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Renzi è l’uomo giusto nel partito giusto al momento giusto

– Tempo fa su Libertiamo avevo suggerito che l’unica soluzione per i riformisti del Pd consistesse nel trovare il coraggio di rompere con il proprio partito e dare vita a qualcosa di nuovo, a meno di non volersi ridurre all’insignificanza politica o alla completa marginalizzazione. La mia sfiducia di fondo si basava su un’ambiguità che aveva accompagnato la storia del partito democratico e, in generale, della sinistra italiana (la conflittualità tra le due sinistre che Alessandro Orsina ha ricondotto ai nomi di Turati e Gramsci) e, soprattutto, sulla convinzione che l’elettorato del Pd non amasse il progetto del “partito a vocazione maggioritaria” pensato da Veltroni, ma che, complice anche il periodo di crisi, guardasse con maggiore simpatia a un partito molto più spostato a sinistra.

Non credo che quell’analisi fosse completamente esatta, o, perlomeno, ci sono degli elementi che mi erano sfuggiti. Per questo mi sembra strano che, oggi, Fabrizio Rondolino  suggerisca a Renzi di andarsene dal Pd perché in quel partito non avrebbe un futuro. Rondolino dice due cose, ma solo la prima mi pare giusta. La tesi  giusta è che è banale (anzi, scorretto) ridurre lo scontro tra Renzi e i vertici del Pd a uno scontro “generazionale”, del tipo giovani contro vecchi, almeno se la questione rimane puramente anagrafica: i “giovani turchi” che sostengono Bersani (Fassina, Orfini e Orlando) sono anagraficamente giovani, come Renzi, ma restano vecchi dentro da un punto di vista ideologico.  Dove Renzi ha ragione da vendere è nel portare avanti la sua volontà di “rottamare” (magari senza incentivi pubblici) la vecchia nomenklatura del partito. Solo in questo modo si può salvare la credibilità della politica (o, meglio, restituire una credibilità alla politica) evitando posizioni farneticanti come quelle di Beppe Grillo. C’è già chi associa Renzi e Grillo perché entrambi gridano alla rottamazione, ma è solo un modo per fare guerra a Renzi e, aggiungerei, un modo abbastanza stupido, perché non fa che portare nuovi consensi a Grillo.

Non riesco a concordare con Rondolino, invece, quando dice che la “collocazione naturale” di Renzi non è nel Pd ma nell’area terzista che si sta formando intorno a movimenti come Italia Futura o Fermare il declino. Premesso che, nel mio piccolo, ho firmato l’appello di “Fermare il declino” e che quindi non posso essere sospettato di disistima nei confronti di quell’area, mi viene un po’ da sorridere quando, da quelle parti, si invita sindaco di Firenze a lasciare il Pd per passare dalla loro parte.  Con tutte le speranze che possiamo nutrire per  il successo (elettorale) di una forza autenticamente liberale, è ben difficile che uno come Renzi, che vuole correre per vincere e non per partecipare, abbandoni le speranze di prendersi un partito ben strutturato e che, ai suoi massimi, raggiungeva il 33-35 %, per andarsi a rinchiudere in un orticello di persone coltissime e tecnicamente preparate, ma la cui rilevanza politica è ancora tutta da provare.  Né immagino che voglia contribuire a fare parte del cosiddetto terzo polo, un polo in cui, a momenti, il numero dei leader è pari, se non superiore, a quello degli elettori.

Ora, però, quello che dice Rondolino è che, in realtà, Renzi si illude che il Pd sia ancora il “suo” partito e che la sua è una sfida impossibile. Lo credevo anch’io, ma se i sondaggi degli ultimi giorni sono giusti, sarebbe per me una smentita piacevole da accettare.  Si ipotizza un testa a testa Renzi-Bersani, quindi la sfida è aperta, anche se, ovviamente, le incognite sono molte (a cominciare dal fatto se le primarie si faranno o no). Può anche darsi che un’ipotetica vittoria di Renzi determini la spaccatura del partito (cosa che, credo, ai terzisti liberali non dispiacerebbe poi tanto), ma quello che voglio sottolineare è la legittimità della sua sfida. Renzi è autorizzato a farlo perché il Pd è il suo partito e ha tutto il diritto di provare a scalarlo e poi di rivoltarlo come un calzino (come, ai tempi, fecero la Thatcher con il partito conservatore e Blair con il partito laburista in Gran Bretagna, per non citare che gli esempi più celebri). Anche perché, paradossalmente, la sua linea è la più vicina possibile a quella del partito a vocazione maggioritaria pensato da Veltroni, cioè all’idea di fondo per cui è stato fatto nascere il Pd. Anche perché, se non erro, Renzi sarebbe il primo leader democratico battezzato politicamente nella seconda repubblica, tale cioè da non portarsi dietro l’eredità post-comunista o quella della sinistra democristiana.

Ovviamente, può darsi che questa analisi sia troppo ottimistica, e che Renzi finirà col trovarsi in minoranza o incontrerà talmente tante resistenze che lo indurranno a  lasciare il Pd ed emigrare verso altri lidi. E tuttavia non mi pare buona cosa fasciarsi la testa in anticipo, anche perché, come dicevo sopra, non so quanto l’eventuale fallimento di Renzi gioverebbe a una futura forza liberale, ma so per certo che contribuirebbe a rafforzare nei cittadini la sfiducia nella capacità di rinnovamento della classe dirigente, sfiducia che è la forza principale di personaggi come Grillo, che, come ha scritto giustamente Carmelo Palma, non è tanto un antipolitico quanto un antidemocratico tout court.


Autore: Osvaldo Ottaviani

Nato ad Ascoli Piceno nel 1987, studia filosofia alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha scritto un libro su H. G. Gadamer ("Esperienza e linguaggio", Carocci 2010) e attualmente si occupa prevalentemente di Immanuel Kant. Liberale da sempre, è socio fondatore dell'associazione Hayek di Pisa e fellow di Italian Students of Individual Liberty (ISFIL).

One Response to “Renzi è l’uomo giusto nel partito giusto al momento giusto”

  1. marcello scrive:

    Spero che non si rifà al Blair guerrafondaio e sostenitore delle disuguaglianze.

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