di MARIANNA MASCIOLETTI – In questi giorni, se si riesce a scavalcare il clamore mediatico intorno alle sconvolgenti rivelazioni degli esponenti del movimento di Grillo, perfino in Italia arrivano notizie dalle convention democratica e repubblicana negli USA.

Cantanti, attori e personalità di vario genere, Clint Eastwood di qua, Scarlett Johansson di là (rivolti a un target diverso, diciamo), una grandissima partecipazione di pubblico: le convention americane appaiono eventi politici popolari nel vero senso del termine, in cui i cittadini che partecipano si trovano a discutere di temi politici, di visioni della vita, insomma, in una parola, del futuro.

Futuro che, sia pur con risultati non sempre ottimi, i candidati alla presidenza e alla vicepresidenza delineano nei loro discorsi in maniera abbastanza chiara, e che molti spettatori di varia estrazione discutono in concreto, nei suoi singoli e minuti aspetti, confrontandosi su quello che secondo loro lo migliorerebbe o lo peggiorerebbe.

Tutto, è bene precisarlo, senza uscire dall’ambito della politica: alle convention si discute di cosa faranno (o cercheranno di fare) i candidati in termini di leggi e provvedimenti, qualora arrivino alla presidenza, non della legittimità della loro candidatura e della loro elezione.

Chi scrive si trova nella dolorosa condizione di non aver potuto fare l’inviata di Libertiamo negli USA, a causa di una deplorevole carenza di danaro; dunque, mentre leggeva e ascoltava ragionamenti politici non sempre condivisibili, ma almeno argomentati, che provenivano da questi appuntamenti, è stata costretta, come al solito, a seguire anche la politica italiana.

Politica italiana che sembra ormai divisa tra bizantinismi esasperati e antipolitica estrema: praticamente, per citare alla rovescia il famoso detto, si sta passando dalla decadenza alla barbarie senza toccare la civilizzazione.
Ciò che sembra di vitale importanza, nel dibattito di casa nostra, è come, dove, di quanto e con quanta cattiveria i vari partiti vogliano ridurre il numero dei parlamentari, dei consiglieri regionali, provinciali, comunali, municipali e condominiali (ma le municipalizzate no, per carità, acquapubblica forever).

Pare non interessare a nessuno, o quasi, ciò che i vari partiti e potenziali candidati hanno in programma per governare l’Italia, qualora vincano le elezioni: ciò che è importante è con quanta veemenza si scaglino, o facciano mostra di scagliarsi, contro i cosiddetti “privilegi della Casta”, naturalmente sempre per modo di dire, altrimenti apriti cielo.

La pars construens è del tutto o quasi esclusa dal dibattito, concentrato più che altro sul distruggere, e chi si ostina a portarla avanti è considerato un servo dei poteri forti, un venduto, un membro della Casta a tutti gli effetti, e per questo tra i “primi della lista” di quelli da epurare quando finalmente la gente vera giungerà al potere.

Non si parla di come abbassare le tasse il prima possibile, ma si discute se sia più giusto inasprirle o evaderle.
Non si parla di sussidio di disoccupazione per tutti, ma ci si stracciano le vesti sulle sorti di esodati e prepensionati.

Come sempre, in Italia, se le cose vanno male dev’essere colpa della politica e dei politici, e mai e poi mai si può azzardare l’ipotesi che sia (anche) responsabilità dei singoli cittadini: la gente è buona, la gente è pura, la gente non si insozza le mani con gli oscuri riti della politica.

I parlamentari? Alieni, marziani, gente messa lì da un oscuro complotto plutomassonicogiudaico, non rappresentanti liberamente eletti anche da molti di quelli che oggi giocano col bulldozer divertendosi un casino. La democrazia? Si invoca solo quando c’è da sbraitare contro la (presunta) censura, guardandosi bene dall’accettarne le regole quando risultano scomode o sgradevoli, o pesanti da seguire.

Che distanza tra le popolari convention americane e i congressi di partito a porte chiuse, la scimmiottatura delle primarie o le violente (negli slogan quando non anche nel metodo) manifestazioni di piazza in Italia.

Lasciando perdere i lirismi retorici sulle differenze politico-sociologiche tra Italia e Stati Uniti, resta solo, purtroppo, da rattristarsi nel vedere intorno a sé un popolo che dimostra ancora una volta di essere refrattario alle dinamiche democratiche, preoccupato solo del particulare, pronto a fare la rivoluzione solo quando gli si toccano i privilegi.

Più che un popolo, insomma, ancora una volta, un volgo disperso che nome non ha.
E che però deve cercare di darselo presto, un nome, e possibilmente dignitoso, prima che l’abisso torni a farsi vicino, troppo vicino.