Egitto e Libia, il sonno degli USA genera disastri

di STEFANO MAGNI – Egitto e Libia: atti di guerra contro gli Usa, proprio in occasione dell’anniversario dell’11 settembre. Nella notte fra l’11 e il 12 scoppia l’insurrezione a Bengasi, contro il consolato statunitense.
E il bilancio è drammatico: 4 morti, fra cui anche l’ambasciatore in Libia, Christopher Stevens, morto per soffocamento durante lo scontro, secondo il ministero dell’Interno libico.

Il giorno prima, al Cairo, una folla di islamici radicali aveva attaccato l’ambasciata americana, strappato la bandiera (a mezz’asta per commemorare le vittime dell’11 settembre) e issato il vessillo nero della Jihad. In entrambi i casi si è trattato di manifestazioni violente, ben organizzate e condotte da uomini armati. Colpi di arma da fuoco sono stati esplosi al Cairo, durante l’assalto all’ambasciata. Fra gli organizzatori della “manifestazione” c’era anche il fratello di Al Zawahiri, l’ideologo di Al Qaeda.

A Bengasi è stata una vera e propria battaglia: lanciagranate, raffiche di mitra e lancio di bombe a mano dentro le finestre della sede diplomatica. In Libia la guerra civile è finita da quasi un anno, ma i reparti irregolari che l’hanno combattuta mantengono le loro armi. Gli assalitori dell’ambasciata sono stati organizzati da un gruppo autoproclamatosi “Sostenitori della legge coranica”.

L’insurrezione è stata organizzata, teoricamente, per protesta contro un video “blasfemo” che irride alla storia di Maometto. Realizzato con mezzi e attori amatoriali, non si tratta di un vero e proprio “film”, ma di un video postato su YouTube, prodotto da un certo Sam Bacile e promosso da un egiziano copto espatriato negli Stati Uniti.

La drammatica uccisione dell’ambasciatore statunitense in Libia e la duplice insurrezione a Bengasi e al Cairo obbligano ad alcune riflessioni immediate.
Prima di tutto: la libertà di informazione. Ogni volta che su un quotidiano occidentale, o su Internet, o in una chiesa sperduta della Florida, viene scoperto un atto considerato “blasfemo”, sia esso un video, una vignetta o un gesto sacrilego (come il rogo del Corano), la reazione del mondo islamico radicale è rapida e violenta nel chiedere la censura e la punizione dei responsabili.

I fondamentalisti più pacati chiedono ai governi occidentali di censurare. I più radicali attaccano, con le armi in pugno, tutto ciò che rappresenta l’Occidente, ovunque sia, nel mondo musulmano e fuori di esso. Il boicottaggio islamico dei prodotti danesi, dopo la pubblicazione delle vignette su Maometto, fu la dimostrazione che anche i governi musulmani che consideriamo “moderati” seguono questa logica. Sono pronti a farlo ancora: Hamid Karzai, presidente dell’Afghanistan, teoricamente alleato con gli Usa, ha emesso un comunicato di condanna contro il video “blasfemo”, ma non contro gli attacchi alle sedi diplomatiche.

Il variegato mondo del fondamentalismo musulmano, in pratica, chiede l’impossibile: che anche nelle democrazie occidentali si imponga la legge coranica, o per lo meno un controllo religioso tale da impedire ogni violazione seria della legge islamica. Se volessimo assecondare sino in fondo le loro richieste, in pratica dovremmo mettere Internet sotto controllo (come in Iran), censurare tutti i media e procedere (come in Pakistan) agli arresti di chiunque sia colpevole di “blasfemia”. Salterebbero tutti i diritti fondamentali di libertà di espressione, una conquista pluri-secolare della nostra società aperta. Ne varrebbe la pena? No. E qui subentra la seconda riflessione.

Si tratta di vero rancore religioso o è un pretesto? In tutto il mondo occidentale (e non solo) vengono compiuti una miriade di atti “blasfemi”. Ci sono ragazzini che bruciano copie del Corano e si filmano, barzellette anti-islamiche, pagine della NonCiclopedia che potrebbero scatenare Jihad globali. Eppure solo alcuni video, vignette e gesti scatenano una ben orchestrata ira popolare. Strano, ma fino a un certo punto.

