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Cuius regio, eius web. Il ragionevole vaglio di Google sui contenuti

Il rifiuto opposto da Google, proprietaria di Youtube, di rimuovere il video del film Innocence of Muslims ha nuovamente aperto il dibattito sulla libertà d’espressione sul web, sui suoi “limiti variabili” e sulla potenziale necessità di regolarla.

Prima di addentrarsi in questo campo minato, è bene chiarire subito alcuni punti.
Il film non è altro che una provocazione inaccettabile, fatta con la precisa intenzione di scatenare la più dura reazione possibile da parte islamica: gli attori e la troupe (che hanno pubblicamente disconosciuto il film) hanno “recitato” (le virgolette sono d’obbligo, data la scarsa qualità della pellicola) su un copione che non prevedeva riferimenti all’Islam, che sono stati aggiunti successivamente in fase di doppiaggio. Questo, ovviamente, non giustifica le violenze che si sono scatenate nel mondo islamico: chi risponde alle provocazioni colpendo persone innocenti è colpevole almeno tanto quanto chi l’ha provocato ed è ingiustificabile sotto tutti i punti di vista.

Entriamo ora nel merito della vicenda. Lo facciamo prendendo in prestito le parole di Massimo Gaggi, che sul Corriere della Sera si è chiesto: “È proprio il caso di affidare a un pugno di ragazzi geniali, soprattutto ingegneri e matematici imbevuti della cultura libertaria californiana, la misurazione di quel «clear and present danger», un pericolo imminente e immediato, che può giustificare l’introduzione di un limite alla libertà d’espressione?

La risposta è: sì, è il caso di farlo. Innanzitutto perché Google (in questo caso) non ha mai inteso tirarsi indietro di fronte alla responsabilità, che le viene dall’essere proprietaria di Youtube, di scegliere se e come oscurare il video. L’ha fatto in alcuni Paesi, perché glielo ha imposto la legge (India e Indonesia) o perché ha scelto autonomamente (Egitto e Libia), ma l’ha fatto anche seguendo il principio espresso nel 2007 per cui “un tipo di contenuto […] può essere considerato completamente inaccettabile in un posto e perfettamente accettabile in un altro“.

Di esempi se ne possono portare tanti. Sempre rimanendo nel campo cinematografico (e senza nessuna intenzione di voler fare paragoni qualitativi), basta ricordare L’ultima tentazione di Cristo, accolto fra le polemiche in Occidente e la cui proiezione è ancora oggi vietata a Singapore e nelle Filippine, oppure la locandina del film Amen. di Costa-Gavras, realizzata da Oliviero Toscani. Perfino Wikipedia è stata al centro di forti polemiche per contenuti “controversi”: a cavallo fra 2007 e 2008, ci fu una petizione online per rimuovere un’immagine di Maometto, risalente al XV secolo, dalla voce a lui dedicata, perché la tradizione islamica vieta le raffigurazioni del Profeta; a dicembre 2008, la Internet Watch Foundation maldestramente bloccò l’accesso alla versione inglese di Wikipedia per 24 ore dal Regno Unito, dopo aver messo in blacklist la copertina di un album del 1976 della band heavy metal tedesca Scorpions.

Questi quattro casi mostrano come sia difficile trovare una definizione comune di “contenuto appropriato”. Ancor di più questo è vero sul web, dove un contenuto bloccato su un sito può facilmente riapparire su un altro oppure essere bloccato in un’area, ma disponibile in un’altra. Un fenomeno che Gaggi correttamente definisce come “una libertà di parola a ‘geometria variabile’ “, ma che resta il male minore: l’alternativa a lasciare alle singole aziende la decisione se pubblicare o meno certi contenuti è, infatti, demandare questa decisione a una autorità, gestita direttamente o comunque influenzata dallo Stato.

Se Google avesse ceduto alla richiesta della Casa Bianca, questo avrebbe costituito un precedente gravissimo e pericoloso per l’Occidente. Pur comprendendo la necessità di non esacerbare ulteriormente gli animi, il Governo statunitense avrebbe rischiato di trasformarsi in una pallida copia delle sue controparti cinese, pakistana e russa – che pure vengono condannate per la loro dimestichezza nell’applicare la censura. Sarebbe un finale decisamente triste, specie considerando che nell’ultimo anno si sono avute proteste contro iniziative anti-pirateria che avevano, come effetto collaterale, una possibile limitazione della libertà d’espressione.

D’altronde, il “pugno di ragazzi geniali” che guidano Google, Twitter e Facebook, per quanto essi possano essere “imbevuti della cultura libertaria californiana“, non è affatto disconnesso dal mondo reale. Certo, i vari “genietti” della Silicon Valley sono imprenditori e come tali hanno molto a cuore l’interesse delle proprie aziende, che non sempre coincide con la tutela della libertà d’espressione ovunque. Ma questi “ragazzi” sanno anche molto bene che basta poco, anche solo il sospetto di una “censura” sui contenuti, per ritrovarsi orde di persone su Internet chiedere la loro testa in cima a una picca. E non è detto che – figuratamente, ovvio – non la ottengano.


Autore: Luca Martinelli

Nato nel 1985 a Benevento, laureato triennale a Roma Tre e magistrale alla LUISS in Scienze Politiche, scrive da quando ha 16 anni e mezzo. Dopo anni passati a far gavetta e studiare, è diventato un giornalista pubblicista freelance. Siccome non ama starsene con le mani in mano, nel suo tempo libero è anche utente di Wikipedia in italiano da più di sette anni.

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  1. […] politiche di rimozione dei contenuti di Google abbiamo già discusso in passato, notando come l’azienda di Mountain View non si sia mai tirata indietro quando si è trattato […]