Olanda, un paese stabile che si specchia nel suo voto

– E’ ufficiale: non sono emerse “brutte sorprese” dal voto olandese di mercoledì. Hanno vinto i partiti di “centro”, i liberali di Mark Rutte e i laburisti dell’astro in ascesa Diederik Samson che, seppur con diverse sfumature, si erano connotati come moderatamente europeisti durante la campagna elettorale.

I due partiti insieme hanno raccolto ottanta dei 150 seggi in palio per la Tweede Kamer, la Camera Bassa olandese, e questo dovrebbe bastare a garantire la stabilità del governo che Mark Rutte da oggi cercherà di mettere in piedi, con l’ausilio appunto dei laburisti (39 seggi) e forse dei lib-dem del D66, che hanno guadagnato 2 seggi rispetto alla precendente tornata, assestandosi a 12. Rovinosa la sconfitta dei Cristiano Democratici, che si fermano a 13 seggi, lasciandone sul campo 8, e del partito della libertà di Gert Wilders, che alle elezioni del 2010 aveva conquistato ben 24 seggi, condizionando l’agenda politica interna ed europea con le sue campagne antislamiche e antimmigrazione. Wilders, ma più ancora i Cristiano Democratici, rei di averlo “sdoganato” aggregandolo alla precendente maggioranza, pagano l’aver cagionato la crisi di governo di febbraio che ha reso necessario anticipare la tornata elettorale. Non sfondano i socialisti. Conservano i quindici seggi che già avevano ma per loro è una mezza sconfitta: fino a tre settimane fa, il leader Roemer sembrava poter contendere  la guida dell’esecutivo al premier uscente Rutte. Un paio di malriuscite apparizioni televisive ne hanno minato l’autorevolezza e fatto cambiare rapidamente idea all’elettorato. Pare inoltre che parli un pessimo inglese, e questo avrebbe danneggiato la sua capacità persuasiva durante i lunghi negoziati europei.

Eppure definire il voto olandese come un voto sull’Europa suona come una forzatura della realtà. L’Olanda, da buon paese dedito al commercio internazionale, ha sempre improntato al pragmatismo il proprio approccio alle faccende continentali, e così è stato pure stavolta. L’Europa è utile e giusta fintantochè apre mercati per agli interessi commerciali ed economici nazionali. Non è il modo peggiore di impostare la questione, probabilmente.

Ne discuto con Jorrit Rijpma, docente di diritto presso l’Europa Institute dell’Università di Leiden:

«Queste elezioni hanno denunciato una mancanza di visione sull’Europa da parte della politica olandese, ad eccezione forse del solo D66, che ha una piattaforma europea federalista ben definita. Allo stesso tempo penso che gli olandesi non abbiano scelto la composizione del parlamento in funzione della strategia europea del futuro esecutivo, quanto piuttosto per dare al Paese una maggiore stabilità istituzionale dopo la crisi di governo causata da Wilders.

In generale, il livello di dibattito pubblico sull’Europa è stato basso, e lo stesso Rutte ha più volte detto di non voler pensare in termini europei nè di lungo periodo. Tuttavia gli olandesi sono un popolo pragmatico, e riconoscono che la stabilità dell’euro è nel loro esclusivo interesse e che la disgregazione dell’intera area sarebbe troppo costosa».

Prima che i negoziati politici per la formazione del nuovo governo finiscano trascorreranno mesi, tre, forse quattro. E un altro ostacolo per il nascente esecutivo potrebbe rivelarsi la difforme composizione del Senato (Eerste Kamer), organo che non esprime la fiducia al governo ma che conserva un potere di veto sulle leggi approvate dalla Camera bassa.

Quale che sia la coalizione di maggioranza, secondo Rijpma però «il futuro governo continuerà sicuramente ad appoggiare la linea di austerity voluta dalla Germania, con molte meno resistenze rispetto ad interventi della Bce sul mercato secondario dei titoli di Stato. Gli olandesi non hanno l’ossessione tedesca per l’inflazione».

Eppure, nonostante l’indefinitezza della situazione politica e la prospettiva di lunghi mesi di trattative, proprio ieri Fitch ha stimato come ininfluente l’impatto delle elezioni sul budget 2013, confermando il proprio rating positivo sulla tripla A del Paese, motivando, più o meno, che se perfino un governo di minoranza era stato capace di concordare con l’opposizione un piano di riduzione del deficit sotto il 3%, in ciò riflettendo il vasto consenso politico del Paese alla disciplina di bilancio, non c’è di che preoccuparsi.

Un giudizio che riflette una considerazione di cosa sia la stabilità politica e istituzionale di un Paese affatto diversa da quella in voga in Italia, dove si tende a credere che basti una legge elettorale ben congegnata per rendere il sistema politico capace di garantire l’una e l’altra. Così non è, e in ciò sta la ragione per cui l’Olanda è ritenuta un paese affidabile nonostante la frammentazione partitica e l’assenza di una maggioranza parlamentare vera e l’Italia no, neppure laddove i partiti di governo vantassero dozzine di seggi come margine sulla minoranza. Do you remember Berlusconi?

Post scriptum: l’età media dei leader dei primi tre partiti olandesi è 44,6 anni. Il più anziano, il socialista Emile Roemer, ha 48 anni, Rutte dei liberali 45 e il laburista Samson 41, quattro in più di Renzi…

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Twitter: @Antigrazioso


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

One Response to “Olanda, un paese stabile che si specchia nel suo voto”

  1. Paolo scrive:

    Un Paese stabile, con un sistema elettorale proporzionale perfetto (cioè a circoscrizione nazionale unica), tra l’altro.

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