Veltroni, l’Isola delle Rose e il sogno libertario

– E’ uscito in questi giorni “L’Isola e le Rose” , un interessante romanzo dell’ex segretario del PD Walter Veltroni, ispirato alla vicenda dell’Isola delle Rose, cioè al tentativo di costruire, su una piattaforma al largo delle coste di Rimini, uno Stato indipendente e sovrano.
L’Isola, fondata dall’ingegner Giorgio Rosa, dichiarò la propria indipendenza il 1 maggio 1968, per poi essere occupata da truppe italiane – malgrado si trovasse in acque internazionali – il 25 giugno dello stesso anno e quindi distrutta nel febbraio dell’anno successivo.
Negli ultimi 3-4 anni attorno a quella curiosa pagina di Storia si è risvegliato un discreto interesse, come testimonia, tra l’altro, la realizzazione di un ottimo film documentario e di alcuni adattamenti teatrali.

Veltroni nel suo romanzo rielabora significativamente la vicenda, pur conservandone l’inquadramento storico e molti dei passaggi più importanti. La “sua” isola diventa l’impresa di un gruppo di giovani che cercano di costruire una società a misura dei loro sogni, ispirata da ideali di uguaglianza e giustizia sociale. La “costituzione” che viene varata garantisce “diritti sessuali per tutti” (qualunque cosa voglia dire), “un’istruzione e una sanità di qualità”, “il diritto di accesso all’acqua” (qui ci deve aver messo una buona parola Vendola) e definisce la Comunità come “un luogo di condivisione, ascolto e rispetto reciproco”. Niente comunismo, per carità, anzi i giovani protagonisti dimostrano ottime capacità imprenditoriali – nel libro si respira più un’atmosfera da progressismo chic.

A molti di noi sarebbe piaciuto di più un racconto della storia così come andò veramente – sarebbe stato un racconto non meno romantico e non meno eroico, magari forse un pochino meno retorico. Va detto, comunque, che Veltroni non si è appropriato dell’Isola in modo indebito. Alla vera Isola delle Rose, all’ingegner Rosa, ed a quanti parteciparono a quel progetto ha reso un genuino omaggio nei Ringraziamenti del libro. In fondo, per lui colorare l’Isola di ideali politici di sinistra è un modo di parlare con affetto di quella straordinaria esperienza.

Eppure il significato più profondo dell’Isola delle Rose non sta nei valori e negli ideali personali di chi la costruì – nella realtà o nella finzione narrativa.
La cultura, la sensibilità e le aspirazioni dei ragazzi dell’isola veltroniana possono soggettivamente piacere o non piacere, come possono piacere o non piacere quelle dell’ingegner Rosa – ma non è questo il punto.

Il vero senso dell’esperienza dell’Isola delle Rose è quello della sfida diretta al concetto moderno di sovranità e di statualità – una sfida difficilmente concepibile, secondo le più tradizionali filosofie politiche, ma che invece si inserisce naturalmente all’interno del solco politico del libertarianism, cioè di quella corrente di pensiero, che portando alle estreme conseguenze i princìpi del liberalismo classico, rifiuta l’ineluttabilità delle appartenenze comunitarie e preconizza delle società basate su relazioni contrattuali e su vincoli liberamente accettati.

Non è un caso che la maggior parte dei progetti di costituzione di micronazioni abbiano avuto una chiara matrice ideologica libertarian – tra questi Operation Atlantis, la Repubblica di Minerva, il Principato di Freedonia e Oceania – The Atlantis Project.
Patri Friedman, nipote del premio nobel Milton Friedman e figlio di David, è uno dei maggiori sostenitori del “seasteading”, la colonizzazione del mare, visto come l’ultimo West, come l’ultima frontiera da conquistare per chi cerchi lo spazio per dar vita a nuove istituzioni ed a nuove comunità politiche.

Alla base vi è la fondamentale sfiducia nella possibilità di poter apportare cambiamenti – o per lo meno cambiamenti significativi – ai grandi Stati esistenti sulla base dei soli meccanismi della democrazia maggioritaria, in quanto troppo forti finiscono per essere gli incentivi politici al mantenimento dello status quo. Da qui la necessità di affermare un diritto di exit, un diritto a chiamarsi fuori dalle leggi dello Stato in cui si vive, alla ricerca di altre, diverse leggi che si considerino più eque.

Viviamo in una fase storica in cui, sia a destra che a sinistra, prevalgono tentazioni nazionaliste – il riflesso di una classe politica che vede il proprio potere politico ridotto dalla possibilità per i cittadini di “scappare” verso condizioni migliori, dalla possibilità cioè di andare a vivere all’estero o di portare i propri capitali al di fuori dai confini. In questo senso la più grande battaglia politica dei prossimi anni sarà probabilmente tra coloro che credono in un mondo policentrico, plurale e competitivo e chi invece si batte per la centralizzazione e per l’armonizzazione – tra chi accetta la possibilità di svincolarsi da appartenze imposte e chi invece sceglie di dare la caccia ai “disertori”.

