– A lungo la cultura europea e, con essa, quella italiana, ha nutrito una ferma fede nel progresso. Ha creduto che il cammino della civiltà non avrebbe incontrato ostacoli né subito interruzioni e che avrebbe accumulato conquiste sempre più elevate. Nel Settecento questa è stata la convinzione di autori come Voltaire, Turgot e Condorcet. Così nell’Ottocento l’idea di progresso ha costituito il fulcro delle concezioni di Hegel, Comte e Marx. Poi, già negli ultimi decenni del secolo questo ottimismo storico entra  in crisi. Confrontandosi con la realtà. Osservando come l’inventario delle difformità, delle storture sia in continua, progressiva, crescita. Fino all’attualità dell’oggi e degli ultimi decenni. Nei quali si riconoscono le perversioni della modernità. La perdita di senso e l’ostentata pornografia dei valori diffusa anche con i messaggi impropri della politica. La crisi della famiglia, la scuola zoppicante, una società nella quale gli attori sono in continua ricerca di nuove identità. La ricerca ossessiva di potere e bellezza trasfigura le Persone. Si vive in maniera precaria. Sull’orlo della bancarotta etica ed economica.

Il recente libro dello psichiatra Vittorino Andreoli, membro della New York Academy of Science e autore di numerosi saggi, L’uomo di superficie (Rizzoli, pp. 216, euro 17,50), spiega cosa è successo alla nostra civiltà. Partendo dall’analisi dell’esteriorità, del culto del corpo, di per sé già simbolo di un certo degrado, per giungere a quello del Paese e di certe sue istituzioni. Inoltrarsi nelle pagine del libro, provoca, quasi naturalmente, almeno in molti se non in tutti, un impeto di orgoglio. Volutamente si offre al lettore come un grido di allarme. Spinge ad un coraggioso gesto di ribellione al drammatico status quo. Andreoli parla di sé, dell’iniziazione alla vita nella scuola, del dolore per la perdita del padre, della scelta di lavorare in manicomio. Della consapevolezza, acquisita con la pratica, che soltanto con gli ultimi si impara e ci si misura con le fragilità della vita. Ma il racconto personale è anche quello del Paese. Isterilito dal bisogno, spasmodico, di potere. Soffocato da “una classe politica inetta e rapace”, nelle quale le colpe del Governo non erano maggiori di quelle delle opposizioni.

Andreoli confessa la sua delusione per Romano Prodi, di cui è stato analista e trainer psicologico.  Nei vittoriosi duelli con il Cavaliere. Racconta l’epilogo del loro rapporto.

«Non chiesi nulla per quei successi elettorali, ma interruppi la relazione con lui subito dopo l’ultima vittoria. … Mi telefonò per salutarmi e gli raccomandai il piano per i giovani che era stata la molla che mi aveva spinto a partecipare alla campagna. Doveva essere gestito dalla Presidenza del Consiglio, ma lui disse che aveva creato un Ministero per i giovani affidato a Giovanna Melandri …».

Un episodio, certo. Ma indicativo. Paradigmatico. Centrodestra e centrosinistra uguali nell’affrontare le criticità. Per dirla con le sue parole, «dominati dalle logiche narcisistiche dei partiti che rappresentavano se stessi e non il Paese».

Terapie non ne esistono. Bisogna ripartire dai fondamentali. Cultura, giovani, ricerca, arte e conservazione. Ricominciando a re-imparare le tabelline (della vita). Che non si trovano sull’iPad o nello schermo del computer. Solo in questo modo si potrà ridare avvio ad una società dinamica. Che aspiri al progresso pur essendo venute meno molte illusioni del passato.

Benedetto Croce, in vecchiaia, dopo la tragedia della seconda guerra mondiale, scriveva che «talvolta i popoli civili si imbarbariscono, si inselvatichiscono, si animalizzano o ridiventano bestie feroci, e tornano nella natura». Il fatto è, egli diceva, che c’è in noi un “Anticristo”, distruttore del mondo, godente della distruzione”. Non sembri eccessivo richiamare quelle parole, quelle immagini, ora. In un “post” non bellico. Niente macerie materiali, città da riedificare. Ma siamo di nuovo, per certi versi, un Paese da ricostruire.