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Soros chiede alla Germania, egemone riluttante, di passare il guado

George Soros, miliardario filantropo e già benemerito speculatore (in quanto la sua azione mise a nudo, un ventennio addietro, le incoerenze del sistema monetario europeo), ha rivolto un appello al governo tedesco: abbandonare la politica deflazionistica fin qui seguita e mettersi alla guida dell’Eurozona da “egemone benevolente”, oppure abbandonare la moneta unica. Perseguire l’attuale corso di azione, secondo Soros, non farebbe altro che scavare solchi profondi tra debitori e creditori, fino al probabile collasso finale.

La ricetta di Soros, dietro gli inviti solenni, è riconducibile essenzialmente ad un solo precetto di politica economica: gonfiare la crescita del Pil nominale, a non meno del 5 per cento, anche attraverso inflazione, per puntare a ridurre l’onere reale del debito. Contestualmente a ciò, creare una agenzia fiscale europea, che prenderebbe il posto dei fondi salva-stati, la cui funzione sarebbe quella di ritirare il debito pubblico eccedente il 60 per cento del Pil, finanziando tale acquisto con emissione di titoli a brevissimo termine, equivalenti ai Bot e dotati (nell’intendimento di Soros) del massimo rating in quanto garantiti solidalmente dall’Eurozona. Tali euroBot rappresenterebbero una eccellente opportunità di impiego per le banche dell’Eurozona, certamente più remunerativa che tenere i propri fondi in eccesso sul conto corrente della Bce, che paga lo 0,25 per cento i fondi fino al valore di riserva obbligatoria, e poi scende a zero.

La proposta Soros è certamente elegante ed ingegnosa, ma altrettanto visionaria politicamente. Intanto, l’obiettivo di crescita del Pil nominale al 5 per cento, assieme ad una certa dose di repressione finanziaria sul risparmio, servirebbe come detto ad abbattere il valore reale del debito, ed a impedirne la formazione “spontanea”, che sorge ogni volta che il costo del debito eccede quello di crescita del Pil. Soros non è un pazzo: i debiti si ripagano anche con la svalutazione reale, oltre che con il default, e oggi siamo ad un punto in cui gli squilibri sono talmente elevati e la crescita talmente remota, a causa delle manovre di consolidamento, che evidentemente al magnate di origine ungherese questa svalutazione appare il minore dei mali, come strumento per tirare una riga sul passato. Sarebbe anche utile ricordare come le potenze occidentali vincitrici della Seconda guerra mondiale sono uscite dall’enorme debito da mobilitazione bellica: soprattutto con inflazione, e non certo al 5 per cento.

Ovviamente i tedeschi non accetterebbero mai qualche punto di inflazione in più, ed occorre anche aver chiaro che, in tale ipotesi, le fasce più povere della popolazione soffrirebbero comunque, essendo l’inflazione una “imposta sulla povertà”. Anche qui, immaginiamo che Soros abbia valutato costi e benefici della proposta ed agisca sempre in termini di male minore, oltre che di riduzione del danno. Quanto all’invito ai tedeschi a diventare nazione egemone o abbandonare l’euro, siamo certi che Soros sa perfettamente che non esiste alcuna possibilità di sopravvivenza della moneta unica in ipotesi di uscita della Germania: l’intera costruzione crollerebbe come un castello di carte.

A questo punto, la palla è nella metà campo tedesca, ma non perché ce l’abbia messa Soros col suo ingegnoso piano anti-debito, quanto perché la richiesta fatta ai tedeschi resta in piedi da tempo: prendere realmente in mano l’Eurozona o distruggerla. A monte deve esserci una scelta politica, a valle le sue declinazioni operative. Se l’eventuale assistenza finanziaria a Italia e Spagna avvenisse con condizionalità aggiuntive molto dure, il risultato finale sarebbe depressione nei due paesi, crescita di deficit e debito, ulteriore insofferenza tedesca per i “dissipati meridionali”.

Mentre attendiamo che qualcuno spieghi ai tedeschi e ad alcuni loro epigoni di casa nostra che il debito si autoalimenta quando il suo costo supera quello di crescita del Pil (e Soros lo sa perfettamente, da qui il suo target di crescita del Pil nominale), sarebbe utile aver presente che in Europa passeranno molti anni prima di rivedere qualcosa che assomigli vagamente alla crescita. Alla fine, il costo di uno scalino di inflazione anti-debito potrebbe essere inferiore a quello di una serie di default sovrani disordinati, fuoriuscite dalla moneta unica e caos sociale. Ma il conto di questo costo possono (e devono) farlo sempre e solo i tedeschi. Perché, piaccia o meno a Berlino, questo vuol dire essere egemone. Ma è difficile sfuggire alla sensazione che Soros sia mosso dal timore di un effetto “Trattato di Versailles” sull’Europa, stavolta non subìto ma imposto dalla Germania.


Autore: Mario Seminerio

Nato nel 1965 a Milano, laureato alla Bocconi. Ha quasi vent'anni di esperienza presso istituzioni finanziarie italiane ed internazionali, dove ha ricoperto ruoli di portfolio manager ed analista macroeconomico, ed è attualmente portfolio advisor. Ha collaborato con la rivista Ideazione e con l’Istituto Bruno Leoni. Giornalista pubblicista, è stato editorialista di LiberoMercato, diretto da Oscar Giannino. Collabora o ha collaborato con Liberal Quotidiano, Il Foglio, Il Fatto Quotidiano, Il Tempo, Linkiesta.it.

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