Lobbying: favorire la trasparenza, non creare albi e ordini

– Tra le azioni del Governo previste dall’agenda approvata dal Consiglio dei ministri del 24 agosto, è compreso anche lo studio di una disciplina di regolamentazione delle attività di lobbying. Negli scorsi mesi (per non dire deli anni passati) non sono mancate iniziative parlamentari in materia: nell’attuale legislatura si contano otto disegni di legge, presentati da quasi tutti i partiti presenti in Parlamento. Nessuno di questi è stato però mai trattato.

L’unica disciplina in materia è quella adottata dal Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali, per regolamentare il rapporto tra il suo dicastero e i gruppi di pressione del settore agricolo. Non è ancora chiaro se si intenda proseguire la strada aperta dal Ministro Catania, con atti emanati dalle singole amministrazioni per disciplinare i rapporti tra la loro struttura e le lobby, o se si ambisca ad una regolamentazione di portata più generale, che detti regole comuni cui debbano sottostare tutte le amministrazioni.

La prima strada sembra più agevole, dato che ogni ministero può adottare norme in materia con decreti relativi all’organizzazione e alle attività dei propri uffici. Probabilmente il proliferare di qualche decina di albi e decreti dal contenuto eterogeneo non è il risultato più auspicabile, ma una breve fase sperimentale promossa da alcuni ministeri proattivi potrebbe essere utile in vista di una più organica disciplina dell’attività di lobbying. Difficilmente potrà veder la luce, dati i tempi stretti, una legge in materia o un regolamento di portata generale, che comunque dovrebbe poggiarsi su una norma di legge di rango primario. Al di là della forma che potrà avere la disciplina delle lobby, interessa qui osservare come, al di là della retorica considerazione sulla necessità di regolare l’attività dei gruppi di pressione, siano molteplici gli aspetti e i rischi che vanno affrontati in sede di redazione di una normativa in materia.

Il rapporto tra l’amministrazione e i gruppi di pressione si concreta in uno scambio di informazioni: l’amministrazione fornisce informazioni sui processi decisionali in atto; i gruppi di pressione consegnano al decisore pubblico informazioni, dati, argomenti, raccolti dalla concreta esperienza di attori impegnati nel settore o altri soggetti la cui sfera giuridica può essere toccata dalla decisione che sta per essere assunta, a sostegno di una decisione pubblica.  Più il processo decisionale è aperto e trasparente, più la partecipazione dei gruppi di pressione può svolgersi in modo altrettanto trasparente e su base paritaria.

Correttamente, il decreto sulle lobby agricole prevede lo svolgimento di consultazioni pubbliche su atti e provvedimenti ad uno stadio precoce del processo decisionale. Se le indiscrezioni possono aiutare ed avvantaggiare i pochi, un processo decisionale svolto alla luce del sole tratta i portatori di interesse in modo non discriminatorio e consente una raccolta più diffusa di informazioni e osservazioni, spesso utili a valutare l’impatto della normativa che si sta per adottare.

Il rischio più grosso è che l’albo istituito per identificare il portatore di interesse che chiede di presentare e illustrare la propria posizione non si trasformi in un ordine professionale a numero chiuso. La fissazione di requisiti quali l’età, il possesso di una laurea, l’esperienza maturata, il tipo di organizzazione rappresentata va nella direzione opposta a quella di un’amministrazione aperta e trasparente. Ostruirebbe i canali di informazione tra l’amministrazione e pezzi della società e del tessuto economico, qualora i requisiti si riferissero ai soggetti rappresentati. Così come il requisito di una laurea in determinate materie ridurrebbe l’ambito delle competenze e dei saperi con cui l’amministrazione può venire a contatto attraverso i canali della lobbying istituzionalizzata. Un requisito di età o anzianità, infine, ostacolerebbe indebitamente l’accesso alla professione dei giovani.

Il Ministero delle politiche agricole ha saggiamente evitato di riservare l’accesso all’albo e ai canali di consultazione pubblica ai possessori di un determinato tipo di laurea. Qualche dubbio può essere espresso per quanto riguardo il requisito anagrafico, ossia i 25 anni di età. Se la legge prevede il diritto di voto per i diciottenni, è perché si reputa che alla loro età si posseggano gli strumenti cognitivi per formarsi un’opinione sulle decisioni pubbliche che Parlamento e Governo dovrebbero adottare. Se poi guardiamo ai fatti, dato che in genere gli occupati nel settore delle relazioni istituzionali sono in possesso di una laurea o laureandi, di fatto sono esclusi proprio i più bravi; quelli che compiono gli studi universitari a 23 o 24 anni e iniziano presto la loro carriera lavorativa.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

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