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Piano Giavazzi, meno contributi e meno tasse alle imprese

– L’agenda di governo stilata lo scorso 24 agosto dal Governo contiene un fugace riferimento al proposito di adottare “misure finalizzate alla revisione delle agevolazioni fiscali-contributive e alla razionalizzazione dei trasferimenti in favore delle imprese”.
La base da cui partire è il documento presentato da Giavazzi (ultima versione del 30 luglio), già commentato su queste pagine, nella sua prima versione, da Piercamillo Falasca.

Il tema merita più di una sintetica menzione e, soprattutto, implica azioni di governo e finalità che vanno oltre la semplice riduzione della spesa pubblica al capitolo “trasferimenti alle imprese”.
Giovedì scorso Francesco Giavazzi e Fabiano Schivardi sono intervenuti su La Voce per rimettere al centro del dibattito politico ed economico la questione dei contributi alle imprese e le sue strette connessioni all’ancor più ampio fronte di discussione sulla pressione fiscale.

Il risultato ultimo da conseguire deve essere una riduzione delle tasse sulle imprese. Questa conclusione, ben resa e argomentata nel piano Giavazzi, non è altrettanto esplicitata nell’agenda di Governo.
I sussidi e gli incentivi alle imprese oggi perseguono finalità di sviluppo e di crescita, ma in modo inefficiente. Tali finalità vanno comunque perseguite per dar fiato all’economia: il modo migliore per farlo è impiegare le risorse liberate dalla riduzione dei trasferimenti alle imprese per ridurre l’eccessivo carico fiscale che oggi preme sull’iniziativa economica.

È quanto viene affermato nelle prime righe del Rapporto:

“Seppure tagli alla spesa pubblica possano ridurre il reddito di particolari settori della società, una riduzione della spesa nel suo complesso, se destinata a diminuire la pressione fiscale, ha effetti espansivi sull’economia”.

La questione si intreccia con altre finalità e le soluzioni proposte nel piano Giavazzi servono a superare altre criticità che il sistema attuale presenta.

Gli effetti negativi di un sistema di politica industriale incentrato sui sussidi alle imprese provocano distorsioni nell’attività di impresa, in quanto un sistema del genere induce i manager “a partecipare al ‘mercato politico’ in cui vengono distribuiti i sussidi anziché dedicarsi all’attività imprenditoriale”. Inoltre, i sussidi introducono “costi di gestione da parte delle amministrazioni pubbliche”, producendo ulteriore spesa pubblica.

Se alcuni tipi di incentivi alle imprese possono produrre esternalità positive che il mercato, secondo l’autore del rapporto, potrebbe non creare autonomamente, come nel caso degli aiuti alla ricerca, la maggior parte delle misure di finanziamento alle imprese, in primo luogo quelle che prevedono una selezione dei beneficiari mediante bando, sono improduttive e alimentano la corruzione e il clientelismo.

Bocciati anche i finanziamenti pubblici destinati ad imprese localizzate in aree in ritardo di sviluppo. Queste misure non eliminano le cause del ritardo delle regioni interessate e non attivano, solitamente, nessuna dinamica di crescita sul territorio. Complessivamente, gli incentivi alle imprese che potrebbero essere eliminati, in quanto improduttivi ed inefficienti, escluso il settore dei trasporti, ammonterebbero a 10 miliardi di euro.

Quale sarebbe l’effetto sull’economia di un taglio dei sussidi per ridurre la pressione fiscale e in particolare (soluzione raccomandata dal Rapporto) il cuneo fiscale, quindi le tasse sul lavoro a carico di imprese e lavoratori?

“Un taglio della spesa, se utilizzato per ridurre la pressione fiscale, può far crescere il reddito in modo più che proporzionale. In altre parole, se i contributi eliminabili ammontassero a circa 10 miliardi annui, la loro abrogazione produrrebbe, nell’arco di due anni circa, secondo le nostre stime, un aumento del livello del PIL del 1,5 per cento. Analoghi esercizi di simulazione del modello econometrico di Prometeia indicano che un provvedimento di questo tipo nell’arco di tre anni farebbe crescere il pil fra lo 0,7 e l’1,1 per cento, ridurrebbe i prezzi al consumo di circa un punto percentuale e migliorerebbe l’avanzo di bilancio di circa 3 miliardi”.

In sintesi, più crescita (+1/1,5% in due anni), meno inflazione (-1% sui prezzi al consumo) e 3 miliardi di debito pubblico in meno. Un treno da non perdere.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

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