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Sulle intercettazioni, forse, basterebbe solo un po’ di buon senso

– Era ed è tutt’oggi una delle riforme alle quali tiene di più Silvio Berlusconi nonché una delle più aspramente dibattute, ma quello della legge sulle intercettazioni sembra essere un labirinto dal quale la politica italiana non riesce proprio ad uscire, arenandosi nel solito immobilismo incapace di mettere mano al testo legislativo.

La questione è spesso affrontata con approccio semplicistico dagli opinionisti televisivi, della carta stampata e ovviamente dai politici stessi. Il gioco è spesso ridotto ad una divisione tra “pro” e “contro” – come se una disciplina che tanto incide sui diritti fondamentali del cittadino potesse essere ridotta a mero oggetto di contesa mediatica.

Proviamo a mettere ordine ed analizzare la disciplina vigente.
Per iniziare il legislatore prevede l’uso delle intercettazioni solo per reati considerati gravi o in grado di toccare aspetti particolarmente sensibili della vita pubblica e privata. Per disporre l’intercettazione, che viene richiesta dal pubblico ministero, è necessario un decreto motivato del giudice che l’autorizzi.

Per concederla devono essere valutati due aspetti fondamentali predisposti dalla normativa, cioè che ci siano “gravi indizi di reato” e che le stesse intercettazioni siano “assolutamente indispensabili” per la prosecuzione delle indagini. Nei casi di urgenza può essere lo stesso pubblico ministero a disporre le intercettazioni, ma è comunque necessaria la conferma del giudice entro 48 ore.

Quanto possono durare le intercettazioni? Il decreto del giudice ha efficacia per 15 giorni, ma sono prorogabili sempre con decreto motivato per periodi successivi di quindici giorni. Una volta concluso il periodo di esecuzione il contenuto delle conversazioni registrate viene trascritto su verbale. Entro cinque giorni dalla conclusione delle operazione i verbali devono essere depositati presso la cancelleria del Tribunale.

Siamo al punto in cui si capisce perché anche conversazioni assolutamente irrilevanti ai fini probatori finiscano in pasto a giornali e televisioni. Da questo momento in poi cade il segreto sugli atti depositati e di conseguenza il loro divieto di pubblicazione. Qui si annida la grande falla della legge sulle intercettazioni, quella che rende possibile la violazione del diritto alla riservatezza e garantisce alla stampa la possibilità di rendere pubbliche anche conversazioni private ed irrilevanti a livello processuale tra intercettati (che non è detto siano tutti indagati).

Solo successivamente, attraverso la cosiddetta procedura di “stralcio” del giudice a cui partecipano pm e difensore, verranno selezionate le conversazioni che non appaiano “manifestatamente irrilevanti” da acquisire come prova in processo. Basterebbe spostare la caduta del segreto posteriormente a tale momento per tutelare il diritto alla riservatezza dei cittadini ed evitare l’odiosa pratica del gossip da intercettazione. Così infatti sarebbero pubblicabili solo le intercettazioni rilevanti ed acquisite in processo.

Disciplina di favore (stabilita dalla costituzione all’art.68), invece, per i parlamentari: per sottoporre questi ultimi ad intercettazione è infatti necessaria l’autorizzazione della Camera di appartenenza. Questa disposizione vanifica la forza investigativa di questo mezzo, poichè avvisa precedentemente il parlamentare che sarà intercettato. Nel caso in cui il parlamentare non sia indagato, ma venga intercettato casualmente nel corso di un’indagine a carico di soggetti intercettati, è applicata la stessa disciplina. Dovrà cioè essere richiesta l’autorizzazione alla Camera per l’utilizzazione delle intercettazioni e se negata dovranno essere distrutte. Con buona pace del valore probatorio a carico degli indagati che le stesse potevano rappresentare.

Per concludere è necessario soffermarsi su tre aspetti critici della normativa. Uno dei principali addebiti della politica alla legge è l’eccessivo utilizzo delle intercettazioni. Queste sono però uno strumento fondamentale per la persecuzione di alcuni reati come l’associazione per delinquere, la corruzione o la concussione: limitarle nella durata significherebbe ridurre eccessivamente il potere d’indagine dell’autorità giudiziaria aprendo spiragli d’illegalità.

Altra critica correlata alla prima è il costo delle intercettazioni, ma come abbiamo visto queste sono utilizzabili solo al verificarsi di determinati condizioni e previo controllo del giudice. Per arginare l’uso improprio e quindi il costo eccessivo si potrebbe prevedere una sanzione disciplinare a carico di giudici e pm che non rispettano i requisiti imposti dalla normativa.

Terzo elemento, quello più importante, è il rispetto del diritto alla riservatezza. Sarebbe opportuno spostare in avanti il momento in cui cade il segreto sugli atti, cosicché siano pubblicabili solo le intercettazione acquisite nel dibattimento e considerate rilevanti in termini probatori. Basterebbe poi rendere perseguibili penalmente gli autori di fughe di notizie e i giornali qualora contravvengano al divieto pubblicando atti segreti.

Siamo di fronte ad un argomento certamente complesso, ma basterebbero poche misure ed un minimo di buon senso legislativo per coniugare esigenze di legalità e riservatezza che renderebbero più sicuri e più tutelati i diritti dei cittadini.


Autore: Lorenzo Castellani

Studia Giurisprudenza alla Luiss Guido Carli di Roma. Appassionato di diritto, politica e giornalismo. Ha diretto un giornale universitario e fondato il network studentesco LUISS APP, è promotore dell'associazione ZeroPositivo. Liberale e liberista, sogna un’Italia dinamica, aperta e competitiva. Tw:@LorenzoCast89

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