– Considerazione a caldo n.1. Se il Pd, pur vincendo saltuariamente le elezioni, manca di ‘marcare la storia’ – o, detto più prosaicamente, di fare la differenza – il motivo c’è, è profondo, ed è drammaticamente consustanziale: più che un partito, è una meta-narrazione.
Considerazione a caldo n.2. Berlusconi sarebbe stato leader anche senza le sue televisioni, facciamocene una ragione. E facciamocela presto perché, a ben vedere, sta proprio lì ‘la’ ragione.
Entrambe le considerazioni – a caldo, appunto – scaturiscono dalla lettura de Il racconto del capo”, di Sofia Ventura, appena edito da Laterza, e disponibile anche in formato ebook.

Il ‘capo’ del titolo è riferito ai due più controversi leader politici della storia recente delle democrazie europee, Berlusconi e Sarkozy. Di cui, Ventura non racconta la parabola (l’iperbole?) ai più nota, ma l’intreccio (in senso semiotico) che ne ha determinato la (per alcuni inconcepibile, biasimevole, alter-democratica) affermazione: la leadership.

Il leader, la sua storia, l’identificazione del ‘suo’ personale con un ‘nostro’ politico, e la rappresentazione di sé nello spazio pubblico come in una specie di avanguardistico, post-moderno politico-realismo: così è per Berlusconi, così è per Sarkozy. Uomini medi eccezionali, l’uno e l’altro. Corpi estranei alle élites – alle vecchie élites – proprio per la loro medietà; amati dalle masse – i nuovi poli-dimensionali, eterogenei network di individui  –  per la loro prossimità nel linguaggio, lo stile, la gerarchia di priorità. Non è la comunicazione che fa il leader. È, più banalmente, il leader che fa comunicazione; che, cioè, sa mettersi in comune con i tanti ‘io’ di cui è, ad un tempo, sublimazione ed incarnazione.

Francia e Italia sono storie diverse. Berlusconi e Sarkozy sono storie diverse. Quello che in comune c’è, nelle paradigmatiche vicende dei due ex ‘sovrani civili’, è la comprensione e la conseguente declinazione politica della rottura socio-culturale già consumata nel profondo dei rispettivi paesi. Interpreti, quindi, più che artefici (o compilatori) del nuovo che avanza: è questo che Ventura ci guida a riconoscere, con doviziosa logica saggistica, nella vicenda dei due.

Rottura che comincia con la fine del partito, cioè della messa in scena fisica di una ‘meta-narrazione’ eternabile (socialismo, capitalismo, la necessità dell’uno in virtù dell’esistenza dell’altro) che non racconta più nulla: non dice alle persone delle persone, non spiega il reale, non offre enzimi per metabolizzare la complessità.  Persone o “individui – come scrive Ventura – ai quali non si fanno più promesse di riscatto ed emancipazione, come portato di grandi rivolgimenti sociali, politici ed economici, ma ai quali si offre un sogno, una speranza di benessere e felicità qui ed ora.”

Rispetto al concetto di “sogno”, personalmente, avverto l’esigenza di diffidare.  Un sentire politico così oniricamente discrezionale, a me, fa paura. Trovo più agevole praticare lo spazio delle democrazie anglosassoni, in cui il sogno  – al quale, tra l’altro, si richiama sovente anche l’incumbent leader, Matteo Renzi – è in realtà un ‘progetto’, cioè una visione contrattualizzabile del cambiamento nel reale.

Forse è vero però che in Italia – e, in forme diverse, in Francia – è la dinamica onirica a farsi, a suo modo, visione. E questa visione ha bisogno di un interprete – o testimonial, sponsor. Ha cioè  bisogno di un ‘capo’ che la sappia, performativamente, raccontare.

Per dire: Italia Futura, Fermare il declino, loro, ce l’hanno una visione. Non hanno un leader. Ancora. E qui mi taccio, sollecitandovi piuttosto ad alimentare la riflessione con la lettura de “Il racconto del capo” – di cui mi pare quanto mai esplicita l’appropriatezza congiunturale.

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