– Il 3 aprile 2006, a Porta a Porta, durante un serrato confronto televisivo con Romano Prodi, Silvio Berlusconi annuncia:

“Per noi la casa, la prima casa, è sacra come la famiglia; per questo aboliremo l’ICI (sorriso). Avete capito bene, aboliremo l’ICI su tutte le prime case e quindi anche sulla vostra. […] Avevamo detto La ‘Forza di un sogno, cambiare l’Italia’; lo stiamo facendo. Scegliamo di non tornare indietro, scegliamo di andare avanti (ammiccamento accompagnato da movimento della mano).”

Il coup de théatre non gli consentirà di vincere le elezioni ma, contro ogni pronostico, gli darà la maggioranza dei voti al Senato rendendo la già traballante coalizione di centrosinistra ancor più debole. Caduto il governo Prodi, due anni dopo, con il Decreto legge 93 del 27 maggio 2008, Berlusconi manterrà almeno una delle promesse della sua quasi ventennale carriera politica e abolirà l’ICI sulla prima casa.

Dalla sua introduzione come imposta straordinaria nel ’92, naturalmente presto diventata ordinaria, l’ICI rappresentava la principale forma di introito fiscale degli enti comunali in sostituzione dei trasferimenti statali.
Domenica scorsa il Cavaliere, presentando la sua candidatura di fronte ad una platea di crocieristi, ha scelto di andare indietro, riproponendo il vecchio refrain della sacralità della prima casa. Giusto, se non fosse che la sua reintroduzione sotto forma di IMU è stata votata anche dal PDL – compatto tranne poche eccezioni – e che l’imposta municipale propria rappresenta oggi per le esangui casse dello Stato una voce che vale da sola 20 miliardi di gettito annuo.

Esattamente come 4 anni fa, ed esattamente come tutte le promesse poi non mantenute, la proposta di cancellazione di un’imposta, se non supportata da complementari e proporzionali programmi di abbattimento della spesa, resta esperimento di demagogia, mero esercizio elettorale. Perché oggi, senza un serio e puntuale progetto di riordino di spesa pubblica e imposizione fiscale ogni ipotesi che vada nella direzione (sacrosanta) di riduzione della pressione fiscale, si andrebbe incontro al fallimento parlamentare e all’aggravamento della nostra posizione nel consesso europeo.

Le poste su cui agire per riequilibrare i conti pubblici sono molteplici ed esigono un approccio scientificamente corretto. La Svezia, alla quale abbiamo conteso con successo il primato della pressione fiscale, ha tagliato la spesa pubblica, in particolare nel settore istruzione, e, dopo aver ridotto organicamente la pressione fiscale sui redditi dei lavoratori, ora si accinge a ridurre di 4 punti quella sulle imprese. Un riequilibrio in favore della crescita che in solo 2 anni ha riportato il gettito agli stessi valori pre-riduzione.

Ma questo a Berlusconi evidentemente non interessa.
In un crescendo di boutade fini a loro stesse, forse incoraggiato dalla platea amica (la crociera era organizzata dal suo organo di stampa), ha lanciato anche l’anatema contro il fiscal compact – anch’esso votato dai suoi parlamentari solo poche settimane fa – e contro la Germania, colpevole di impedire che la BCE batta moneta, “un mattone che pesa in maniera tragica [sulla crescita]”.

Se Silvio Berlusconi avesse mai letto il trattato istitutivo e il mandato della BCE, saprebbe che compito principale della Banca Centrale è quello di controllare la stabilità dei prezzi; se avesse studiato un po’ di economia saprebbe che l’aumento dell’offerta di moneta (M2) produce inflazione.
Le promesse impossibili da mantenere fanno parte di una comunicazione fatta di annunci e non di progetti; di effimera teatralità e non di volontà di cambiare lo status quo.

Di quanti punti aumenterebbero i tassi d’interesse sul nostro debito se a pronunciare quelle parole fosse il presidente del consiglio e non un trinariciuto capopartito da pensionare?