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Hollande alla prova della realtà: comparsate in tv contro il malcontento

– Al rientro delle vacanze Monsieur Hollande ha trovato una brutta sorpresa: calo del gradimento dei francesi a soli quattro mesi dalla sua elezione all’Eliseo. La sensazione comune, stando ai sondaggi IPSOS e BVA, è che il suo operato da presidente sia stato fin qui scarsamente efficace.

I più maliziosi suggeriscono che ci sono proprio queste cattive notizie dietro il supposto abbandono in corso della grigia divisa da Mr. Normal, per quella decisamente più glamour da presenzialista mediatico stile Sarkozy. I segnali di questa deriva sembrano essere il giro delle capitali europee per una serrata sessione di diplomazia “salva-euro” (Madrid, Roma, ritorno a Parigi per accogliere Van Rompuy e poi Londra), ma soprattutto lo spazio televisivo tutt’altro che defilato che il presidente si è preso ieri sera con un’intervista di mezz’ora durante il Tg delle 20 su TF1 (canale nazionale tra i più seguiti). Parlare di onnipresenza è per ora precoce, ma sicuramente il presidente e il suo entourage hanno capito che la comunicazione va gestita con più accuratezza e che può essere utile abbandonare il low profile fin qui adottato attraverso qualche apparizione televisiva in più. Anche perché è a questo che ormai i francesi sono abituati.

Tra precoci cali del gradimento e sottomissione alla dura legge dei media, si inserisce un altro argomento: cosa è stato fatto durante i primi quattro mesi di presidenza?

La capacità di governo si misura con l’attuazione del programma con cui sono state vinte le elezioni, e con la capacità di far fronte a situazioni impreviste o comunque non coperte dal programma.  In realtà, nonostante le accuse dell’opposizione e la percezione dell’opinione pubblica, il bilancio dei primi mesi di governo non si può dire nullo sul piano dell’attuazione programmatica. Mentre certo, la crisi è peggiorata, ma Hollande poteva davvero prendere decisioni efficaci per evitarlo in così poco tempo?

Si possono quindi già fare delle spunte dalla lista delle promesse elettorale. Si parte dal primo aumento del salario minimo da cinque anni, poi la rivalutazione del 25% del buono scolastico di cui usufruiscono all’apertura delle scuole le famiglie meno abbienti. Di valore anche simbolico è stata la soppressione dell’aumento dell’imposta sul valore aggiunto dell’1,6%, che era stato l’ultimo atto dell’era Sarkozy.  È stato decretato il blocco degli affitti in più di 40 agglomerati urbani, in attesa di un’apposita legge quadro in materia, prevista per inizio 2013. Poi inasprimento dell’imposta di solidarietà sui patrimoni, ritorno dell’età pensionabile a sessanta anni per chi ne ha quaranta di contributi. Stanno per essere varati provvedimenti contro il rincaro dei carburanti.

Come si può notare, si tratta di misure concentrate sul rafforzamento del potere d’acquisto delle famiglie, ma non sono stati ancora presi provvedimenti specifici per favorire la crescita, che allo stato attuale è pari a zero per il terzo semestre consecutivo (dati INSEE di aprile-giugno), e per contrastare la disoccupazione record. Apprezzabili le iniziative per donare sobrietà e decoro alle istituzioni, come la riduzione del 30% degli stipendi di presidente e governo, l’introduzione di un tetto massimo a quelli dei dirigenti pubblici e la firma di una carta deontologica da parte dei ministri.

Missione, solo parzialmente compita sul campo europeo. Nonostante i giri e i colloqui serrati, ci si appresta a ratificare lo stesso trattato firmato dal predecessore Sarkozy. In campagna elettorale, invece, si era parlato di un memorandum nuovo di zecca made in France sul futuro dell’euro da trasmettere ai partner europei prima del vertice del 28-29 giugno. Un tale memorandum non è stato mai redatto, ma almeno è stata ottenuta l’apposizione delle misure per la crescita, che tanto stavano a cuore a Hollande, all’ordine del giorno nella UE.

La parte più difficile deve ancora arrivare, con  l’approvazione della legge finanziaria per il 2013.

La Corte dei Conti ha calcolato che per soddisfare l’obiettivo dichiarato di ridurre il deficit al 3% del PIL nel 2013, lo stato dovrà reperire ben 33 miliardi di euro in più o tagliare della stessa cifra la spesa pubblica. Il nodo principale da sciogliere riguarda il cavallo di battaglia della campagna, che ha strappato voti alla sinistra radicale, cioè la proposta di aumentare la pressione fiscale al 45% sui redditi superiori ai 150.000 euro l’anno, al 75 per quelli superiori al milione. Ora Hollande si trova davanti al dilemma se attuare fino in fondo la proposta, con il rischio di fuga di capitali e investimenti che annullerebbe parte dello sperato aumento del gettito, o mitigarla con ampie eccezioni. Ulteriore alternativa sarebbe chiedere un piccolo sforzo alla classe media. In qualsiasi caso lo scontento sarà inevitabile.

C’è anche il pericolo che vengano al pettine i nodi di un paese storicamente di centro destra, che si ritrova presidente e parlamento socialisti più per un disperato anelito di cambiamento che per convinzione.

È presto per trarre un bilancio netto, Hollande si sta impegnando nel fare i compiti a casa, ma una prima verifica arriverà nel corso della lunga stagione autunno-inverno che lo attende.

 


Autore: Alessandra Pallottelli

Neolaureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso l'Università di Roma La Sapienza, durante il suo percorso formativo ha approfondito l'analisi delle forme di governo. Ha alle spalle diverse esperienze di studio in Francia e Gran Bretagna. Attualmente si occupa di relazioni istituzionali.

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