Categorized | Il mondo e noi

Le convention Usa, senza politica estera

– Finita la Convention Repubblicana di Tampa e iniziata la Convention Democratica di Charlotte, uno spettro si aggira fra entrambi i partiti: quello della politica estera. A quanto pare, risulta un tema imbarazzante, tanto è vero che nessuno ne parla. Sia Obama che Romney la riducono a qualche accenno. “Ah già, dimenticavo…” e dedicano quattro righe anche al resto del mondo. Finora Obama l’ha trascurata nella sua campagna elettorale: ha ancora tempo per recuperare nel corso della Convention, ma si prevede punti su altri due mega-temi, quali l’Obamacare (riforma della sanità) e la libertà personale (unioni gay comprese). MittRomney, durante tutto l’evento di Tampa, ha nascosto il falco che c’è in lui e non ha neppure speso una parola per le decine di migliaia di americani in uniforme che tuttora combattono una guerra in Afghanistan. L’unico che ha citato il conflitto americano nel lontano Paese del Sud asiatico è stato Clint Eastwood. Per parlare contro l’intervento: “avreste dovuto chiedere ai russi, prima” di imbarcarvi nella stessa disavventura…

Eppure gli argomenti non mancherebbero. Il presidente in carica può vantare l’uccisione di Osama bin Laden. I detrattori, non vedendo le foto, non ci credono tuttora. Così come non credono che Obama sia realmente americano, pur vedendo il suo regolare certificato di nascita. Ma la stragrande maggioranza degli americani è comunque convinta che il nemico pubblico numero 1 sia stato ucciso realmente. Eppure Obama mostra una certa riluttanza a vantare una vittoria che, prima di lui, era stata cercata e mancata da ben quattro amministrazioni (due di Clinton e due di Bush: la caccia allo sceicco del terrore era iniziata nel 1993). Un libro, “No Easy Day”, uscito ieri, rischia addirittura di offuscare l’immagine del presidente nella vicenda. E’ scritto da uno dei NavySeals che parteciparono alla missione di Abbottabad e non è affatto edificante per il presidente, che emerge (da quelle memorie) come poco più di un millantatore, pronto a far proprio un successo altrui e comunque tutt’altro che amato o stimato dai militari. D’altronde ci sono molti motivi per cui Obama non possa essere amato dagli uomini in uniforme: ha licenziato in tronco ben due generali in Afghanistan, non ha saputo vincere la guerra in quelle montagne pur mandando 30mila uomini di rinforzo, non ha mai dato una linea strategica chiara e infine ha fissato una data per il ritiro, il 2014, senza attendere che la situazione sul campo migliorasse in modo sensibile. Il peggior critico di Obama è comunque alla sua sinistra: i pacifisti lo ritengono indegno del premio Nobel per la pace, vinto a-priori nel 2009. In questi tre anni, la guerra dei droni scatenata contro Al Qaeda ha provocato vittime civili collaterali nello Yemen, in Somalia e soprattutto in Pakistan. Obama, che pure ha fatto di tutto per chiudere Guantanamo, non riesce fino in fondo a mostrare progressi umanitari rispetto alla precedente amministrazione Bush, per lo meno sul fronte della guerra al terrorismo.

Il presidente può vantare un altro indiscutibile successo: aver sostenuto la Primavera Araba. Ma, anche qui, la discussione è ancora aperta, soprattutto nella sinistra americana: perché intervenire militarmente in Libia e non in Siria? Perché trascurare le ribellioni contro altri regimi alleati dell’America, quali Bahrein e Arabia Saudita? E pesa, soprattutto, il mancato appoggio all’Onda Verde, in Iran, che avrebbe potuto rovesciare un regime, quello di Teheran, che tuttora costituisce un pericolo militare per gli Usa ed esistenziale per Israele. Lo Stato ebraico è alla base di un altro rimprovero della sinistra: benché Obama si sia presentato come “mediatore imparziale” fra palestinesi e israeliani, i pacifisti hanno qualcosa da ridire sul continuo sostegno militare al governo Netanyahu e ai pochi sforzi fatti per fermare la sua politica di colonizzazione della Cisgiordania. Il presidente, insomma, ogni volta che parla di politica estera deve soprattutto guardarsi le spalle per le critiche dei suoi amici e sostenitori progressisti e pacifisti, che si sentono traditi.

