– Non sono mancati negli ultimi giorni gli attestati di stima dal centro-destra nei confronti di Matteo Renzi.
Lo stesso Berlusconi, parlando domenica, non è stato avaro di apprezzamenti positivi nei confronti del sindaco di Firenze e sulla stessa linea si erano espressi in precedenza altri esponenti del Popolo della Libertà. Addirittura, per due lettori di Libero su tre, Renzi dovrebbe decisamente cambiare schieramento e passare al PDL.

Ma anche fuori dal PDL, tra giornalisti ed opinionisti, sono in molti a ritenere che Renzi stia facendo politica nel partito sbagliato e che il suo potenziale si esprimerebbe più pienamente in altre formazioni politiche.
In realtà forse le cose non stanno proprio così. O meglio, è chiaro che in futuro le condizioni al contorno potrebbero cambiare, ma guardando più strettamente lo scenario attuale, la collocazione di Renzi nel PD appare più che logica. Anzi, Matteo Renzi sta facendo politica nell’unico partito in cui oggi sarebbe possibile condurre una battaglia come la sua.

Il Partito Democratico ha limiti evidenti, in particolare per il permanere di alcune incrostazioni ideologiche legate ad un passato che si ostina a non passare. La segreteria Bersani, da questo punto di vista, è sicuramente un passo indietro rispetto alle speranze ed alle aspettative generate dal Veltroni del Lingotto.
Tuttavia va riconosciuto come il PD sia oggi l’unico partito “aperto”. E’ un partito in grado di ospitare al suo interno una pluralità di orientamenti diversi, senza che necessariamente chi si trova in minoranza su determinate questioni si veda negato diritto di cittadinanza. Ed è un partito “contendibile”; un partito i cui programmi e le cui cariche interne, tanto a livello locale quanto a livello nazionale, possono essere determinate in modo ragionevolmente democratico.

Certo non possiamo dire che si tratti di un modello organizzativo perfetto, anzi le sbavature sono molte e vi è anche il rischio tangibile che vi siano in futuro delle involuzioni. Eppure finora il “format” del PD si è dimostrato largamente più efficiente di quello degli altri partiti nel creare opportunità di dibattito interno e di partecipazione e nel conferire al partito una forza intrinseca che andasse oltre le vicissitudini dei singoli politici.
Il PD rappresenta nella Seconda Repubblica l’eccezione rispetto al modello dei partiti biografici, che nascono attorno al carisma di un leader e ne seguono la parabola e l’inevitabile declino. Questo è stato possibile perché ha dato l’importanza dovuta all’elaborazione ed all’implementazione di regole che incanalassero le dinamiche interne – e in particolare è stata decisiva la scelta delle primarie come strumento per la selezione dei candidati.

Il centro-destra, prima di invidiare Renzi o di sostenere che stia nel partito sbagliato, dovrebbe chiedersi come mai i Renzi nascono e crescono nel PD e non nel PDL.
La verità è che una campagna come quella di Renzi nel PDL non sarebbe mai stata possibile. Il PDL, come in precedenza Forza Italia, è stato un partito privo di democrazia interna, di qualsiasi effettivo spazio di dibattito e di qualsiasi meccanismo trasparente per poter mettere in atto una competizione di persone, di idee e di programmi.

Se oggi il centro-destra si trova nella drammatica situazione di non essere in grado di proporre una successione credibile a Berlusconi è perché in questi anni non ha saputo produrre leadership ed in generale dirigenti che avessero una visibilità ed un’identità autonoma rispetto all’identificazione berlusconiana.
Questo fa sì che allo stato attuale delle cose il massimo che si può produrre nel PDL è una successione per incoronazione, come in parte è avvenuto con la designazione di Angiolino Alfano alla segreteria – ma resta la designazione di un politico che non si è costruito un primato sul campo e nemmeno aspira a rappresentare in alcun modo uno strappo rispetto agli anni di governo del Cavaliere, che pure oggi non rappresentano certo un’eredità politica da rivendicare in modo acritico.

Va dato atto a Renzi che la sua innovazione non sta nei soli contenuti – per quanto essi siano senz’altro originali all’interno del perimetro del centro-sinistra – ma anche nel modo in cui declina la sua legittima ambizione di leadership politica.
Insomma finora siamo stati abituati ad una politica dove le strategie per avanzare erano l’adulazione per il leader e poi il tentativo di tirarlo gentilmente per la giacchetta. Successivamente, se ci si sentiva un pochino più forti nei confronti del capo, si poteva passare a pressioni e ricatti dietro le quinte e magari si poteva provare a lavorarlo ai fianchi.

Renzi ha abbandonato questo modo di fare politica ed ha scelto di lanciare una sfida, trasparente e diretta. Non condivido l’attuale gestione del partito? E allora mi candido a guidarlo.
Tuttavia ha potuto farlo grazie al fatto che quel partito era il PD, perché se fosse stato nel PDL si troverebbe ancora al primo gradino del cursus honorum, quello del semplice yes-man.

Insomma il PDL dovrebbe intraprendere una rigorosa riflessione sui danni fatti in questi anni da un modello di partito chiuso, autoreferenziale ed autocratico e pensare a ricostruirsi su base organizzative totalmente diverse ed ispirate alle migliori esperienze europee ed americane. Tutto questo è molto più importante ed urgente di un semplice rebranding.

Al tempo stesso il nuovo fronte riformatore che, non senza difficoltà, sta provando in queste settimane a definire i propri contorni dovrebbe cogliere l’importanza di mettere su un’infrastruttura di elezioni primarie e di democrazia dal basso che possa essere in grado di attrarre energie dalla società, fornire una forte legittimazione alla nuova leadership ed allo stesso tempo comporre in modo costruttivo divergenze politiche e dissidi personali.

Insomma, non serve rubare Renzi al PD, serve invece dotarsi degli strumenti che consentano di far emergere, anche al centro e a destra, nuovi Renzi in grado di svecchiare la politica italiana.