Tra bollicine e zuccheri, il pericolo dello Stato salutista

– La preferisci naturale o tassata? Negli ultimi giorni si è aperto il dibattito sulla possibile introduzione, ventilata dal ministro della sanità Renato Balduzzi, di una tassa sulle bevande gassate e zuccherate che, secondo le stime, potrebbe portare nelle casse dello Stato circa 250 milioni l’anno. L’ipotesi pare al momento destinata all’archiviazione, ma lo spunto è ancora molto utile per qualche riflessione.

Secondo il ministro la nuova tassa potrebbe “promuovere uno stile di vita più razionale e sobrio” e “far riflettere soprattutto i più giovani sulla necessità di abitudini alimentari migliori”. Del resto l’idea di colpire dal punto di vista fiscale le bibite zuccherate e più in generale il cosiddetto “cibo spazzatura” non è nuova, è già stata applicata in altri paesi ed è un po’ ovunque sostenuta da chi ritiene che l’educazione della popolazione ad uno stile di vita più sano debba passare da un’azione attiva dello Stato – anche se in realtà, secondo molti nutrizionisti, l’effettivo impatto della riduzione del consumo di bevande come la Coca o la Fanta sarebbe pressoché nullo dato che anche i succhi di frutta naturali contengono la stessa quantità di zucchero.

A dire il vero non sono troppo convinto che il principale obiettivo della nuova imposta sia quello di combattere le “cose che fanno male” e di incentivare comportamenti più virtuosi. Penso, più prosaicamente, che si tratti dell’ennesima gabella partorita dalla “fantasia al potere”, opportunamente condita con quel po’ di moralismo spicciolo che basta a raccogliere consensi tra le mamme premurose, i sostenitori dello slow-food ed i nemici della Coca-Cola in servizio permanente effettivo. Tuttavia, trovo potenzialmente pericoloso l’affermarsi di un concetto di “salutismo di Stato” per le sue inevitabili implicazioni dal punto di vista della libertà individuale: non credo che le persone abbiano bisogno che sia lo Stato a dire loro che tipo di vita è bene che conducano, anche perché la definizione del concetto di vita sana ed equilibrata è troppo articolata perché possa avvenire per via politica.

Le bevande gassate e zuccherate fanno sì male, ma solo se assunte in quantità eccessiva – e del resto questo è vero anche per la pasta, per il vino e per il caffè, cioè per molti “fiori all’occhiello” dell’alimentazione italiana contro i quali probabilmente il governo avrà molte più remore a prendere posizione. E in fondo anche l’attività sessuale, l’attività sportiva od anche semplicemente l’esposizione (prolungata) al sole sono tutte cose che possono nuocere alla salute. Forse è il caso che si metta una tassa su sdraio e teli da bagno – ché magari si riesce a ridurre l’incidenza del cancro della pelle…

Se poi si volesse fare le cose per bene, bisognerebbe scendere più nel “dettaglio” ed imporre tasse ad personam a seconda delle specifiche condizioni fisiche del singolo cittadino. E’ chiaro, infatti, che un cucchiaio di Nutella non ha lo stesso effetto su una persona in perfetta salute e su un diabetico. Si potrebbero proporre controlli incrociati nei ristoranti tra scontrini e cartelle cliniche per beccare quello scellerato che ha mangiato una salsiccia pur avendo il colesterolo alto; e poi si potrebbe ricorrere alla delazione per cercare di capire se per caso un cardiopatico si è messo a fare sesso. Se qualunque cosa può fare male in determinate quantità, modalità e condizioni, allora è evidente che la lotta alle “cose che fanno male” diventa fortemente discrezionale e la scusa salutista può facilmente essere utilizzata più che altro per implementare determinate visioni culturali e di “pulizia morale”.

Non ci sarebbe da meravigliarsi –  in fondo fin dall’antichità vi è sempre stata una forte sovrapposizione tra disposizioni di igiene alimentare o sessuale e precetti religiosi, civili e di identificazione comunitaria. Così qualche salutista cattolico potrà senz’altro proporre politiche che “disincentivino” i comportamenti sessuali “a rischio”, come avere più partner od intrattenere rapporti gay, quando invece qualche salutista ecologista dimostrerà che lo stress da guida fa male e chiederà di tassare ulteriormente le auto a favore dei mezzi pubblici. I salutisti animalisti condanneranno come pericoloso per la salute il consumo di carne, mentre quelli leghisti o comunisti cercheranno di indirizzare la gente verso la spesa a chilometri zero, contro i pericoli del cibo che arriva “da chissà dove”. E come sempre ogni obbligo o divieto, incentivo o disincentivo, di qualunque possibile colore, sarà evidentemente per il nostro bene…

