– L’abnorme tasso di studenti fuoricorso all’interno delle facoltà universitarie rappresenta una delle più vistose inefficienze del sistema universitario italiano.
Precisando sin da subito la stretta interdipendenza di questa distorsione con un’altra lunga sfilza di inefficienze “strutturali”, stupisce e sconvolge la totale immaturità di pensiero che anima le discussioni riguardanti questo scottante tema; mai soluzioni, sempre giustificazioni.

Frasi fatte, buonismi e pavidi escamotage che sminuiscono l’importanza del merito (e quindi, della responsabilità). Non è quasi mai colpa di chi sbaglia, ma del “sistema”, dei “professori”, del “mondo”. Sfugge sempre il concetto secondo cui la meritocrazia, per essere tale, non deve limitarsi a premiare i “migliori”, ma deve pure punire, mettere in svantaggio o comunque s-favorire i “peggiori”.

In Italia la meritocrazia esiste tutt’al più come concetto astratto, che ben ci si guarda dall’applicare concretamente nel pieno della sua acre ed onesta sostanza. E, finanche nella sua astrattezza, non è mai stata un modello generale, una matrice spirituale o un comune metro di valutazione dell’impegno individuale. E’ – tutt’al più – una “traccia” o una bella espressione per infarcire la propria retorica. Sottolineare il fallimento dell’attuale classe dirigente su questo fronte è scontato. Come è scontato notare che è proprio la grande maggioranza degli studenti – la “meglio gioventù” (che, per definizione, dovrebbero essere la categoria più viva, vera ed “affamata” della società) – in prima fila – più o meno inconsapevolmente – ad alzare le barriere contro la dura onestà del redde rationem meritocratico. Ma se lo possono permettere?

Nel 2010 il 40% degli studenti immatricolati (prendendo come riferimento le lauree triennali) era ascrivibile alla categoria dei “fuoricorso”, e il 60% si era laureato oltre i tempi previsti; un trend in costante ascesa. La durata media di una laurea triennale si aggira sui 5,3 anni e le immatricolazioni molto spesso avvengono in tarda età rispetto ai canonici 19 anni (cioè immediatamente dopo il conseguimento del diploma, per uno studento liceale “medio”).

L’Italia è un paese di laureati molto più “vecchi” e molto meno “preparati” dei loro coetanei esteri; un dato che si manifesta direttamente sulla composizione del mercato del lavoro nostrano e sulla sua risibilissima capacità competitiva con gli altri paesi dell’OCSE. I problemi e le cause di questo fenomento sono stati analiticamente esposti in questo paper de LaVoce.info che tenta di formulare possibili soluzioni, quali l’innalzamento delle “rette relative”.

Sintenticamente, il costo di uno studente ricade per il 20% sullo studente stesso, mentre per il restante 80% direttamente sullo Stato. Per i fuoricorso, le percentuali potrebbero invertirsi. Per gli studenti più bravi e in corso con gli esami, si potrebbe invece studiare un sistema di “rimborso” basato sulla media dei voti, proprio in chiave strettamente meritocratica. Una proposta che, per quanto ottima, tralascia il fatto che l’università va cambiata interamente, non a piccoli passi. Il sistema italiano del valore legale del titolo di studio, dell’accentramento in capo al MIUR, delle “rette bloccate” (salvo far cadere il costo dell’università sulla fiscalità generale, facendo sì che i poveri paghino l’università dei ricchi) ha fallito, e l’innumerevole serie di provvedimenti-tampone può solo rallentare (nemmeno troppo) il suo irresistibile e travolgente declino. Non certo fermarlo.

Le rette insensatamente basse degli atenei italiani producono una generale accettazione del rischio da parte di studenti che – in condizioni “standard” – avrebbero abbandonato gli studi dopo pochi anni, invece di parcheggiarsi per svariati anni fuoricorso. Di questa bassa avversione al rischio hanno ben discusso Andrea Ichino e Daniele Terlizzese, ideatori di una proposta di riforma fondata sui prestiti agli studenti e sulla liberalizzazione delle rette universitarie che abbia come passo preliminare l’abolizione del valore legale del titolo di studio.

Proposte di ben ampio respiro rispetto all’aumento delle tasse (a scaglioni) per gli studenti fuoricorso (aumento peraltro irrazionalmente esteso a tutti gli studenti, con eccezioni che prescindono totalmente dal merito puro). Fino a che vigerà l’idea che l’università debba essere forzosamente “per tutti” (svuotandola dalla sua mission di “educazione d’alto livello”) e fino a che il merito verrà subordinato ad altri criteri di tipo equitativo, continueremo a soffrirere dell’inefficienza di ciò che dovrebbe costituire l’ascensore sociale per eccellenza.

Certo, se gli studenti fossero meno disposti a farsi solleticare dall’insopportabile retorica egualitaria sulla scuola per rivolgere invece la propria convinzione al merito che non conosce scorciatoie, all’onesto redde rationem della selezione individuale, e alla maturità che si accompagna alla responsabilità individuale, ciò di cui parliamo avrebbe un impatto assai minore.

Ma è proprio a questi studenti che preferiscono trovare scuse che facciamo gli auguri, perché non hanno capito che questo mondo è di chi ha fame e di chi vuole correre.

Twitter @ilmastigaforo