Le insurrezioni anti-americane a Bengasi e al Cairo, guarda caso, sono avvenute proprio l’11 settembre. Chi organizza le folle inferocite di radicali islamici sa quello che fa: vuole lanciare un messaggio di sfida, forte e chiaro, agli Stati Uniti. E anche ai nuovi governi che si sono insediati grazie al loro sostegno.

In Egitto si tratta di un test difficile per Mohammed Morsi. Il presidente, il primo eletto democraticamente, è leader dei Fratelli Musulmani. I suoi sostenitori e gli ancor più radicali salafiti, si sarebbero aspettati da lui una rivoluzione islamica in Egitto. Ma, finora, si è comportato da pragmatico ed è stato relativamente filo-occidentale, mandando truppe nel Sinai (anche per garantire la sicurezza di Israele) e trattando con gli Stati Uniti un nuovo prestito da 1 miliardo di dollari proprio in questi giorni. Attaccando l’ambasciata degli Usa, i radicali islamici vogliono mettere alla prova il loro presidente. Vedere da che parte sta.

In Libia lo scenario è ancor più caotico. I fondamentalisti islamici hanno perso le prime libere elezioni, ma sono ancora armati a un anno dalla fine della guerra civile. Il nuovo governo democratico è fragile. Ed è un colpo durissimo anche per Tripoli, l’uccisione dell’ambasciatore Christopher Stevens, che ai tempi della rivoluzione contro Gheddafi era rappresentante americano nel Consiglio Nazionale di Transizione. Colpo duro, perché mina in profondità i rapporti, ancora tutti da definire, fra il governo libico e gli Stati Uniti.

A maggior ragione, proprio perché si tratta di pretesti e non di un genuino odio religioso, non dovremmo neppure mettere in discussione la nostra libertà di parola. Dovremmo piuttosto pensare a come impostare i nostri rapporti con i governi emersi dalla Primavera Araba. Ribellioni come quelle che abbiamo visto in questo 11 settembre farebbero istintivamente rimpiangere Mubarak e Gheddafi: almeno loro sparavano sugli islamisti. Oggi, questi ultimi sono a briglia sciolta e le nuove polizie (soprattutto in Libia) non li contengono più, non riescono (o non vogliono?) neppure più a proteggere le ambasciate straniere.

Christopher Stevens aveva aiutato i libici a cacciare Gheddafi. La sua uccisione dimostra, come minimo, una drammatica ingratitudine, se non proprio un sordo odio ideologico e religioso. Eppure gli Usa hanno già compiuto le loro scelte e non possono tornare indietro. Hanno avallato la cacciata di Mubarak dal potere in Egitto ed hanno sostenuto militarmente la rivoluzione contro Gheddafi. I due vecchi tiranni erano inaffidabili e il loro potere ormai anacronistico.

L’amministrazione Obama non ha affatto avuto tutti i torti, quando ha agito attivamente per porre fine alla loro dittatura. La rivolta di questo 11 settembre, piuttosto, dimostra il suo vero errore: non aver voluto gestire il dopo-dittatura. Se cacci un tiranno, devi avere almeno in mente l’ordine politico che gli subentrerà. Invece, in Libia non c’è alcun ordine. E in Egitto se ne sta creando uno nuovo, in cui un radicalismo islamico ostile all’Occidente è già egemone.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

2 Responses to “Egitto e Libia, il sonno degli USA genera disastri”

  1. alexandro scrive:

    Ottimo pezzo, non come le chiacchere di Sofri su Repubblica.
    Secondo alcuni, secoli e secoli di sviluppo della cultura occidentale per sviluppare principi come la libertà di opinione andrebbero buttati per soddisfare il mondo musulmano.
    Uno scandalo in primis per la sinistra, da dove provengono molte di queste voci.

  2. lodovico scrive:

    per i liberali la politica è quel particolare strumento che serve a liberare i diritti civili dell’individuo contro le “ingerenze” dello Stato.
    Ma se la religione si allea con lo stato e non si rompe questo equilibrio si avrà sempre una dittatura. Ma di questo problema meglio non parlare

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