Non si tratta di un dibattito teorico e ozioso, perché se difficilmente assisteremo in questi anni alla nascita di “privatopie” indipendenti, l’esito della contrapposizione tra forze centripete e forze centrifughe potrebbe essere quello che maggiormente delineerà il profilo politico del nostro continente.

Così la guerra dell’Italia contro il sogno dell’Isola delle Rose è a suo modo attuale, perché, sia pure in altri termini, la battaglia delle classi politiche europee contro quel progetto si rinnova ogni giorno. Si rinnova nella guerra centralista contro le Isole delle Rose da cui l’Europa si sente “minacciata” – il Liechtenstein, Andorra, San Marino, Principato di Monaco e quell’isola più grande chiamata Svizzera. Si rinnova nell’anatema statalista contro le secessioni ed in generale contro il principio della modificabilità dei confini – che si parli di Veneto, di Alto Adige, di Fiandre o di Catalogna.

Per questo, se leggendo la storia di quella piattaforma costruita nel 1968 si avverte sulla pelle un brivido di libertà, si deve sapere che c’è qualcosa di concreto che può essere fatto oggi per raccogliere l’eredità politica di quel gesto coraggioso – è battersi in Italia ed in Europa contro infrastrutture istituzionali ispirate ad un concetto gerarchico e piramidale di potere ed a favore invece di un modello dove prevalgano relazioni orizzontali, cioè rapporti pacifici di libero scambio tra entità paritetiche ed indipendenti.

Non si può certo dire, peraltro, che la libertà economica – la libertà di essere padroni dei frutti del proprio lavoro – sia una “libertà inferiore”, materialista ed egoistica, rispetto alle “libertà nobili” (pace, rispetto ed uguaglianza) rivendicate dai giovani dell’isola veltroniana. In effetti la tassazione e l’ingerenza pesante dello Stato nell’economia – per dirla con le parole di Sergio Ricossa – “non modificano solo la nostra ricchezza, ma modificano la nostra condizione spirituale”. Evidentemente l’esproprio continuativo di gran parte delle nostre ricchezze e le profonde costrizioni che subiamo alle nostre interazioni economiche colpiscono non solo il nostro portafoglio, ma anche la nostra dignità di uomini – rendendoci “sudditi” di un sistema politico che consente a determinati strati della società di vivere a spese degli altri cittadini.
In questo senso è chiaro che la rivendicazione di libertà economica appartiene alla dimensione del rispetto di noi stessi e su di essa si giustifica pienamente la ricerca di un rapporto con istituzioni diverse che non siano quelle a cui ci ha legato la nascita.

Insomma riscoprire l’Isola delle Rose vuol dire tanto, molto di più di quello che tanti leggono nel libro di Walter Veltroni e molto di più di quello che l’ex sindaco di Roma ha davvero intenzione di comunicare con il suo libro.
Nelle varie presentazioni del romanzo di Veltroni che si sono succedute negli ultimi giorni, il tipo di argomentazione prevalente sembra essere quello di un rispetto paternalistico per le ingenue utopie dei puri di cuore, mentre certo non si colgono le implicazioni della vicenda dell’Isola dal punto di vista del principio della concorrenza istituzionale.
Bersani ne ha parlato alla Festa dell’Unità a Bologna. Ha detto che il libro gli è piaciuto – e senz’altro gli piace il fatto che Veltroni da un po’ di tempo si dedichi a fare il romanziere – tuttavia, come prevedibile, l’ha detto guardando il dito e non la luna.

A Bersani piace l’operazione nostalgia, piace che il libro parli di poesie, di vecchie canzoni, dei ragazzi della sua generazione, della Romagna e così via.
Chissà se ha riflettuto sul fatto che, all’atto pratico, uno come lui che accusa come “traditori” coloro che non pagano le tasse all’Italia, non starebbe mai dalla parte di un’isola delle Rose, ma dalla parte dei “cinquecento chili di tritolo e cinquanta di plastico”.

In ogni caso non pretendiamo troppo. La pubblicazione del libro di Veltroni offre comunque – oltre la volontà dell’autore – preziosi spunti di riflessione per chi abbia interesse a coglierli.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

2 Responses to “Veltroni, l’Isola delle Rose e il sogno libertario”

  1. MauroLIB scrive:

    Articolo molto bello, Marco. Parola di Libertario.

    Lasciami dire che il fatto che ne parli Veltroni, il quale non ha capito nulla di quell’avventura e ne fa un’ode alla giustizia sociale personificata dallo stato, almeno non aggiunge danni a quelli fatti da decenni di scuola pubblica e statalismo di regime.

    Chi lo leggerà la prenderà come un’utopia e come la conferma che, anche nelle utopie, dove c’è stato c’è giustizia.

    Ci credono, continueranno a crederci e verrano sfamati (sempre meno) e schiavizzati (sempre più) dallo stato per continuare a crederci.

  2. Andrea B. scrive:

    Articolo che leggo in ritardo… come tanti altri di Marco Faraci perfetto, niente altro da aggiungere, se non l’invito per chi vedrà queste righe di andare a leggere qualcosa sulla simile storia del Principato di Sealand, situato su una piattaforma poco fuori delle coste inglesi e quale assai diverso atteggiamento, rispetto alle autorità italiane, assunse la Gran Bretagna a riguardo…

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