L’Italia se lo merita, Marchionne

di LUCIO SCUDIERO – Recita il bignami del corretto rapporto tra Stato e libertà che le strategie imprenditoriali di aziende o gruppi privati non sono affare di cui un Governo debba occuparsi. Quando però nessuna, o un numero troppo basso di tali sovrane strategie imprenditoriali, incrocia quella del Paese in questione, allora questo sì diventa affare del suo governo.

L’Italia ha un problema industriale? Sì. L’Italia ha un problema con la fuggitiva Fiat di Marchionne? Certamente. Ma la seconda questione ha una relazione di “species” a “genus” rispetto alla prima. E mentre della prima faccenda il Governo deve occuparsi, e pure alla svelta, di Fiat e del suo amministratore delegato occuparsi non può, per quanto fastidiosa, ambigua e finanche “scorretta” possa apparire la sua condotta degli ultimi mesi.

Il manager in capo di Fiat aveva ragione da vendere quando denunciava lo stato schifosamente repellente dell’Italia rispetto agli investimenti nazionali e soprattutto internazionali. Marchionne ha però probabilmente ecceduto nel legare quella disamina alla tessitura di un progetto industriale, Fabbrica Italia, che prometteva forse più di quanto potesse permettersi, e cioè la riscrittura della costituzione materiale dell’industria italiana tramite l’ “apostolato rieducativo” dei progetti di Pomigliano, Mirafiori e del Lingotto in generale.

Gli annunci tonitruanti e le intemerate contro certo costume politico sindacale  sono una civetteria che l’a.d. di un grande gruppo industriale può e deve concedersi solo se poi va fino in fondo a “moralizzare” il bersaglio delle sue invettive. Che le condizioni del mercato dell’auto fossero da coma irreversibile e l’attrattività dell’Italia ai minimi storici erano elementi già noti nel 2009, quando Fabbrica Italia prese l’avvio.  Non che questo, rispetto alle attuali strategie Fiat, conti qualcosa di più di quel che vale, cioè niente. Fiat può e deve investire dove è redditivo farlo. In Italia non è così, e a Marchionne si può solo contestare un peccato di vanità, forse, e nulla di più. Che se prometti di produrre un milione di auto in più, e poi ne produci duecentomila in meno, fai un po’ la figura di quel presidente del Consiglio che promise un milione di posti di lavoro prima di catapultarci in un decennio perduto.

Resta il problema generale di pertinenza del Governo che gli addetti ai lavori chiamano sempre più insistentemente “politica industriale”. La successione di annunci e di defezioni da questo punto di vista è inquietante: quando perdi l’acciaio dell’Ilva, la produzione del Sulcis e il primo gruppo industriale del Paese, ce n’è abbastanza per abbattere il più forte dei cavalli di razza, figurarsi l’Italia di questi tempi.

Dunque che fare? Niente, cioè tutto. Le solite cose che ci raccontiamo da almeno vent’anni, quelle sulle quali già pende la scure di un referendum abrogativo. e che consentirebbero a qualche casa straniera di rilevare gli stabilimenti Fiat producendo più auto e mantenendo i livelli occupazionali.

Ce lo meritiamo Marchionne? Ci potete scommettere che ce lo meritiamo.

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Twitter: @Antigrazioso


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

3 Responses to “L’Italia se lo merita, Marchionne”

  1. andrea scrive:

    In un paese liberale la “politica industriale” di un governo dovrebbe consistere semplicemente nel non interferire nel funzionamento del mercato lasciando che avvenga una positiva selezione naturale.dovrebbe,un governo,far si che chi ha voglia di imprendere non venga scoraggiato(tasse,burocrazia,tempi della giustizia,mercato del lavoro);dovrebbe,insomma,un governo,limitarsi a non dare fastidio.Questa non interferenza non assicurerebbe una ripresa economica in automatico perchè c’è da vedere quanta voglia di impegnarsi e di rischiare sia rimasta in noi italiani dopo decenni di welfare elefantiaco.Se questa volontà non ci sarà,noi italiani diremo addio al benessere che consideriamo dato per sempre e sarà giusto cosi.

  2. Antonino scrive:

    Caro Andrea, condivido pienamente quello che hai scritto. Gli Italiani devono riscoprire la voglia e la bellezza di essere padroni del loro destino e del loro paese, il che implica anche la capacita’ di cambiare radicalmente la propria classe dirigente.

  3. lodovico scrive:

    Certo, se avessimo ascoltato Napolitano. La Ferrari doveva costruire trattori e la FIAT auto per il popolo. La nostra classe politica non ha mai creduto nelle aziende ma nel mercato sociale. Non volle i televisori a colori perchè ……meglio non dire. Ora parrebbe che FIAT deve fare macchine belle e costose per combattere le importazioni di auto germaniche o giapponesi. Ma l’acquisto di queste non è compatibile con i vari redditometri etc. Si mettessero d’accordo.

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