I Repubblicani, dal canto loro, hanno un’imponente batteria di accuse contro l’amministrazione democratica. Pur riconoscendole il successo dell’uccisione di Osama bin Laden, l’attaccano per aver lasciato all’Iran quattro anni di tempo per costruire l’atomica, aver favorito l’ascesa dei Fratelli Musulmani in Egitto e Tunisia, aver combattuto una guerra in Libia senza chiedere il consenso al Congresso, aver trascurato Israele (sì: come la fai la sbagli), aver abbandonato gli alleati dell’Est europeo nel nome di un appeasement (fallito) con la Russia, aver sacrificato la difesa nazionale abbandonando gran parte del progetto di scudo anti-missile. Ma al di là delle accuse a Obama, i Repubblicani cosa propongono? Il viaggio di MittRomney all’estero viene, per ora, ricordato solo come un insieme di gaffe, alcune reali altre montate da media “antipatizzanti”. Tampa poteva essere l’occasione per parlar chiaro della visione repubblicana delle relazioni internazionali. Ma così non è stato, come abbiamo visto. La destra americana lamenta una carenza di leadership statunitense nel mondo, ma la strategia per recuperarla è poco chiara. E Condoleezza Rice, ex segretaria di Stato nella seconda amministrazione Bush, ha anche spiegato il perché: prima di tutto si deve superare la crisi economica interna, poi si potrà anche pensare al resto del mondo. C’è una chiara volontà di isolamento. Indipendenza energetica, prima di tutto, per rendere l’America meno vulnerabile ai ricatti delle dittature produttrici di gas e petrolio. E sicurezza: prima in casa propria, poi, eventualmente, anche per gli alleati più vicini.

Eppure è la volontà di isolamento che viene rimproverata ad Obama. Il suo mancato interventismo in molte aree critiche e la sua tendenza ad andare a rimorchio dell’Onu (o dei suoi alleati regionali) anche dove è intervenuto, sono all’origine della perdita di leadership americana nel mondo. I due candidati, alla fine, sono più simili di quanto loro stessi credano: entrambi vogliono prender fiato, badare alle faccende domestiche e chiudere la porta sul resto del mondo. Finché sarà possibile. Perché gli Stati Uniti, lungi dall’essere un “impero”, sono sempre stati una potenza riluttante, ma è il mondo che ha sempre fatto irruzione nei loro confini. Gli americani erano isolazionisti fino al 1917, ma è stata la guerra sottomarina indiscriminata dei tedeschi a farli entrare nella Prima Guerra Mondiale. Erano ancora isolazionisti nel 1941, ma è stato l’attacco giapponese a Pearl Harbour a farli entrare nella Seconda. Si sarebbero volentieri rintanati in casa ancora nel 1945, protetti da due oceani e dal monopolio della bomba atomica. Ma è stato l’espansionismo sovietico in tutta l’Europa occupata dall’Armata Rossa a costringere di nuovo la potenza riluttante a scendere in campo. E a restarci per il successivo mezzo secolo di Guerra Fredda. Nel 1992, seppellita l’Urss, Clinton avrebbe voluto finalmente “tornare a casa” una volta per tutte. Ma sono stati gli europei, con le loro grida di aiuto per la guerra nella ex Jugoslavia (né la Francia, né il Regno Unito, da soli, erano in grado di porvi fine), a far tornare l’America interventista. Anche George W. Bush si era presentato e aveva vinto le elezioni con un programma neo-isolazionista. Ma un commando di Al Qaeda, armato di taglierini, gli ha fatto cambiare idea dopo aver buttato giù le Torri Gemelle a New York e aver devastato il Pentagono a Washington. E anche il presidente conservatore è stato costretto a re-inventarsi esportatore di democrazia, per la sicurezza di un mondo che aveva appena fatto irruzione in casa sua.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

4 Responses to “Le convention Usa, senza politica estera”

  1. Edoardo scrive:

    Condivido quasi del tutto l’articolo,che riflette proprio il mio modo di ragionare ed il modo con in cui vedo gli stati uniti,diversamente da neofascisti ed comunisti sempre Anti,od destra liberista (leghista) populista reazionaria islamofoba,ed spesso paranoide nel senso che vede sempre attacchi ad Israele,anche nella Primavera araba.

    Per quanto riguarda le torri gemelle però è un argomento ancora caldo,visto che molti aspetti rimangono in ombra,ed è per questo che molti libertari,costituzionalisti ed amanti degli Usa negli Usa ed nel resto del mondo,stanno in tutti modi cercando di far riaprire un’inchiesta su lati non ancora spiegati dell’attentato dell’11 settembre 2001 come 911 the truth,ed la fondazione di Jimmy Walter.

  2. Edoardo scrive:

    Per il resto vedo positivamente se in questa prossima tornata elettorale vincano pure i Repubblicani

  3. creonte scrive:

    la gran parte dei paesi evoluti non basa i propri dibattitti elettorali sulla politica estera

  4. step scrive:

    Beh, se l’assenza di un discorso sulla politica estera significasse una diminuzione della “esportazione di democrazia”, non sarebbe propriamente un male… L’optimum sarebbe che la riflessione critica sulla “religione” dei diritti umani, operata in questi anni dagli ambienti culturali più accorti, fosse finalmente pervenuta agli americani. Ma se a un certo isolazionismo – propugnato anche da molti libertari americani – si arrivasse per necessità, dato che gli USA sono ormai strozzati dai debiti, mi andrebbe bene ugualmente…

Trackbacks/Pingbacks