Draghi può comprare tempo, non risolvere la crisi

di PIERCAMILLO FALASCA – Su quasi tutti i maggiori giornali italiani trova oggi spazio uno studio di Bankitalia secondo il quale il livello attuale dello spread tra titoli decennali italiani e tedeschi non sarebbe giustificato dai fondamentali fiscali e macroeconomici:  questi ultimi – a detta dei ricercatori di via Nazionale – condurrebbero il differenziale tra Btp e Bund in un intorno dei 200 punti base, mentre i restanti 250 punti circa sarebbero dovuti anzitutto al rischio percepito di frantumazione dell’area euro. L’analisi è certamente molto rigorosa sul piano tecnico, ma solleva un interrogativo: le aspettative e le percezioni non sono forse un ingrediente fisiologico ed ineliminabile delle scelte degli investitori? Se sì, ha davvero poco senso lanciarsi in mirabolanti commenti sullo “spread giusto” o sulla “bufala dello spread”, come fanno alcune testate.

La notizia davvero degna di nota degli ultimi due giorni è la netta presa di posizione di Mario Draghi sulla possibilità di acquisti sistemici di titoli di paesi in difficoltà da parte della BCE. Parole impronunziabili fino a qualche mese fa e che oggi segnalano da un lato l’aggravarsi della crisi dell’eurozona, dall’altro l’efficacia della strategia di Draghi di condizionare ogni suo possibile intervento monetario ad un salto di qualità della politica fiscale dei paesi membri verso un maggior rigore e, in prospettiva, ad una più stretta integrazione dei sistemi finanziari. D’altronde, aver “teutonicamente” archiviato l’ipotesi che il fondo salva-Stati venisse dotato di licenza bancaria, come richiesto a gran voce dalle capitali mediterranee, consente ora al governatore di rivendicare un maggior attivismo dell’istituzione da lui guidata nel mercato dei titoli del debito sovrano.

Basterà Draghi a condurre l’Europa (e non solo) fuori dalla crisi? Ovviamente no. Un acquisto massiccio di titoli pubblici a due e tre anni permetterebbe con buone probabilità una stabilizzazione di qualche mese, ma senza una effettiva ripresa dell’economia europea e l’inizio di un percorso di riassorbimento del debito nei paesi più esposti (per l’Italia, anche grazie ad un piano di privatizzazioni), la situazione tornerebbe esplosiva dopo non molto. Anche perché il corollario dell’intervento della banca centrale, cioè il rigore dei conti pubblici, ha in sé effetti depressivi, se non controbilanciato – almeno per quanto riguarda il nostro paese – da un profondo ammodernamento delle istituzioni formali e sostanziali che sovrintendono l’economia (dal mercato del lavoro alla giustizia, passando per il sistema della formazione e il welfare), da vere liberalizzazioni dei servizi, la promozione degli investimenti e l’alleggerimento dell’insostenibile pressione fiscale a carico di lavoratori e imprese.

Insomma, la Banca centrale europea ha le risorse e gli strumenti necessari per comprare tempo, che è pur sempre denaro, non la pietra filosofale per uscire definitivamente dalla crisi: le misure straordinarie e le eccezioni possono aiutare nel breve periodo, nel medio-lungo occorrono una migliore ordinarietà e buone regole. Quanto è difficile.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

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