Leggi per i giovani? Non siano quelle che discriminano i “non giovani”

– Elsa Fornero ha preannunciato, qualche giorno fa, il prossimo varo di un “piano giovani” da parte del governo. Va dato atto al ministro di aver già in parte messo mano, in modo scevro da demagogia, alla questione dei rapporti tra le generazioni.  In particolare la riforma delle pensioni, predisposta ad inizio mandato, ha dato un contributo fattivo all’equità intergenerazionale, aumentando le prospettive di sostenibilità di un sistema previdenziale che fino a poco tempo fa aveva tutta l’aria di uno schema di Ponzi, i cui costi sarebbero ricaduti tutti sui giovani di oggi.

Purtroppo nell’agenda dell’attuale esecutivo ha trovato un po’ di spazio anche un altro tipo, per certi versi più scontato, di politiche per i giovani – come la predisposizione di leggi che, ceteris paribus, favoriscano in modo esplicito chi si trovi sotto una certa età (qui e qui). C’è dunque da sperare che i prossimi provvedimenti del governo “per i giovani” assomiglino più nello spirito alla riforma delle pensioni – incidendo su aspetti strutturali dell’economia italiana  – piuttosto che ad “azioni positive” a favore di chi non ha capelli bianchi.

Nei fatti, leggi che istituiscano trattamenti privilegiati per gli under 35 sono discutibili, non solamente sul piano formale dell’uguaglianza dei cittadini, ma anche perché non colgono in modo corretto i termini in cui si pone oggi la questione dell’apertura del mercato occupazionale. E’ probabilmente vero che molti dei “non giovani” si avvalgono oggi di una legislazione in tema di lavoro che protegge chi già lavora  e quindi hanno buone possibilità di mantenere nel tempo la posizione che occupano in questo momento. E’ altrettanto vero però che, pur nell’attuale scenario legislativo che rende difficili se non impossibili i licenziamenti individuali nelle grandi aziende, un numero non trascurabile di lavoratori over 40 ed over 50 stanno perdendo il posto per effetto di chiusure e ristrutturazioni.

La situazione di chi si trova senza un lavoro dopo i quaranta non è affatto migliore di quella di un giovane disoccupato, anzi è per tante ragioni peggiore, non solamente in virtù del fatto che sui lavoratori più anziani gravano spesso responsabilità familiari, ma anche e soprattutto per le minori possibilità di trovare una nuova occupazione. Nei fatti, passata una certa età si è meno appetibili per le aziende, perché ritenuti meno reattivi, meno flessibili e meno adattabili oltre che in generale più costosi. A fronte dell’innalzamento dei requisiti di età per l’accesso alla pensione, il tema dell’occupabilità di chi ha più di quarant’anni è destinato a diventare una delle principali questioni sociali di questo paese – e se ci concentriamo su questo aspetto, non è che appaiono granché ragionevoli leggi che, con l’obiettivo dichiarato di favorire l’occupazione dei giovani, di fatto discriminano i non giovani e ne disincentivano la ricollocabilità.

Insomma gli sgravi per l’assunzione degli under 35 o le agevolazioni per l’imprenditoria giovanile sono senz’altro belle trovate dal punto di vista della comunicazione mediatica – sono quelle leggine con cui ogni governo strappa l’applauso facile e dà alla gente l’impressione di essere sul pezzo. Eppure non servono grandi capacità logiche, per rendersi conto che ogni legge che avvantaggia selettivamente alcuni è una discriminazione nei confronti di altri. Una legge che convinca un’azienda – ad esempio attraverso sgravi ad hoc – ad assumere di preferenza giovani è, ça va sans dire,  una legge che scoraggia quell’azienda dall’assumere lavoratori più vecchi.

Naturalmente per molti la tentazione può essere quella di compensare le leggi a favore di giovani con altre leggi a favore dei lavoratori più anziani – rientrano in questa classe, ad esempio, le agevolazioni per chi assuma un lavoratore in mobilità. Si tratta di una strategia che rappresenta un paradigma classico di costruzione del consenso – quello di fornire l’impressione che ogni categoria abbia qualcosa da guadagnare dall’intervento dell’intermediazione politica, che ogni gruppo sociale sia beneficiario di un trattamento di favore per il quale deve essere grato al governo. Non è evidentemente così. Il gioco politico è semmai un gioco a somma negativa, in quanto la sovrapposizione di tanti interventi discrezionali e discriminatori conduce ad un’allocazione non ottimale delle risorse e quindi ad una degradazione della competitività complessiva del sistema.

E’ per questo che ciò che serve veramente all’Italia non è varare leggi “a favore dei giovani”, intese come leggi che prevedano trattamenti preferenziali per chi si trovi sotto un certa età. Serve piuttosto aggredire il vero dualismo del mercato del lavoro italiano, che non è quello che contrappone giovani e meno giovani, ma quello che contrappone “insiders” e “outsiders” – chi si trova inserito in un circuito che gli garantisce un alto livello di tutela e chi invece si trova invece a scontare tutto su di sé il costo della flessibilità dell’intero sistema. Se vogliamo stare dalla parte degli “outsiders”, cioè dei giovani e dei meno giovani che in questo momento sono tenuti ai margini del mercato, dobbiamo mettere in discussione quel modello di diritto del lavoro che impedisce loro di porre il proprio lavoro in concorrenza con chi oggi può permettersi di rimanere al di sopra delle incertezze di un ambiente competitivo.

Insomma la via maestra è quella di una liberalizzazione, tanto del lavoro dipendente che del lavoro autonomo, per riequilibrare – per tutti, indipendentemente dalla data di nascita – rischi ed opportunità e per creare condizioni al contorno in cui il merito, l’impegno e lo spirito di sacrificio contino di più dell’usucapione di una “casellina”.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

3 Responses to “Leggi per i giovani? Non siano quelle che discriminano i “non giovani””

  1. Edoardo scrive:

    Concordo in pieno con Faraci.Io sono un disoccupato da tempo,ho fatto qualche lavoretto in nero,ed ho 24 anni,ma se devo essere sincero,ho una concezione della democrazia che parte dai concetti di uguaglianza ed fraternità,mi piange il cuore ad vedere persone che magari hanno sviluppato nel tempo più capacità di me nel lavoro,ed che sono partiti anchessi da condizioni molto drastiche,essere messi all’angolo,operai che hanno una famiglia alle spalle,quindi penso che i giovani dovrebbero certo chiedere lavoro dignitoso ed sicuro dal punto di vista degli infortuni,ma allo stesso tempo dovrebbero accettare che ormai il sistema non può funzionare con paghe degli appena inseriti nel mondo del lavoro allineate con quelle di chi ha lavorato ormai da decenni.Quindi ben venga questo articolo,anzi la soluzione per i giovani sarebbe quella di creare delle No tax area per favorire lo sviluppo ed l’occupazione.

  2. francesco sica scrive:

    Aggiungerei riconsiderare tutto il sistema pensionistico, ricalcolando tutte le pensioni, anche quelle già maturate col sistema contributivo, e dare la possibilià alle persone di uscire dal sistema criminale dell’INPS e ritirare tutti i versamenti già effettuati e vedersi accreditare in busta paga la quota che allo stato attuale viene versata allo stato dal dipendente e dal suo datore (nel caso di partite IVA appartenti a vari albi, anche qui volontarietà del sistema).

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