di PIERCAMILLO FALASCA – E alla fine Draghi imbraccia il bazooka e annuncia la disponibilità della BCE ad acquisti illimitati di titoli di stato dei paesi membri dell’area euro che ne facciano richiesta. Lo spread cala immediatamente, le Borse prendono fiato e la politica riacquista – a tempo – un piccolo margine di discrezionalità. Ma il costo e il rischio dell’intera operazione è altissimo: è come se ieri, per bocca di Draghi, l’Europa avesse provato ad assorbire la crisi dei debiti sovrani contraendo un un nuovo “debito politico”. La nuova politica monetaria può avere successo solo se verrà accompagnata da altre misure a livello europeo e dall’adozione di precisi piani di riforma a livello nazionale: scelte auspicabili fino a ieri e divenute oggi tassative, ma che rientrano nell’esclusiva responsabilità degli attori politici (e, quindi, nel gioco democratico del consenso).

Per quanto importante, il supporto della cavalleria condotta da Mario Draghi non sarà certo risolutivo: “se Draghi avesse fallitoscrive Mario Seminerio su Phastidio.netci saremmo ritrovati immediatamente all’inferno“; avendo il governatore annunciato ciò che da mesi ci si attendeva, avremo davanti “una lunga strada di azioni e riforme“. La crisi è sistemica, anzi tellurica, e se l’economia reale non tornerà a produrre flussi di reddito sufficienti a ripianare perdite private e debiti pubblici e privati sempre più elevati, le misure oggi enunciate oggi a Francoforte serviranno davvero a poco. Anzi, avremmo sprecato munizioni. Ma la crescita non arriva in un giorno, né si realizza per editto, e allora sarebbe fondamentale non perdere nemmeno un secondo del tempo che, con le parole di Draghi, i mercati concedono a Spagna e Italia.

Tempo per far cosa? Rebus sic stantibusla cosa più intelligente per l’Italia sarebbe quella di comportarsi come se il sostegno della banca centrale perché acquisti titoli fosse stato chiesto, e come se quest’ultima avesse quindi già condizionato l’acquisto di bond a un dettagliato piano di aggiustamento fiscale e di riforme sistemiche. Insomma, sul piano interno bisognerebbe ora impegnarsi in una specie di “automemorandum”, per usare le parole di Benedetto Della Vedova, come proposto da Pietro Ichino ed altri esponenti politici di vari gruppi della strana maggioranza.

L’incognita principale è e resta l’assetto politico e di governo di cui l’Italia si doterà alla fine dell’esperienza del governo tecnico di Mario Monti. Nel centrosinistra sono fortissimi i rigurgiti socialdemocratici e le tentazioni di “restaurazione” (D’Alema, Prodi…), mentre il centrodestra appare banalmente incapace di offrire una proposta credibile e lucida di governo. E’ concreto il rischio che la discesa repentina dei tassi d’interesse conseguente alle dichiarazioni del presidente della BCE fornisca fiato alle trombe di chi vuol raccontare una versione edulcorata della realtà, magari provando a convincere gli italiani che l’emergenza è finita. E’ vero il contrario: ora inizia la fase più dura. Per questo, dopo la svolta di Draghi, in Italia serve una svolta politica di responsabilità e coerenza.