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Trino Vercellese, storia di uno smantellamento nucleare

– Nei primi giorni di agosto, il decreto del Ministero dello Sviluppo economico ha dato il via libera alla disattivazione della centrale nucleare di Trino vercellese. Chiudendo di fatto una storia avviata alla metà degli anni Sessanta del Novecento. Una pagina dell’Italia industriale (e nucleare), ambiziosamente sognata da molti.

Trino non è soltanto un centro della provincia di Vercelli, poco discosto dalla riva sinistra de Po ed ai piedi delle colline del Monferrato. Un centro, la mansio di Rigomagus, nato in età romana come stazione di posta lungo la via che collegava, seguendo il corso del Po, Pavia e Torino. Trasformato nel medioevo in un centro multi funzionale e poi, forse già dal X secolo, in un ambito a preminente funzione religiosa il paese piemontese, che non arriva a 8mila abitanti, sembra aver quasi perso memoria del suo antico passato. Almeno da quando nel 1965 venne inaugurata la Centrale nucleare Enrico Fermi, la più avanzata e potente del mondo. Allora. Uno dei simboli della nostra storia nucleare, nella quale, fino al referendum abrogativo del 1987 che ha fermato le centrali italiane, lavoravano quasi 200 persone. La storica sede sulle sponde del Po è stata a lungo  l’orgoglio locale. Ed ora che lo Sviluppo ha ratificato la decisione di risanare, attraverso la Sogin, l’ex sito nucleare piemontese, dopo il parere dell’Ispra di inizio luglio, è sentimento abbastanza diffuso rammaricarsi. Guardare con apprensione al futuro prossimo.

Dimenticando i guasti del passato. Quelli del 1967, quando si fessurò una guaina d’acciaio di una barra di combustibile. Un incidente non di particolare gravità, ma che provocò il blocco dell’impianto per 3 anni. Soprattutto la scelta di scaricare trizio radioattivo nelle acque del Po. Così anche nel 1979, l’impianto venne fermato per introdurre una serie di modifiche dopo l’incidente alla centrale nucleare americana di Three Miles Island.

Episodi che non mutarono l’indirizzo preso. Il nucleare negli anni 70 e inizio 80 andava a gonfie vele. E nel giro di poco arrivò la decisione di costruire una seconda centrale. Il comune con una giunta di sinistra l’approvò. Ci furono scontri violenti e proteste che non bastarono a fermare i lavori. Fu scelta una zona più sicura, lontana dal fiume Po. Lo stop e la riconversione dell’impianto a lavori di fatto già iniziati, costarono almeno 2.000 miliardi delle vecchie lire per i contratti non rispettati. Sarebbe stata la centrale più potente di tutte, anche rispetto a quella di Caorso.

Il decreto approvato, il primo in Italia per la bonifica di una centrale nucleare, permette di avviare subito le attività di progettazione per lo smantellamento e la decontaminazione dell’isola nucleare. Con l’obiettivo di terminare la bonifica del sito entro il 2024. Oggi la centrale nucleare rimane lì in un’area di fatto contaminata, inaccessibile se non dopo numerosi controlli e solo ai lavoratori che partecipano alle operazioni di smantellamento. Dal punto di vista fisico quel che si vede è una parte di quel che c’era a fine anni Ottanta. Il 40% degli impianti è già stato rimosso tra il 1994 e il 2011. Così, non ci sono più, ad esempio, le torri di raffreddamento o la torre metereologica. Lo smantellamento costerà in totale 234 milioni di euro e sarà coperto da quella quota della componente A2 in bolletta, pari a circa 1,6 euro l’anno per utente elettrico. Adesso, dopo 11 anni, inizia la seconda fase. Che prevede la produzione di circa 200mila tonnellate di materiale tra cemento, metallo e acciaio. Con un 98% che verrà decontaminato e riciclato. Seconda fase che partirà con l’allontanamento del combustibile in piscina. L’acqua bluastra che racchiude ancora 47 elementi di combustibile. Un terzo dei 112 che c’erano a regime. I quali saranno spediti alla centrale francese di Le Hague  per permettere il riprocessamento (l’insieme dei processi chimici che consentono la separazione del combustibile nucleare nelle sue principali componenti, uranio, plutonio e attinidi minori con i prodotti di fissione). Sulle tempistiche la Sogin ha previsto due step.  Il primo, riguarda il completamento delle attività di smantellamento, per il 2019, con il cosiddetto “Brown field” (i rifiuti vengono stoccati in depositi temporanei). Nel secondo, per un costo di 52 milioni, le scorie verranno trasferite, cinque anni dopo, al deposito nazionale. Con l’area di Trino, così libera da vincoli radiologici, che diventerà “Green field” (prato verde).

Il problema è che manca ancora il deposito nazionale, che secondo una legge dello Stato (368/2003) doveva essere costruito entro il 31 dicembre 2008, ma che quattro anni dopo non è stato ancora individuato. Così il rischio è che le scorie, circa 4200 metri cubi, rimangano nel territorio.

Un territorio già duramente provato dalla presenza di altri impianti. Un triangolo, fortunatamente unico. A poca distanza, a Leri Cavour, si ergono altre torri. Quelle della Galileo Ferraris. Relative ad una centrale, che con il referendum del 1987 fu convertita a gas. A venti chilometri di distanza, si trova Saluggia, capitale delle scorie. Senza contare che nel 1994 e poi nel 2000, i depositi di Trino furono in grande parte sommersi. Soltanto per un soffio si evitò una catastrofe. A poca distanza dalla Centrale alcune abitazioni e al di là della strada, campi coltivati.
Ma intanto, in attesa del decomissioning, in quest’angolo di pianura padana, tra distese d’un verde verdissimo, campi coltivati, vigneti e risaie, ancora si scorgono in lontananza le sagome degli impianti che ospitarono i reattori nucleari. L’esito finale dello smantellamento prevede l’impianto di un pioppeto, come era in origine. Si restituirà al paesaggio una parte, a lungo perduta. Ma l’importante sarà che quei pioppi non divengano il tappeto sotto il quale nascondere quel che non si deve vedere.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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