e sindaci, province da eliminare o da salvare. Non c’è dubbio che, stretti anch’essi tra spread e spending review, i grandi sconfitti sono proprio i territori. Insieme alle culture politiche che ne sono state espressione. Non solo il leghismo dei non rappresentati delle vallate alpine e degli stressati della globalizzazione. Ma con esso anche il localismo istituzionale.

Il problema vero è che ancora è frequente una certa confusione, formale e sostanziale, per quel che riguarda il “territorio”. Infatti, se per esso si intende l’organizzazione piramidale, l’espressione locale, provinciale, della sfera della rappresentanza, e ancora, il localismo economico della provincia produttiva e dei distretti, così come li ha delineati il Sole 24 Ore in una rubrica “agostana”, è giusto affermare che il territorio abbia esalato (o comunque stia esalando) il suo ultimo respiro.

Ma ormai il territorio, superate le sembianze assunte negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, dismessi i panni del capitalismo molecolare ancorato allo spazio geografico della cosiddetta Terza Italia (quella del NordEstCentro), ha una forma differente. I suoi confini, geografici e concettuali, non sono più ostaggio della questione settentrionale dei localismi produttivi. Questi caratteri distintivi sussistono. Senza alcun dubbio. Ma, al contempo, sono nati, si sono sviluppati, elementi nuovi. Che sembrano permettere una lettura differente rispetto a quella proposta. Il territorio, la Politica, piuttosto che attori di una fase di inarrestabile declino, il cui naturale esito è la morte, sono vitali elementi (interpreti) di una fase di trasformazione e di conflitti. Profondi, ma pur sempre chiari indizi di un processo dinamico.

Partendo da questo elemento, ribadendo la centralità dei territori, si può giocare una nuova partita. Scrivere una nuova storia. Ben inteso non derogando da un atto iniziale. Il loro ridisegno. Solo così si può ristabilire un ordine tra quanti sostengono che la salvezza sia data dalla drastica riduzione della dimensione intermedia dei poteri e quanti sostengono il territorio come spazio di un nuovo patto tra società civile e Stato. Allora il criterio per ridisegnare l’architettura dei poteri pubblici non può essere quello della spending review. Proprio perché coinvolge, specialmente nei comuni più piccoli, il sostegno reale del Paese. Riaccorpare territori e funzioni sulla base della virtuosità del rating dei loro bilanci non sembra operazione del tutto convincente. Forse sarebbe più funzionale, innanzitutto, discriminare tra ciò che è stato creato come superfetazione istituzionale di un localismo “cattivo”, costituito da clientele e spoil system, e ciò che è rappresentanza “buona” di identità territoriali vere.

Il tema centrale è dunque non la scomparsa ma, al contrario, quella che Aldo Bonomi, il critico cantore del “territorio”, in diverse circostanze, sulle pagine del Corriere della Sera, ha definito la fibrillazione. Una fibrillazione dei poteri, di comuni, province, autonomie funzionali, rappresentanze, certo. Ma anche una fibrillazione sociale e politica di identità collettive, gruppi civici e movimenti. Dentro la crisi, a ben guardare, emerge quindi una geografia delle fibrillazioni territoriali. Dentro questo processo in fieri, all’interno di queste effervescenze, c’è tutta l’inquietudine di una vasta area geografica. Che è possibile suddividere al suo interno, partendo da un criterio che è esclusivamente spaziale ma che in realtà trova giustificazione in caratteri e peculiarità propri.

