Obama e Romney, un confronto ambientale

– Manca poco più di un mese e mezzo a uno di quegli election day che rimarranno a lungo impressi nella memoria degli americani. Durante questa lunga e intensa campagna elettorale abbiamo attentamente osservato e commentato la strategia attuata da Obama per ottenere dall’America quei “four more years” chiesti a gran voce alla convention di Charlotte, con particolare attenzione alle politiche ambientali della piattaforma elettorale del democratico.

La green agenda è stata, al pari della riforma sanitaria, il cavallo di battaglia della campagna elettorale del 2008 e dei quattro anni dell’amministrazione Obama. Se nella disputa Obama vs. McCain il sogno della green economy contribuì non poco a far pendere la bilancia in favore del democratico, oggi i fallimenti di politiche avventate e sussidi pubblici a dir poco esosi potrebbero in egual misura spostare una discreta fetta dell’elettorato dalla parte del nuovo rivale repubblicano.

Da questo punto di vista, sono in molti a chiedersi cosa cambierebbe se a spuntarla dovesse essere Mitt Romney. Il Washington Post, a ribadire il peso elettorale del tema in questione, ha riassunto in alcuni punti posizioni, similitudini e divergenze delle proposte ambientali dei due candidati. A giudicare dallo schema proposto dal quotidiano della capitale, con una vittoria repubblicana dovremmo aspettarci (nel bene e nel male) significativi cambiamenti di rotta – pur tenendo a mente che i programmi elettorali servono più spesso a vincere le elezioni che a garantire l’osservanza di un virtuale patto tra rappresentanti e rappresentati.

Anzitutto, Romney vorrebbe approvare dal primo giorno della sua presidenza il via libera ai lavori per ultimare la costruzione del Keystone XL, il grande oleodotto che servirebbe a trasportare petrolio dal Canada al Texas, contribuendo così alla realizzazione del piano per l’indipendenza energetica del Nord America – questione a cui il repubblicano tiene particolarmente. Se da un lato avere Romney alla Casa Bianca faciliterebbe l’ultimazione di un’infrastruttura fondamentale e osteggiata da Obama per non perdere il favore degli ambientalisti, dall’altro il progetto repubblicano dell’indipendenza energetica ha il sapore del protezionismo e di un nazionalismo retrogrado e dalle tinte autarchiche, che potrebbero significare dazi sull’importazione di greggio da paesi con cui i rapporti sono già abbastanza logori.

Inoltre, nelle intenzioni di Romney c’è il ridimensionamento dell’EPA, l’ente federale preposto alla protezione ambientale. In particolare, il conservatore vorrebbe privarlo del potere di stabilire il tetto massimo di emissioni di CO2. In linea con questa proposta vi è quella di privare il Dipartimento degli Interni del potere di rilasciare permessi per l’attività di drilling e conferirlo piuttosto ai singoli stati che, conoscendo meglio il territorio, potrebbero operare meglio e in modo più tempestivo. Su questi punti, Romney si pone in modo simile al libertario Ron Paul e diametralmente opposto a quello del centralismo che fa buon gioco a Obama, ai burocratici di Washington e a quegli enti che sembrano essere diventanti intoccabili.

Bene anche da parte di Romney la volontà di non rinnovare più il wind production tax credit, l’oneroso e infruttuoso piano di crediti d’imposta all’energia eolica. Lo stesso Obama, accortosi di come un’operazione così fallimentare non giochi a suo favore, aveva per un momento rinviato il rinnovo; una volta sondato il terreno e stimata la perdita del consenso di imprenditori e lavoratori dell’indotto ha poi ritrattato, e ad oggi sostiene di volerlo rinnovare per gli anni a venire. Su questo punto, il repubblicano si porrebbe sulla stessa linea intrapresa in un più ampio piano di spending review da diversi governi europei, come quelli di David Cameron e Angela Merkel.

Romney sarebbe anche favorevole a rimuovere quegli ostacoli – posti in particolar modo dall’EPA – che impediscono lo sviluppo dell’uso dei combustibili fossili e dell’attività di drilling sul territorio americano. Obama, nemmeno a dirlo, non la pensa esattamente allo stesso modo.

Bene dunque su molti punti il repubblicano, ma quali sono le controindicazioni della sua agenda? Abolire sussidi e crediti d’imposta alla green economy per rinnovare quelli a beneficio del petrolio e dell’estrazione di gas naturali – e magari introdurne di nuovi – non ha molto senso. L’economia americana è in affanno e il debito pubblico ha raggiunto livelli non più trascurabili; sarebbe opportuno cogliere il momento di ristrettezza economica per rompere definitivamente le maglie del finanziamento pubblico incontrollato, piuttosto che smettere di gonfiare la bolla delle rinnovabili ma perseverare in politiche che drogano il mercato delle energie tradizionali.

Enunciati i punti del programma dello sfidante, cos’è che propone il presidente in carica? Incentivi, sussidi, crediti d’imposta, regole imposte da enti federali dispendiosi in cui a farla da padrone sono le nomine politiche. Nulla di nuovo rispetto agli ultimi quattro anni: la prosecuzione di un programma di green economy che avrebbe dovuto risollevare le sorti dell’occupazione e che lascia invece l’America più disoccupata di come l’aveva trovata, l’insistenza nel regalare i soldi dei contribuenti a lobbisti e faccendieri che hanno saputo produrre una quantità indeterminata di scandali e bancarotte – a partire dai casi Solyndra e Optisolar.

Romney non è certo il ritratto del repubblicano che incarna al meglio la nostra cultura politica: liberale non lo è, laico nemmeno, liberista a convenienza e a fasi (molto) alterne. Insomma, “Romney is not Ronnie”, come sostengono oltreoceano i reaganiani nostalgici e rassegnati alla (brutta) piega presa dal GOP. Tuttavia l’imprenditore di Detroit, nella forzata scelta tra i due mali, ha il pregio di portare – in una certa misura – una ventata di novità nel modo in cui l’America sta affrontando la questione del rispetto per l’ambiente.

Con Romney alla Casa Bianca gli spauracchi per il riscaldamento globale, i sussidi ad imprese prive di un credibile piano aziendale e le nomine politiche di membri di lobby e agenzie non governative in enti federali creati ad hoc sarebbero quanto meno ridimensionati; non perché il repubblicano sia meno incline di Obama al capitalismo di relazione, ma perché è il suo stesso elettorato a chiedere a gran voce un cambiamento di rotta. Per un’America che ha creduto alle ecoballe da Nobel di Al Gore e alle promesse di gloria mai mantenute di Barack Obama, sarebbe quanto meno una buona ripartenza.

Twitter @danielevenanzi


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

2 Responses to “Obama e Romney, un confronto ambientale”

  1. Marco Galliano scrive:

    Nell’articolo manca l’analisi dell’impatto ambientale delle politiche di entrambi i candidati. Una cosa è certa, l’imaptto ambientale della green economy obamiana, almeno per quanto riguarda settori come l’eolico e il fotovoltaico-solare a terra (non integrato) è devastante sia dal punto di vista paesaggistico che da quello del consumo di territorio.
    Vista in quest’ottica la cosiddetta green economy è un ulteriore tassello nella politica di devastazione di ampie zone naturali degli USA e del pianeta.

  2. Daniele Venanzi scrive:

    Marco, ha ragione ma con l’analisi a cui si riferisce l’articolo sarebbe diventato un paper. Così è già abbastanza lungo per una pubblicazione online

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