Reputo anche poco convincente l’idea che le politiche salutiste si basino su considerazioni di interesse economico collettivo, cioè che servano ad evitare che le persone attraverso comportamenti individuali “sbagliati” generino “esternalità negative”, cioè in definitiva costi “inutili” per il servizio sanitario pubblico finanziato dalle tasse di tutti. La ragione è che i fattori che influiscono sulla salute di una persona e sulla possibilità che debba ricorrere a cure mediche sono troppi e troppo complessi, perché si possa conseguire un’effettiva riduzione dei costi sanitari attraverso un condizionamento per via politica degli stili di vita. Come detto, il rischio forte è che vengano messe in atto solo disposizioni inorganiche motivate più che altro da finalità simboliche o ideologiche (o più banalmente dalla volontà di fare cassa come nel caso della tassa sulle bibite).

In molti, anche all’estero, chiedono che fumatori ed obesi siano discriminati nelle cure sanitarie – in fondo se la sono voluta e non è giusto che chi passa la vita tra tisane e ginnastica Pilates debba pagare per loro. Si tratta di una visione a suo modo animata anche da un certo “classismo”, con un’élite che gode di un privilegio economico-culturale che guarda dall’alto al basso il popolo ignorante, al punto da far quasi assomigliare certe crociate contro il “junk food” ad una versione aggiornata del “non hanno pane, mangino le brioches”. Peraltro, se proprio vogliamo fare i conti della serva, chi si ammala per causa propria fa senz’altro un danno a se stesso, ma non necessariamente alle casse dello Stato – perché mica c’è solo il sistema sanitario, c’è anche il sistema pensionistico e se il signor Balduzzi risparmia se la gente è sana come un pesce, il signor Mastropasqua tendenzialmente risparmia di più se la gente passa a miglior vita prima del raggiungimento dell’età pensionabile. In altre parole se tutti mangiamo una mela al giorno e campiamo fino a cent’anni qualche problemino il bilancio dell’INPS potrebbe averlo e quindi se mettiamo cinicamente l’interesse economico collettivo al di sopra della vita individuale, così come colpevolizziamo il fumatore o chi mangia troppe merendine perché fa spendere le scarse risorse dello Stato, dovremmo colpevolizzare anche chi eccede “ragionevoli limiti di età”.  Come diavolo ti permetti di vivere oltre 90 anni? Non pensi agli altri? Non pensi ai poveri esodati che sono senza pensione?

Battute a parte, il concetto è che il ginepraio della redistribuzione ha tante forme ed è tutto da dimostrare che il verso primario dello spostamento di risorse sia quello dei sani che pagano le sue cure sanitarie ai malati, magari è invece quello dei malati – destinati ad una minore aspettativa di vita – che pagano la pensione ai sani. In ogni caso io credo che, se accettiamo l’esistenza di un sistema di sanità pubblica, dobbiamo accettare anche le inefficienze ed i rischi di azzardo morale che ad esso sono associati e ritengo invece pericoloso affermare l’idea che siccome lo Stato ti cura “gratis” a spese della collettività allora ha il diritto di controllare le tue scelte individuali per essere certo di non sprecare soldi. Penso, infatti, che in tal modo si entri nella stessa ottica con cui i paesi dell’Europa comunista giustificavano le leggi contro l’emigrazione – dato che il governo ti ha garantito gratuitamente l’istruzione, se tu lasciassi il paese ciò determinerebbe esternalità negative, perché saresti un free rider e non restituiresti niente alla tua comunità.

Ritengo, peraltro, che l’effettivo rischio di azzardo morale dal punto di vista degli stili di vita sia limitato, o per lo meno più limitato che in altri ambiti – questo in virtù dell’alto valore soggettivo che per una persona ha la propria salute che non viene in generale percepita come fungibile con qualche trattamento medico dopo che il danno è fatto. Restare sani è un interesse primario della persona e questo è sufficiente a far sì che la maggior parte della gente eviti comportamenti personali eccessivamente sconsiderati, tipo mangiare trenta BigMac in un giorno o provare a fare bungee jumping dal terrazzo di casa – indipendentemente dalla successiva disponibilità di cure sanitarie gratuite. Così se molta gente fuma è per una sottovalutazione del rischio di contrarre un cancro, non perché “tanto se mi ammalo di cancro, poi provano a curarmi” – se la gente va in moto è perché giudica sufficientemente bassa la possibilità di avere un incidente e di rimanere su una carrozzella, non perché “tanto se rimango su una carrozzella, poi mi pagano un paio di mesi di fisioterapia”.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

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