Si può partire con le terre alte della montagna, per le quali il venir meno della statualità, lungamente invocata, può costituire un punto di riferimento. Tanto più se manca una politica sostitutiva, fondata su una attenta manutenzione territoriale che tenga nel debito conto la green economy.
Alle pendici delle terre alte sono riconoscibili le fasce pedemontane. Cioè il centro del capitalismo molecolare manifatturiero e di quella che è stata definita la questione settentrionale. Sono, soprattutto, in fibrillazione la serie di poteri e di autonomie intermedie che prima hanno innervato lo sviluppo e poi, con l’avvio della crisi, agito da cuscinetto, da ammortizzatore. In compenso resta muta la rete della piccola e micro impresa. Fiaccata non solo dalla congiuntura ma anche dalle misure proposte dal Governo. Qui, in questo spazio, sul quale ha fatto leva nel recente passato il progetto berlusconiano e bossiano, probabilmente si gioca la partita più importante. In quelle fasce pedemontane che non sono soltanto provincia produttiva. Ma distretti e centri urbani medi nei quali l’urbanizzazione diffusa non ha mutato soltanto il paesaggio ma anche le priorità della politica.

Lungo l’asse della via Emilia, nel quale il post-terremoto appare ancora sostenuto perlopiù dalla capacità di ripresa naturale e di coesione delle Persone e delle autonomie intermedie, la situazione appare in ebollizione. Con l’inquietudine della ricostruzione che si mischia con quella che provoca il futuro.

Al centro, Toscana-Umbria-Marche, che dopo aver costituito la componente meridionale della Terza Italia stanno tentando di riposizionarsi lungo la direttrice Tirreno-Adriatica. Un’Italia di mezzo nella quale si confrontano realtà anche molto differenti tra loro. Per le quali la crisi può divenire l’occasione di riconversione. Industriale, certo. Ma anche urbana. Le dismissioni la chance per costruire un futuro nuovo per gli ex centri produttivi.

Al Sud tutti gli indizi spingerebbero a credere possibile la realizzazione di un ambizioso mix nel quale si armonizzino, esprimendo così le loro grandi potenzialità (finora quasi inespresse), risorse del passato e del presente/futuro. Cultura e innovazione insieme. Più esplicitamente, agricoltura e turismo, portualità e green economy. Il tutto puntando sulla riacquistata centralità di uno spazio mediterraneo. Un progetto incardinato su politiche nazionali nate sulla base di una strategia europea. Un progetto nel quale si muovono realtà regionali differenti. Dalla Campania, Basilicata e Puglia, che attraversano una evidente fase di transizione, dalla quale appare difficoltoso trovare rimedio. Alla Sicilia nella quale, invece, alla cattiva politica locale si contrappongono non soltanto movimenti estremi, come quello cosiddetto dei forconi, ma anche un tessuto di società civile espressione di rinnovamento.

A questa griglia geografica va aggiunta ancora una componente. Selezionata ricorrendo ad un criterio per così dire demografico. Si tratta delle grandi città, degli spazi metropolitani. Realtà a sé. In quanto luoghi nei quali prendono avvio processi che trovano la loro piena espressione, il loro compimento, al di fuori di essi. Nei veri e propri territori. Ma anche luoghi nei quali si amplificano inquietudini, realtà, nate altrove. Spazi del vivere condiviso nei quali trovano il loro coagulo nuovi movimenti. Città nelle quali trovano posto grandi funzioni e poteri, ma anche molto altro.

Una composizione sociale che dopo le spallate, provocate dalla crisi, alla new economy e al modello individualista berlusconiano, si scopre molto più eterogenea. Molto meno middle class e più “precaria”. Mentre questa metamorfosi procede provocando una mobilitazione crescente nei territori metropolitani e facendo oscillare gli orientamenti politici. Tra il populismo partecipativo di Grillo e l’impegno per il nuovo promesso da homines novi, da inaspettati protagonisti della politica municipale come lo sono stati, ad esempio, Pisapia a Milano e De Magistris a Napoli.

Oggi il nuovo territorio è la summa di tutto questo e molto altro. Un magma partecipativo nel quale s’intrecciano le questioni più differenti, i conflitti più feroci. La nuova fase politica promessa da tutti, indistintamente, ancora somiglia molto a quella del passato recente. Nella gara a buttare via tutto quel che è stato, a promuovere costruzioni nuove, non sarebbe forse male rivolgere un po’ di attenzione ai territori. Servirebbe a comprendere un po’ meglio ciò che sta accadendo e forse aiuterebbe a intravvedere quel che sarà.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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